Arco vola tra le nuvole del futuro e del tempo con il suo mantello arcobaleno in una scena del film animato Arco di Ugo Bienvenu

Arco – Un’amicizia per salvare il futuro, esiste un’epoca giusta in cui essere bambini?

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Negli ultimi anni l’animazione europea sta rivelando un cuore pulsante e immaginifico degno delle migliori produzioni d’oltreoceano, capace di affrontare dietro temi e storie ricorrenti anche una questione tecnica imprescindibile. Così sulla scia dei recenti Robot Dreams, Flow e La piccola Amélie, anche Arco – Un’amicizia per salvare il futuro, esordio nel lungometraggio del fumettista e regista francese Ugo Bienvenu, coprodotto tra gli altri da Natalie Portman ma realizzato completamente a Parigi secondo un’idea di indipendenza creativa assoluta, usa l’animazione per rompere la fisica del tempo, la luce come ordine di colore, lasciando che due futuri, vicini e lontani, si abbraccino nello sguardo curioso di una coppia di bambini che costruiscono un’utopia ecologica di natura e tecnologia.

Presentato a Cannes 2025 e candidato agli ultimi Oscar come Miglior Film d’Animazione, Arco – Un’amicizia per salvare il futuro è arrivato nelle sale italiane dal 12 marzo 2026 distribuito da I Wonder Pictures.

Arco, un’avventura animata attraverso il tempo

Il robot Mikki, Iris e Arco in una scena del film animato Arco di Ugo Bienvenu

Arco è un bambino del futuro, di un tempo lontano attorno al Tremila, utopistico e paradisiaco, in cui si vive in pace sulle nuvole, nell’altezza di un cielo limpido ed ecosostenibile che «lascia riposare la terra» al di sotto. I bambini sanno parlare con gli uccelli, gli esseri umani possono viaggiare nel tempo attraverso futuristici mantelli arcobaleno che smaterializzano il corpo attraverso la rifrazione della luce. Ma ad Arco non è consentito farlo, «bisogna aspettare i 12 anni» gli viene intimato dai genitori di ritorno da una di queste spedizioni temporali in cui raccolgono piante ormai estinte.

Il piccolo Arco sogna invece i dinosauri con quel fascino che per Spielberg è divenuto leggendario, come tutti i bambini sognano un mondo che non vedono, che non è di fronte ai loro occhi curiosi. Così un giorno Arco ruba il mantello della sorella e mentre tutti dormono si butta nel vuoto raggiante del suo cielo luminoso per viaggiare nel tempo. Per errore e non per scelta, con tutto l’impaccio dell’inesperto, rimane però intrappolato in un altro futuro, qualche decennio dopo il nostro, ma molto prima del suo, considerato da chi ci vive «il peggiore dell’umanità», perché avvolto dallo stesso catastrofico orizzonte grigio che siamo abituati a vedere abitualmente nelle nostre vite di inizio secondo millennio.

Il fuoco che avanza oltre le colline, le piogge torrenziali violente come indomabili uragani, le case protette da comode bolle esistenziali, gli esseri umani assenti e inadeguati agli altri esseri umani, talmente impegnati con il lavoro da delegare ai robot il ruolo di genitori, per parlare e abbracciare i propri figli amati. Lì, in quel mondo futuribile dai tratti essenziali e netti come nei fumetti di Moebius, Arco incontra e trova l’aiuto di Iris, una bambina malinconica con un talento sconfinato per il disegno, più intima con il suo robot di famiglia Mikki che con i suoi distanti genitori olografici.

L’amicizia è un raggio di luce

Iris abbraccia in volo il piccolo Arco con il suo mantello arcobaleno in una scena del film Arco

Privo di eroi e di veri antagonisti (a parte un gruppo di tre strambi fratelli scalmanati decisi a dimostrare quelle scie luminose a cui nessuno crede), Arco racconta la storia innocente e poetica di un’amicizia, forse uno sfumato primo amore pre-adolescenziale e per questo indimenticabile, tra due bambini di futuri diversi, di prospettiva e segno opposto, le metà nominali di uno stesso arcobaleno (arcoíris appunto in spagnolo) riuniti da quel senso di scoperta che fa parte di ognuno a prescindere dal proprio tempo.

Cosa accomuna, infatti, l’infanzia di epoche successive se non proprio il fare esperienza da estranei e stranieri di qualcosa che prima non si conosceva? Come ne La piccola Amélie è quell’incontro con l’ignoto che ci rende simili a un dio, l’opportunità creatrice di generare un mondo a immagine e somiglianza dei nostri sensi, anche quando si crede che nessun tempo possa seguire o precedere il proprio, quando l’abbraccio affettuoso dei propri cari non ha peso e consistenza e i genitori rimangono soltanto ologrammi incorporei in cui passare attraverso la mano, senza alcun effetto.

Anche in queste condizioni Arco intraprende però la strada più ottimistica e ideale, di un futuro che deve ancora venire a liberare un presente fragile e vulnerabile. Così anche il quadretto familiare di Iris sostituisce alla classica immagine distopica di androidi minacciosi e sovversivi un robot-tata più amorevole di ogni altro essere umano, sentimentale a tal punto da infrangere le leggi algoritmiche dei suoi stessi simili, esattamente come in Robot Dreams il sentimento dentro una macchina fatta non soltanto di meccanismi metallici – l’amicizia sincera tra un cane e il suo amico di lamiere distrutto dalla ruggine – rappresentava l’utopia per il vivente, per sfuggire a una solitudine raggelante e tutta antropomorfizzata.

Animare il futuro come un’utopia

Una scena del film animato Arco che racconta di un futuro lontano in cui le persone vivono sopra le nuvole in modo ecosostenibile

Dopo diversi cortometraggi e lavori per la pubblicità, Ugo Bienvenu esordisce con Arco mettendo in animazione tutta la forza salvifica e miracolare della luce: l’arcobaleno che volteggia nel cielo in coloratissime scie celestiali e spiraleggianti, ma anche le fiamme, quel contemporaneo infuocato di un tempo che brucia e fa cenere del nostro presente per aprirsi all’altro, una miniera cupa in cui ritrovarsi intrappolati, impossibilitati a uscire fino a quando non emergerà un nuovo varco luminoso più in alto. Quella luce cangiante e plasmabile, proprio come la natura fisica dell’arcobaleno già citato, scompone e cristallizza nella materia visibile ogni colore costitutivo e originario, il simbolo anche tecnico di pace e amore universale.

Arco dimostra allora che il presente, il futuro e il passato rimangono sempre concetti fisicamente relazionali, che richiedono l’uno e l’altro per rivelarsi insieme come memoria di immagini e immaginari. Come la luce ha bisogno del buio, il buio ha bisogno della luce, l’arcobaleno segue e riunisce entrambi dopo la tempesta. Almeno il cinema può disegnare un’utopia più vivibile della canonica distopia fantascientifica, nascondere nel futuro un futuro più lontano e lieto, una realtà aumentata, iperreale e a tratti surreale, capace di calmare e acquietare la nostra, ripopolandola dall’interno.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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