checco zalone con la figlia cristal sul cammino di santiago in buen camino

Buen Camino, perché è importante parlare del film di Checco Zalone

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È arrivato il Natale e, con esso, il periodo più proficuo per il cinema. Nelle sale è già uscito il colossal visivo di James Cameron, Avatar – Fuoco e Cenere, terzo capitolo della saga di Avatar. Il film, però, è stato già spodestato a livello di incassi nell’arco di soli tre giorni dal titolo più atteso dagli italiani: Buen Camino di Checco Zalone. I film di Zalone sono una certezza e Buen Camino non si è dimostrato da meno, incassando 5,5 milioni di euro nel primo giorno in sala.

Il comico, tornato a lavorare a braccetto con il regista Gennaro Nunziante per Buen Camino, porta sullo schermo la storia di un vero “Paperon de’ Paperoni” che tenta di riacquistare il rapporto con la figlia Cristal, intraprendendo con lei il Cammino di Santiago. Nel corso del viaggio, oltre a riallacciare il legame con la figlia, Checco approfondisce anche il rapporto con una compagna di strada, Alma, e si trova a riflettere, arrivando a pensare che forse i soldi non sono tutto ciò che conta davvero.

La fenomenologia di Checco Zalone, un confronto con i film del passato

Nel 1961 Umberto Eco pubblica La fenomenologia di Mike Bongiorno, uno dei primi esempi di critica televisiva italiana, ancora oggi fondamentale per comprendere il rapporto tra media e società. Bongiorno diventa il pretesto per analizzare una televisione sempre più orientata al consumo e alla massificazione, capace di omologare gli spettatori attraverso un modello preciso: la mediocrità. Il conduttore non è il fine dell’analisi, ma lo strumento per raccontare un meccanismo più ampio di identificazione collettiva. È da questa stessa intuizione che si può leggere il fenomeno Checco Zalone, che con il conduttore condivide (su livelli diversi) l’uso della mediocrità come veicolo di empatia e consenso.

Lo Zalone da noi conosciuto prima di Buen Camino (ossia la parentesi che va da Cado dalle nubi a Quo Vado? escludendo Tolo Tolo perché manca Nunziante alla regia e il tono è leggermente diverso dai film precedenti) era lo specchio di un italiano della classe media. Era mediocre sia a livello intellettuale («Hegel su questo letto?» «È un estimatore?» «Chi non estima Eva Hegel») sia a livello materiale, perché, nonostante Checco Zalone fosse mosso da un’ambizione alla ricchezza, i suoi bizzarri talenti (nell’essere un venditore di aspirapolveri o un fedele del posto fisso) si scontravano poi con la durezza della realtà di un’Italia in crisi, che molto spesso lo lasciava a terra.

Checco Zalone finge di suonare la chitarra con una scopa, in mezzo alle vie del paese, in Cado dalle nubi, mentre canta e tiene la musica in cuffia.

Zalone era una sorta di Paperino, la cui sfortuna però non era casuale, quanto piuttosto frutto del suo guardare al proprio orticello e del non capire le regole più dure che regolano la realtà, spesso sfavorevoli proprio alla classe popolare italiana. Un Paperino che poi trovava la propria svolta nel trovarsi al posto giusto nel momento giusto, che fosse davanti a una telecamera che non credeva accesa o nella villa di una ricca benefattrice che lo prende in simpatia.

La forza comica di Zalone stava proprio nel cercare di adattarsi a questi mondi complessi di cui ignorava le regole e, fallendo, riuscirci: da qui scaturiva la risata. La sua fortuna, figlia di una personalità carismatica e istintiva, faceva sì che alla fine ottenesse non solo ciò che desiderava, ma anche ciò di cui aveva realmente bisogno. Il suo bizzarro viaggio dell’eroe funzionava su più livelli.

In primis, l’ingenuità del personaggio generava comicità, mentre l’avventurarsi in contesti non familiari favoriva l’immedesimazione. A chi non è mai capitato di trovarsi in una nuova esperienza (personale, lavorativa o relazionale) sentendosi fuori posto? In quei momenti di esitazione e di mancata integrazione si stabiliva il legame con il pubblico.

Checco Zalone in una scena del suo film comico Sole a catinelle.

Allo stesso tempo, stiamo assistendo all’improbabile scalata al successo (relazionale e talvolta, parallelamente, economico) di una persona comune, qualcuno che sentiamo di aver già incontrato e che talvolta siamo anche stati. Da qui scaturisce il processo base del cinema: l’empatia. I film di Zalone ci fanno provare cosa vuol dire mettersi nelle scarpe di qualcun altro e in quelle di noi stessi, portandoci ad avere benevolenza per il prossimo.

A ciò si aggiunge l’elemento della risata, che fa sì che il processo non sia di tipo intellettuale o riflessivo, ma spontaneo, come il buonumore portato dai suoi film. I vari Zalone sono degli scapestrati che cercano una via nella vita per avere la fama e spesso iniziano, proprio a causa di ciò, perdendo gli affetti più vicini nello spasmodico inseguimento di tale successo.

I finali non assumono mai un vero impianto moralista: non c’è una lezione esplicita da apprendere, se non la consapevolezza che Checco, con il suo modo di essere, quando smette di fissare l’obiettivo e si guarda attorno, scopre di avere una famiglia che gli vuole bene. E che il traguardo raggiunto – la fama di Cado dalle nubi, la ricchezza di Sole a catinelle, il posto fisso di Quo Vado? – va semplicemente riletto da un’altra prospettiva, integrandolo in una già funzionale equazione della felicità.

L’evoluzione anomala di Buen Camino

Checco Zalone in Buen Camino

Non c’è molto da dire su Buen Camino di Checco Zalone per quanto riguarda la trama, come al solito lineare e semplicistica, così come sul comparto tecnico. La regia di Nunziante si conferma quella che è sempre stata: una cornice pensata per avvolgere il talento comico che rappresenta il vero focus, sia esso Checco Zalone, Pio e Amedeo o Angelo Duro. Le inquadrature con i droni dei bellissimi paesaggi lungo il Cammino di Santiago, per fotografia e composizione, non si distinguono particolarmente da quelle che potrebbe realizzare un qualsiasi influencer.

Il cuore della questione è invece l’evoluzione del personaggio di Zalone. In Buen Camino manca l’elemento cardine della comicità zaloniana: non c’è l’Italia in crisi. Non ci sono usi e costumi messi in discussione dal progredire sociale, né la rappresentazione di un Paese in cui la famiglia media fatica ad arrivare a fine mese. Ciò che prende la ribalta è la sfrenata esaltazione della ricchezza allo stato puro. Checco è un personaggio ridicolo, ma dispone comunque di tutto ciò di cui ha bisogno sul piano materiale. Non c’è alcuna difficoltà condivisa dalle famiglie italiane o dai lavoratori: c’è solo un uomo che gode di uno stile di vita eccesivamente agiato.

Checco Zalone in Buen Camino, a fianco a una macchina costosa. In questo film Zalone interpreta un ricco italiano che ha tutto e vive negli agi

Da qui l’incidente scatenante: Cristal, la figlia, decide di intraprendere il Cammino di Santiago e Checco realizza che per recuperarla emotivamente dovrà inseguirla, rinunciando almeno temporaneamente al proprio stile di vita agiato. In teoria, potrebbe trattarsi di un classico viaggio dell’eroe, in pratica, non lo è: durante il cammino non avviene alcuna redenzione né una reale riconsiderazione del modo in cui Checco ha vissuto fino a quel momento. Anzi, fino alla fine del film, il protagonista comprende che grazie alla propria ricchezza può continuare a raggirare chiunque, illudendo persino i suoi affetti di essere cambiato.

Non esiste un vero cambiamento né uno spostamento di prospettiva. Buen Camino lascia intendere che, nella nostra società, il capitalismo sopravvive a tutto: chi possiede denaro può scegliere l’identità che preferisce per essere accettato ovunque, dal vertice della piramide sociale (tra ricconi che mangiano tartine sugli yacht) fino alle comunità di umili camminatori sulle strade della Spagna. Questa versione di Checco Zalone fallisce proprio laddove i film precedenti riuscivano: l’inserimento nelle nuove comunità non avviene grazie al carisma buffo del personaggio, ma grazie ai soldi. In Buen Camino, amicizia, amore e affetti non si conquistano ricredendosi, ma acquistandoli.

Checco Zalone in Buen Camino

Buen Camino, lo stato del cinema come responsabilità del pubblico

A tutto questo si aggiunge la totale scomparsa dello sguardo verso il prossimo. In Buen Camino, non vi è empatia né immedesimazione nei confronti di un personaggio che rappresenta forse l’1% della popolazione italiana. Inoltre, la risata spontanea e leggera che nasceva dalle bizzarre relazioni tra i personaggi si riduce qui a una risata di pura derisione, più vicina a quella di un cinepanettone. Le battute colpiscono sempre gli stessi bersagli: uomini che non corrispondono all’ideale di mascolinità (uno dei coprotagonisti che fa il cammino solo per andare a letto con le vecchie), minoranze sociali (il compagno dell’ex moglie di Zalone, Tarek, ribattezzato comicamente “Star Trek”) e, immancabilmente, i gay.

Ripensando al fulcro di Cado dalle nubi, tutto questo appare assurdo. Anche quel film prendeva di mira gli “ominisessuali”, giocando sugli stereotipi, ma arrivava a un messaggio di inclusività. Le gag erano reiterate, ma mai gratuite e, anzi, finivano per normalizzare l’esistenza della comunità gay in Italia (come accadeva con gli immigrati in Che bella giornata, seppur in modo meno riuscito). È perfettamente coerente che in Buen Camino Zalone sia bigotto, come nei film precedenti, ma ciò che cambia è la reazione all’omosessualità, incredibilmente regredita.

Poster promozionali di Cado dalle nubi di Checco Zalone

Il discorso non è politicizzante, né “woke”: Zalone ha da sempre affrontato temi politici e sociali complessi attraverso l’ironia. Basti pensare a Che bella giornata, in cui si toccano questioni di politica internazionale e di rapporti con il Medio Oriente. Pur giocando sugli stereotipi, il film non arriva mai ad antagonizzare completamente personaggi come Farah o il fratello: la battuta ironizza sullo stato delle cose e viene lasciata andare con leggerezza, ma senza negare la complessità del mondo rappresentato.

Dopo essersi “politicamente esposto” con Tolo Tolo, Zalone sembra aver compiuto un passo indietro, scegliendo la strada più sicura: i soliti bersagli della derisione e una comicità fisica becera. In Buen Camino abbondano battute su scoregge, facce buffe, tette e gesti volgari. Il problema è che Buen Camino non possiede nemmeno lo spessore sociale dei primi cinepanettoni, che raccontavano, nel bene e nel male, l’Italia che stava per esplodere nell’era berlusconiana. Film come Vacanze in America o Yuppies oggi hanno un interesse quasi antropologico. Buen Camino, invece, restituisce un’immagine di ignoranza e intolleranza che sembra provenire da un’epoca pre-internet: l’Italia che racconta è quanto di più chiuso esista.

Immagine promozionale d Yuppies - Giovani di successo

La comicità è un’arte, il riso può far crollare gli idoli se usato nel modo giusto. La satira è l’arma più efficace per colpire chi ha mille strumenti di difesa, tranne l’umorismo. Ridicolizzare una figura apparentemente immovibile significa riportarla al livello di tutti gli altri. Le discussioni su Buen Camino, che stanno inondando i social – prima sotto la recensione di Gianni Canova, poi sotto quella di Wired – rivelano qualcosa di preoccupante: se un argomento è leggero, la maggioranza pretende che venga trattato come tale. Ma svelare i meccanismi, scavare, comprendere le istanze e le intenzioni produttive a monte, così come il messaggio che si vuole trasmettere allo spettatore, è fondamentale.

Siamo noi il pubblico pagante, siamo noi a dover indicare all’industria ciò che desideriamo. Certo, servono anche prodotti leggeri, i famosi guilty pleasure. Ma dopo aver spento il cervello, arriva il momento di riflettere: perché un prodotto è stato pensato per noi? Cosa c’è davvero sotto? Se la risposta continuerà a essere che il popolo preferisce un film di Checco Zalone a uno di Sorrentino, Delpero o Sossai, così sia. Ma alla base delle scelte produttive deve esserci una volontà chiara, consapevole e deliberata del pubblico che le sostiene.

Una considerazione sull’impatto economico di Buen Camino

Checco Zalone in Buen Camino, sopra un pick up in un paesino, seduto sulle balle di fieno.

L’ultima riflessione post scriptum, fondamentale soprattutto considerando il “miracolo” degli incassi dei film di Zalone, riguarda il piano economico. Che cosa rappresenta un film di Zalone da questo punto di vista? Senza dubbio, per gli esercenti che per tutto l’anno faticano a sopravvivere, Buen Camino è un breve momento di sollievo. Ed è da qui che nasce l’esultanza generale: “Checco Zalone ha salvato il cinema italiano!” Dai numeri, in effetti, è vero. I cinque film di Checco Zalone precedenti a Buen Camino sono quelli con i maggiori incassi nella storia del botteghino italiano. Anche considerando i film internazionali, troviamo Avatar al primo posto e subito dopo Zalone.

Constatato tutto ciò, cosa facciamo degli esercenti che non vogliono Checco Zalone nelle loro sale? Prima di accusarli di eccessivo “radical-chicchismo”, è bene ricordare che un privato ha il diritto di scegliere, soprattutto in funzione del proprio pubblico di riferimento. È vero che il cinema è in crisi da anni, ma è altrettanto ridicolo pensare che, in una situazione di “libero” mercato, le leggi di tale mercato possano dirigere la sopravvivenza in un’unica direzione possibile.

Checco Zalone in Buen Camino

Pensiamo al cinema di Bellano, vicino a Lecco, un cinema monosala che ha deciso di non proiettare Buen Camino, anche a causa dei rigidi obblighi imposti da Medusa. Indipendentemente dalla discussione culturale che circonda Buen Camino, non possiamo affidarci a un unico evento filmico che, ogni cinque anni, dovrebbe salvare la vita agli innumerevoli lavoratori dell’audiovisivo. Pensiamo soprattutto agli esercenti, in particolare a quelli che non possiedono multisala e che devono decidere se destinare per un mese intero la propria programmazione a un solo titolo.

Allo stesso modo, non possiamo sperare nell’eccezione occasionale, come Vermiglio, che si rivela una sorpresa e porta pubblico in sala oltre ogni previsione. I film di Zalone dimostrano una cosa fondamentale: il pubblico fisico esiste, va soltanto motivato a tornare al cinema. Bisogna puntare sulle persone, spingerle non solo verso questo tipo di commedia italiana, ma ad ampliare i propri orizzonti, investendo in una reale audience development che, in Paesi come quelli scandinavi o la Francia, si dimostra efficace e duraturo. Non è quindi Zalone che deve cambiare. Deve semplicemente smettere di essere un obbligo e tornare a essere una scelta tra le tante. È l’Italia che deve cambiare il proprio modello di approccio al cinema.


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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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