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Mon Crime, non ci resta che uccidere

François Ozon torna sul grande schermo con un film universale, tragicomico, divertente e satirico

7 minuti di lettura

Dopo il melanconico Estate ’85, il prolifico regista francese François Ozon cambia epoca, ma non secolo, e adatta per il grande schermo Mon Crime – La colpevole sono io, storica e frizzante opera teatrale di Georges Berr, riproposta qui in una chiave estremamente comica e grottesca.

In scena le giovani promesse del cinema francese, Nadia Tereszkiewicz (già vista nel dramma di Valeria Bruni Tedeschi, Les Amandiers, con Louis Garrel) e Rebecca Marder, interpreti di un duo indissolubile, legato da un filo rosso che ostenta un’amicizia oltre gli schemi. Ad accompagnarle, tra gli altri, anche Isabelle Huppert, nei panni di Odette Chaumette: la sua personalissima Norma Desmond, una diva decadente del cinema muto francese che brilla in arroganza e in arrivismo.

Mon Crime (si legge alla francese, mon crimm) presenta così un ampio corollario di personaggi, che si muovono in un’ambiente tragicomico ma anche archetipo; solo in un secondo momento ci si rende conto che in realtà è tutta una messinscena, un trompe l’oeil del crime vestito da commedia satirica. Mon Crime è un film prodotto da Gaumont con Mandarin Cinéma, e distribuito da BIM. La sua ricchezza di stile, e il suo geniale approccio al crime, fanno della nuova pellicola di Ozon una delle più interessanti del 2023.

Mon Crime, nella società francese il teatro è tutto

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Nella Parigi del 1935 due coinquiline, un’attrice, Madeleine Verdier (Nadia Tereszkiewicz), e un avvocato, Pauline Mauléon (Rebecca Marder), si trovano in una situazione finanziaria disastrosa, tanto da non riuscire nemmeno a permettersi di pagare il misero affitto del loro modesto appartamento. Un giorno Madeleine viene contattata dal ricco produttore cinematografico Montferrad per un provino, scoprendo in realtà che il suo è un doppio fine. Dopo l’appuntamento con Madeleine andato male, Montferrad viene trovato morto nella sua villa, i sospetti vengono così subito indirizzati contro Madeleine. Quella che però sembra essere una sciagura, e un’autentica condanna di morte, si trasformerà per Madeleine e Pauline in un’occasione di carriera.

Dietro la camera da presa il regista francese propone, come si può intuire leggendo la sinossi, uno spettacolo che, nonostante elementi atipici e distopici che balzano subito all’occhio, rimane ricco ma classico. Ozon ama giocare con i generi narrativi, dona effetti cangianti alla narrazione senza abbandonare uno schema prestabilito: del genere commedia mantiene, insomma, lo scherno sui connotati della società borghese, le sue caratteristiche paradossali, i suoi personaggi cliché.

La regola del gioco di Renoir 85 anni dopo

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Mon Cime è, insomma, un’evoluzione de La regola del gioco di Jean Renoir: i fili drammatici che connettono le vite dell’ampio corollario di personaggi intessono una fitta trama di rapporti ed eventi, nati però da una realtà costruita in modo artificioso e fittizio. Tutto è teatro, e tutto concorre verso un’unica direzione: la modernità. E per una volta il vizio italiano di sottotitolare i titoli dei film risponde al concetto di fondo: Mon Crime – La colpevole sono io, è un crime dove il delitto è fin da subito sfruttato dalle protagoniste come espediente per riscattare la propria esistenza.

La marca femminista è interamente rivolta all’interno di un cosmo paradossale; Mon Crime centra il punto, in questo modo, quando vuole dipingere un passato conosciuto mostrandocelo attraverso una classe sociale in formazione. Il film in questo senso è una palestra sociologica, un documentario storico, quasi antropologico. Mon Crime è insomma universale, divertente, satirico, ma anche anarchico sotto questo aspetto.

Letteralmente, alla protagonista non resta che dichiarare la propria (innocente) colpevolezza perché venga ascoltata; i suoi diritti vengono riconosciuti solo qualora esercita un atto che porta alla luce un probabile “atto passionale”, solo quando, cioè, le teste dei tiranni cadono e la colpa permane su di lei. È le mon crime, perché non ci sono alternative di riscatto: è l’unico modo che le protagoniste hanno per far sì che la propria voce, e il proprio talento, vengano notati.

Mon Crime, andando oltre l’attivismo storico

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François Ozon si dimostra in questo caso, e ancora una volta, una delle menti più brillanti che il cinema popolare francese ed europeo possa avere; Mon Crime è una prova più che lampante di un maestro capace di curare un film che faccia riflettere senza cadere in una morale fine a sé stessa (come CODA), e che intrattenga senza osannare un barocco vuoto d’idee (come Babylon).

A prima battuta sembra, infatti, che Ozon voglia a tutti costi trasportare la narrazione verso un binario morto dell’attivismo (quello storico alla Processo dei Chicago 7 per intenderci), in realtà, tutto al contrario, il regista francese costruisce il suo film in una chiave che prima di tutto è narrativa e cinematografica. Lo dimostrano l’intreccio intricato ma ritmato, la regia pulita e immersiva, il montaggio limpido e una direzione artistica che, con una scenografia dai chiari riferimenti al futurismo e al trascendentalismo, completano il quadro di un’epoca decadente, prossima all’esplosione di una nuova guerra.

D’altra parte, prima si è detto: in Mon Crime, tutto è teatro. E non è un caso allora se le protagoniste indiscusse del film, Madeleine e la Chaumette interpretata dall’Huppert, che nel terzo atto diverrà a tutti gli effetti la coprotagonista, siano due attrici: l’arte della recitazione è da una parte l’esaltazione del cinema come media universale, e dall’altra è una declassazione della modernità a uno show dell’assurdo.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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