Enzo, ideato da Laurent Cantet prima della prematura scomparsa nel 2024 e poi portato a termine con la regia di Robin Campillo in apertura alla Quinzaine des Cinéastes a Cannes 2025, è un affresco elegante e sospeso, in cui il classico racconto di formazione si deforma sotto tutte le incomprensioni e le incertezze dell’età adolescenziale: il senso di smarrimento di chi inventa il proprio fallimento per scampare alla propria crescita.
Enzo è stato distribuito nelle sale italiane dal 28 agosto 2025 grazie a Lucky Red ed è ora disponibile in noleggio digitale.
Enzo, scegliere una vita alternativa
Enzo (Eloy Pohu) ha 16 anni, vive insieme alla sua famiglia ricco-borghese in una sontuosa villa con piscina con la vista sul mare de La Ciotat, nel Sud della Francia, ma senza un apparente motivo decide di rinunciarvi, sacrificando il suo talento per il disegno, silenziando le opportunità dei genitori (Pierfrancesco Favino e Élodie Bouchez) disposti a investire qualsiasi somma per la sua istruzione, per qualsiasi scuola di prestigio possa interessargli.
Così Enzo inizia a lavorare come apprendista muratore in un cantiere, impasta il cemento e lo spiana tra i mattoni. Non è particolarmente portato, ma dice di volerlo fare al posto di andare a scuola, come alternativa a una vita di successo già scritta apposta per lui, e che il fratello, candidato all’École di Parigi, sembra già aver accolto con entusiasmo.

Enzo preferisce invece uno spazio materico più vicino alla vita, senza le astrazioni teoriche e intellettuali della sua famiglia. Assiste curioso all’energia multietnica dei suoi colleghi, di sonore pause pranzo in cui più lingue, più culture, più accenti si ravvivano all’unisono, prima di tornare a costruire con fatica altre case, altri muri, che, come dice Enzo stesso, potranno «resistere agli tsunami mentre tutto il resto fallirà».
Il protagonista rimane attratto soprattutto dal collega ucraino Vlad (Maksym Slivinskyi), con la sua malinconia travestita di durezza, l’ombra della guerra nel suo paese d’origine che alimenta in Enzo il sogno ingenuo di partire per combattere, per crescere sporcandosi di polvere e realtà, alla stessa maniera, nello stesso corporeo istante. Ma quella vita piace davvero a Enzo? Dobbiamo credere alle sue parole anche se le immagini rarefatte, gli sguardi mesti, i gesti sussurrati sembrano suggerire il contrario?
Il caldo di un’età che non passa
Enzo non è un film sul desiderio evasivo come lo era Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, di una luce ebbra quasi paradisiaca con cui contemplarsi chiarissimi al sole, con l’estate che sospende per un attimo la fine. In Enzo, dal titolo chiaro e limpidissimo, il sole cuoce, nel clima torrido francese di promontori sempre troppo in alto per riversarsi giù in spiaggia, la fine che è giunta prima ancora dell’inizio, senza ammettere mai la rinascita di qualcosa. Il desiderio rappresenta qui il vano tentativo di provare a saltare a piè pari quell’età incerta, sottrarsi a quel tutto o niente che nell’adolescenza ha il suo culmine massimo, la libido in cui si rimane imbrigliati quasi per inerzia.

A differenza dei recenti Diciannove e Tienimi Presente – che raccontavano ora con tono rabbioso ora con piglio affettuoso di ventenni avvolti dalla disillusione di vedere tradito il proprio sogno futuro – per la generazione immediatamente successiva il sogno è ancora troppo astratto per vederlo fallire, non se ne conoscono ancora i limiti, le sfumature, le potenzialità corporee e romantiche. Per questo Enzo si sottrae alla sua vita predisposta, a una famiglia talmente amorevole che gli ospiti a casa definiscono «strana», perché non urla mai, accetta le stranezze del figlio anche quando non le comprende. Enzo distrugge ciò che possiede per capire fin dove può arrivare quel vuoto, spera che nel buio si annidi una scorciatoia per ritrovarsi subito adulto.
Una questione di sguardi
È soprattutto il padre di Enzo, Paolo (un formidabile Pierfrancesco Favino, ingombrante in ogni suo silenzio sostenuto), che scruta, nota, intercetta nello sguardo estraneo del figlio un oltre, una bugia celata per nascondere un dolore più grande. In questo senso il film di Cantet e Campillo funziona soprattutto come un’opera sugli sguardi, di chi guarda, ma soprattutto di chi è guardato. Enzo è sì il protagonista indiscusso, ma è come se la prospettiva dello spettatore rimanesse sempre esterna, una prossimità empatica che non riesce a comprendere il suo protagonista fino in fondo, esattamente come non ci riesce il padre.
A un certo punto quando Enzo torna a casa e rifiuta la gita programmata con tutta la famiglia – e organizzata appositamente per lui -, il padre gli dice «non mi piace come ci guardi, con disprezzo». In quel momento lo sguardo di Enzo non è esplicito, non c’è un’espressione mimica o di smorfia che riveli quella sensazione, aleggia tutto negli occhi e nell’interpretazione fisica di Eloy Pohu (qui esordiente prestato dal nuoto agonistico), ma forse ancora di più nel modo di inquadrare di Campillo che mostra l’immostrabile, ciò che non si vede, ciò che si prova e che non è ancora abbastanza forte per manifestarsi.

È di nuovo lo stesso padre che una notte, quando Enzo rincasa tardi senza avvertire, capisce subito, senza parole, che il figlio sta raccontando bugie: non è andato in discoteca come dice, non è stata la serata più bella della sua vita come afferma con aria di sfida, ma anzi è forse il contrario, è quella in cui ha più toccato il fondo della sua breve esistenza. Allo stesso modo quel padre preoccupato lo va a cercare ripetutamente nella sua stanza, nella parte più bassa della casa, per sincerarsi che il dolore che gli ha visto dentro non sia già diventato realtà tangibile; poi, rassicurato, gli prende i vestiti sporchi lasciati a terra e li porta a lavare.
Questo senso di sguardo – di occhi che si incrociano e si contaminano fino a tingersi di assenza e abbandono – si può riferire direttamente anche alla gestazione produttiva del film: Enzo nasce per mano del regista francese Laurent Cantet (Palma d’Oro a Cannes nel 2008 con La classe – Entre les murs) – rimangono i suoi tipici temi generazionali, di lavoro e lotta sociale dalla prospettiva di persone comuni – ma l’aggravarsi della malattia di Cantet, morto poco dopo, ha portato a prendere le redini del film solo da parte dell’amico e collaboratore storico – di sceneggiatura e montaggio – Robin Campillo, tanto da contaminarlo con la sua estetica, in sua memoria, con il suo sguardo raffinato a vigilare su tutti i desideri interrotti.
Essere giovani nel «centro arroventato della vita»

Tra i tanti racconti di formazione, Enzo riesce insomma a raccontare efficacemente le difficoltà della crescita, di chi nel rifiuto o nell’anticipo del farlo si smarrisce volontariamente in spazi di mondo alternativi – notturni e tumultuosi – in opposizione a una soleggiata vita da adolescenti troppo stretta e priva di significato.
Viene così alla mente anche l’Ernesto di Umberto Saba, l’unico romanzo del celebre poeta, pubblicato postumo e incompiuto, ma anche uno dei più grandi e disarmanti testi sul fare esperienza della vita, al di fuori dei rapporti di classe. Similmente a Enzo, Ernesto (di nuovo un nome-titolo-ruolo) ha 15 anni, una famiglia agiata e una passione sconfinata per la cultura, ma con la stessa urgenza si intrattiene in dialetto triestino con ogni altra possibile manifestazione della vita cittadina, anche la più umile e comune. Così si trova a conoscere un manovale che di lui si infatua, e allo stesso modo conosce una prostituta che a lui offrirà gratuitamente ogni servizio.
Nello sguardo di Cantet, che Campillo riprende e personalizza, rimane proprio quella stessa esigenza di lasciare che il tempo scorra per noi al posto nostro, fare esperienza delle cose vere senza ostentazione di valore economico, con la calce che si secca tra le mani e i calli doloranti per i guanti non usati, i gesti ripetitivi con cui gettare colate e poi guardarsi, una volta, due volte, fino a che non si sarà diventati grandi. Esattamente come Ernesto che camminava dinoccolato verso il «centro arroventato della vita»1, «con la grazia dell’adolescenza, che si crede sgraziata, e si teme ridicola»2.
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