Arrivati, come da tradizione, a liste e bilanci di fine anno, ricorrono le solite polemiche che vorrebbero relegare il cinema italiano ad attore secondario nel panorama europeo e mondiale. L’Italia manca infatti all’appello nella shortlist dei prossimi Oscar per il miglior film internazionale, Buen Camino di Checco Zalone infiamma i social tra chi esalta e chi contrasta il valore economico e culturale dell’operazione e, mentre anche noi cerchiamo di stilare i nostri preferiti italiani della stagione, il governo taglia drasticamente fondi alle produzioni nostrane, offuscando nell’incertezza normativa il sistema del tax credit e il capillare precariato che fonda l’intera industria1.
Eppure, negli stessi Oscar 2026 un piccolo cortometraggio d’animazione, Playing God – disponibile gratuitamente su YouTube – entra nella storia: la prima volta che una produzione italiana giunge tra i 15 finalisti nella corrispondente categoria. Ma il racconto di un cinema alternativo, diverso dai canoni tradizionali, continua a passare in sordina, come eccezione produttiva e ideologica anche quando riesce a irrompere nel tempio sacro di Hollywood. Nella nostra intervista qui su NPC a Matteo Burani e Arianna Gheller, autori di Playing God, emergeva una visione artigianale e indipendente dell’atto di creazione, nel modo deformato e impavido di concepire un mezzo che con difficoltà lotta per ritagliarsi uno spazio in un mercato nazionale poco incline all’animazione e agli altri generi.
I dieci titoli che abbiamo scelto come migliori film italiani del 2025 (con due menzioni speciali anche dall’universo seriale) rispondono, in ordine sparso, a questa pulsione creativa, accanto a produzioni più canoniche e consolidate: creare per innovare, filmare per ribaltare, l’affermarsi di un cinema sperimentale nella forma, popolare nell’intenzione, che si sparge con passione tra chi lo fa e lo guarda, persino tra i più giovani. Il caso de Le città di pianura, distribuito inizialmente in poche sale e poi divenuto in un contagioso passaparola il grande cult dell’anno, lo dimostra chiaramente: si può ancora volere bene al nostro cinema, riuniti davanti allo stesso schermo, in attesa che qualcuno continui in futuro a finanziarlo in qualche modo.
Fuori

Mario Martone rappresenta oggi uno degli autori più affermati del cinema e del teatro italiano, il suo sguardo intercetta sempre storicamente i grandi personaggi della nostra cultura nazionale e i risvolti epocali che hanno rappresentato per l’Italia intera. Così anche il ritratto della scrittrice Goliarda Sapienza, figura eccentrica e anticonformista, dalla caratura inquieta e indomita, non fa eccezione e serve per raccontare una spazialità soffusa e liminale, che nel cinema lascia solo sullo sfondo, ma sempre residenti, gli anni di piombo, il terrorismo, l’epidemia della tossicodipendenza.
In una Roma afosa del 1980 Goliarda Sapienza (Valeria Golino) transita nel carcere di Rebibbia per un furto di ripicca contro gli ambienti intellettuali-borghesi a lei ostili. Attraverso un montaggio frammentato in cui il tempo di pochi giorni dentro il carcere sfuma in un altrove filmico successivo, Goliarda conosce uno sconfinamento emotivo che si conserva soprattutto al di fuori, in rapporti intimi che resistono con le altre amiche-detenute anche dopo il loro rilascio. Fuori è uno dei migliori film nella carriera di Martone, perché si adagia sulle possibilità di una forma cinematografica libera rispetto alla didascalica traslazione biografico-cronachistica, il sogno ribelle che ruba e squarcia stralci di vita per ardere vivido senza tempo come la sua protagonista.
Queer

Luca Guadagnino racconta in Queer l’orrore che è aprire il proprio corpo e la propria mente a una persona che non ha intenzione di varcarne la soglia: scomparendo nella regia e lasciando parlare musiche, scelte cromatiche e modellini ammiccanti ai set espressionisti di Fassbinder, l’autore mostra la crudezza dell’amore di Lee e Allerton, due espatriati statunitensi che trovano apparente conforto l’uno nell’altro durante il proprio soggiorno in Messico negli anni ’50.
Come cantava Jeanne Moreau: «each man kills the thing he loves». Uccidiamo nei sogni e nelle memorie perché le nostre menti sono sacchi per cadaveri: le gambe, le mani, gli occhi delle nostre amate vittime sono conservati come feticci sacri, ma i corpi restano sempre mutilati, l’interezza delle loro immagini ci sfugge, ne rimangono solo frammenti. La memoria è un banco da macellaio e il lampione sotto al quale due amanti si baciano un gancio per la carne. L’unica soluzione possibile è quindi scomparire dentro se stessi: pochi altri film come Queer hanno saputo catturare con tale efficacia la malinconia, il desiderio distruttivo di auto-digerirsi come un uroboro, di consumarsi fino a scomparire.
Un film fatto per Bene

Girando un film su Carmelo Bene, Franco Maresco perde definitivamente la fede nel cinema, nell’arte, nella religione e nell’essere umano; il set si blocca di continuo fra deliri del regista e incompetenza degli attori, il produttore vuole solo sapere come stanno venendo spesi i suoi soldi. Davanti alla pressione di voler omaggiare Bene in un mondo tanto storto e marcio, Maresco non regge più e fugge, scompare dalla realtà e dal suo stesso film. In un continuo gioco fra ciò che è reale e ciò che è finzione, Un film fatto per Bene spara a zero sulla Croce Rossa che è l’Italia, un caso disperato e terminale nel quale l’arte viene vilipesa e i Marzullo proliferano a piede libero.
Con rimontaggi e risignificazioni, Maresco dipinge tre quadri metacinematografici in contemporanea: il proprio scanzonato autoritratto, il ritratto anarchico di Carmelo Bene e una miniatura paesaggistico-apocalittica con cui mettere in luce gli orrori e le ipocrisie di questa nostra Italia post-culturale, post-televisiva, post-agiografica, post-atea, post-Bergmaniana, post-mafiosa e post-Berlusconiana. La speranza è l’ultima a morire, ma secondo Maresco la vediamo ogni giorno scannata in televisione, in sala e nel riecheggiare dell’esplosione di Capaci e di tutti i delitti di mafia.
Testa o croce?

Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis tornano dopo Re Granchio alla forza delle leggende e della magia del racconto, con tutte le invenzioni e deformazioni correlate da rovistare e tramandare in eterno. Il mito di Buffalo Bill Cody (John C. Reilly), di un cowboy e affabulatore giunto dall’America in una Roma rurale a cavallo del Novecento per vendere il sogno della frontiera, si trasforma in un’inesauribile caccia alle storie più che alle semplici taglie, da appuntare su un inattendibile quadernetto di cui essere armati per continuare a raccontare.
Testa o croce? costruisce un anti-western che attraversa la genealogia immaginifica del nostro continente italiano, tra Lazio e Maremma, campi crepuscolari e paludi torbide in cui scovare in infiniti giochi di specchi indomabili rane, di frontiere non più geografiche ma alla soglia dell’immaginazione: una coppia di fuggiaschi, interpretati da Nadia Tereszkiewicz e Alessandro Borghi, che superando la narrazione per mano e occhi di altri riscrivono la propria storia per una volta in forma personale, contro tutti gli ipotetici e perfetti finali.
Le città di pianura

Le città di pianura di Francesco Sossai si distingue nel tenere insieme diverse suggestioni, dai paesaggi americani e dilapidati di Wim Wenders, fino alle ingenuamente ciniche figure che popolavano i film di Dino Risi. Alla fine del periodo della Dolce Vita l’Italia si è ritrovata sul baratro della sua immagine fasulla da cartolina: fra centri abitati gentrificati, opere architettoniche non valorizzate e periferie trasformate in hinterland, l’Italia non è più un paese da vivere, solo da esperire come turisti.
Per chi abita nelle zone schiacciate fra le montagne di Belluno e la laguna di Venezia, in tutte quelle “città di pianura” infestate di industria pesante, infrastrutture mai terminate ed ecomostri abbandonati, l’unica via di fuga dall’esplosione della bolla economica del primo 2000 è la dipendenza, sia essa alcolica o indotta da sostanze poco importa. Nel film di Sossai il vagabondaggio dei tre protagonisti si traduce in continue bevute per dimenticare – o tentare di ricordare com’era – l’Italia e la sua incipiente americanizzazione. Perché alla fine l’Italia non esiste. Per difenderci dalla trasformazione che ci sta rendendo ogni giorno più simili all’Iowa abbiamo finito per chiuderci a riccio nelle nostre identità regionali.
Diciannove

Ai giorni nostri l’arroganza dell’essere giovani passa dalla presunzione dell’errore, l’imposizione rigida di un sistema – universitario, valoriale, sociale – troppo stretto e inadeguato per contenerci. L’idiosincrasia spocchiosa e respingente del protagonista Leonardo (Manfredi Marini), narciso autocompiaciuto e ferito, è la stessa di chi si ritrova ai diciannove anni del titolo pieno di rabbia e ribellione, la delusione dell’essere diventati adulti in un mondo che ha ucciso il nostro futuro e che si deve in qualche modo scaricare e urlare in un perenne j’accuse altrove.
Prodotto da Luca Guadagnino, seguendo un meticoloso ricalco autobiografico della vita originale del regista Giovanni Tortorici nei luoghi reali della sua crescita e adolescenza, Diciannove è un folgorante esordio che non ammette sconti, un iperbolico diario filmico anti-narrativo, con le pagine strappate e accartocciate, scomodo e spigoloso, ruvido ma meravigliosamente pieno di invenzioni e aggressività linguistiche. Una rarità singolare in un cinema di copie. Disponibile su MUBI.
La valle dei sorrisi

La valle dei sorrisi, ultimo lavoro di Paolo Strippoli, affronta questioni sociali complesse e intangibili dando forma a ciò che ci tormenta ma rimane invisibile. Un insegnante spezzato dalla vita accetta un trasferimento dalla natia Puglia verso un remoto villaggio valdostano, affogando tutti i suoi dolori nell’alcool. Una volta giunto nella nuova casa fra le montagne si accorgerà in fretta del continuo buon umore di tutti gli autoctoni, che vedono di cattivo occhio la sua sempre più palese depressione.
Fra le tematiche affrontate da Strippoli emergono in maniera più evidente le difficoltà di immigrati del Sud costretti a spostarsi al Nord, dove vengono immediatamente isolati e identificati come “corpo estraneo” per via delle dinamiche di potere sociale proprie delle piccole realtà cittadine, ancora molto diffuse nelle zone più “remote” del paese, l’onnipresenza della religione nella vita quotidiana anche di chi si professa ateo, costretto a vivere in uno stato e in una cultura che non hanno fatto i conti con la propria laicità.
Orfeo

Dopo una consolidata carriera nella pubblicità e nei videoclip come abile scultore di mondi, l’artista e animatore Virgilio Villoresi esordisce con Orfeo adattando il Poema a fumetti di Dino Buzzati, in un viaggio immaginifico e onirico della durata di poco più di un’ora, di sogni che si intrufolano ed escono da scenografie mosse insieme a fantasmagoriche apparizioni, che intrecciano matericamente in tecnica mista – live action e stop motion – il gotico di Tim Burton con il perturbante di David Lynch. Una visione indipendente e sperimentale di produrre cinema come una volta, sporcandosi le mani con la stessa artigianalità illusionistica e tattile del migliore Méliès.
La storia di due giovani innamorati, un pianista e una ballerina della Milano degli anni ’60, che riecheggiano e reinventano nella separazione forzata, come già in Buzzati, il mito di Orfeo ed Euridice, è il pretesto infatti per riflettere in estetica più che per trama sul lutto d’amore, il desiderio che si contamina di immagini grezze intrappolate nel tempo attraverso specchi e vetri smerigliati: il cinema come dispositivo ottico di transfert visionario per leggersi e riconoscersi.
La città proibita

Quante lingue parliamo? Quante culture racchiudiamo? Guardando a metodi e tecniche del cinema hongkonghese di arti marziali e kung fu di Bruce Lee, Jackie Chan e Yuen Woo-ping, Gabriele Mainetti affresca una Roma multietnica sulla strada impervia dell’integrazione in cui l’amore e l’odio figurano i poli opposti di una comune comprensibilità umana, a prescindere dal credo e dalla provenienza geografica: se l’odio lo si accetta, l’amore (melò e neo-noir come in Wong Kar-wai) lo si brama disperatamente e universalmente per sopravvivere.
La città proibita torna a quel cinema di generi plurali a cui Mainetti ci ha abituato già con Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out, in cui l’azione scenografica e atletica vive di una forma sempre e sostanzialmente narrativa, che racconta di chi combatte e di come il personalissimo e creativo modo di farlo trasudi cultura anche quando intrattiene: si impugnano maiali, pesci surgelati, cd spezzati, padelle e grattugie trasformati in armi mortali e insanguinate, prop che vivono di italianità, ma rappresentano anche l’appiglio perfetto per sentirsi talvolta a casa pacificamente.
Il complottista

Il complottista è un film indipendente di Valerio Ferrara distribuito in una manciata di sale. La vicenda segue un modesto barbiere la cui vita è segnata dall’interesse per le teorie del complotto; quando la polizia si presenta alla sua porta per interrogarlo circa la diffusione di un video nel quale afferma di leggere messaggi segreti nei lampioni la sua credibilità aumenterà e le sue teorie sembreranno trovare un fondo di verità. Il tono è da commedia all’italiana d’altri tempi, con tanto di marcetta musicale ispirata alle colonne sonore di Piccioni e Trovajoli, mentre il registro del racconto sembra ricalcare quello del primo Matteo Garrone di Reality.
Il risultato è un film intelligente e divertente, originale e raffinato, particolarmente attuale nel suo raccontare il populismo politico, l’impatto dei social sulla società e le tendenze cospiratorie del moderno uomo qualunque. Nella speranza che potrà in futuro ottenere una distribuzione più capillare, l’invito è di scoprire in quale sala più vicina a voi potrete trovare questo piccolo gioiellino.
Menzione speciale serie TV: M – Il figlio del secolo

Oltre alla magnetica interpretazione di Luca Marinelli nei panni di Benito Mussolini, M – Il figlio del secolo brilla per una regia scoppiettante, ricolma di costanti idee e sovversioni delle aspettative. Joe Wright passa con disinvoltura dal citare messe in scena memori dei film semi-sperimentali di Peter Greenaway, alla rabbia politica de Il delitto Matteotti di Florestano Vancini, passando per l’immaginario pop e postmoderno di The Wolf of Wall Street, del culto statunitense MAGA con la sua iconografia, delle rotture di quarta parete à la Fleabag e del grande film in costume, categoria di cui Wright è il massimo rappresentante contemporaneo.
Ma oltre ai grandi adattamenti di romanzi storici, il regista britannico si è saputo distinguere anche per correttezza di cronaca e argume politico: già ne L’ora più buia giocava sapientemente con il carisma del Churchill di Gary Oldman, bilanciandosi fra l’agiografia dai toni satirici e la feroce critica alla figura del controverso leader. Tutto questo persiste in M – Il figlio del secolo, che, pur comprendendo il bisogno di romanzare e rendere accattivante il racconto per il pubblico contemporaneo, tratta il suo soggetto come un fenomeno comunicativo, sociale e politico da studiare e comprendere, ma mai ammirare. Disponibile su NOW.
Menzione speciale serie TV: Il Baracchino

Quanto può essere più reale della realtà un mondo animato fatto di cartoni, pupazzi, sagome disegnate a passo variabile? Nicolò Cuccì e Salvo Di Paola danno forma a un mockumentary in 6 puntate da 20 minuti che in un elegantissimo bianco e nero digitale guardano al nichilismo antropomorfo di Bojack Horseman e alle vacillanti interviste confessionali alla stessa altezza della plastilina modellata di Marcel the Shell. La storia di un polveroso locale di stand-up comedy prossimo alla chiusura accende il tentativo disperato di salvarlo perché la malinconia non diventi nostalgia.
Si intersecano così nelle più disparate tecniche d’animazione diversissimi caratteri comici, fallibili più che falliti, di ogni epoca e stile: dal disegno tradizionale di Larry Tucano interpretato da Pietro Sermonti, alla stop motion di un piccione tabagista con il piumino e l’accento milanese di Luca Ravenna, ma anche il muppet molleggiante con la voce aliena di Daniele Tinti. Il Baracchino mostra un amore travolgente per la materia comica, quella più storta e strampalata, ma sempre così umana nel poterci salvare tutti: pezzi inconciliabili di realtà e solitudini che abitano lo stesso buio e fumoso luogo in rovina, e per questo soltanto in una serie punk finalmente compatibili. Disponibile su Prime Video.
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- per approfondire Cinema in crisi, non c’è ancora domani: https://lespresso.it/c/cultura/2025/11/24/crisi-cinema-tagli-fondi-ostlita-governo/58366 ↩︎
