Menzione speciale Caméra d’or per la miglior opera prima a Cannes 2025 e ora disponibile in streaming su MUBI, My Father’s Shadow è il racconto intimo e malinconico di un padre visto dalla prospettiva sognante dei suoi due figli, ancora bambini, che sono poi il regista stesso, Akinola Davies Jr., e il fratello sceneggiatore Wale, formalmente cresciuti e trasferitisi altrove, ma con i ricordi ancora vividi della Nigeria del tempo, quando ogni cosa sembrava un’avventura innocente, persino il sogno democratico di un mondo migliore e più giusto.
My Father’s Shadow, una Nigeria fatta di ricordi
Giugno 1993. In Nigeria sono in corso le prime elezioni che dall’indipendenza negli anni ’60 promettono l’illusione di democrazia. Ma il regime militare in carica contrasta ogni tentativo di libertà con propaganda e violenza. I fratelli Akin e Remi (Godwin e Chibuike Marvelous Egbo) sono appena bambini: passano pomeriggi di ozio e solitudine fuori città a giocare con wrestler disegnati su carta. Quando l’estraneo padre Folarin (Sope Dirisu), sempre fuori casa per lavoro, li porta per una volta con sé a Lagos per riscuotere mesi di stipendio arretrati, Akin e Remi scoprono una foresta urbana di vicoli e mercati, i motorini che sfrecciano, un luna park in disuso, la spiaggia e l’oceano spumeggiante in cui nuotare insieme.

My Father’s Shadow usa lo sfondo macroscopico di una Storia travestita di terrorizzanti uniformi militari per dare risalto, in un’unica giornata, ai ricordi minuscoli e quotidiani che lì accanto prendono vita. Akin e Remi scrutano, in mezzo al tumulto di una Lagos frenetica e chiassosa, il volto del loro inafferrabile padre, uno sconosciuto che parla con altrettanti estranei nel continuo susseguirsi di incontri metropolitani. Gli occhi vagano in My Father’s Shadow alla ricerca di un indizio di familiarità, un genitore ora tenero e premuroso, ora figura imponente e rispettabile ma che, dal primo momento in cui appare sospinto da una brezza leggiadra, sembra quasi irreale per il gigantesco spazio simbolico più che fisico che occupa in quel mare di assenza.
Come anche nel precedente cortometraggio Lizard (premiato al Sundance nel 2021 e disponibile sempre su MUBI), il regista Akinola Davies Jr., nigeriano, trasferitosi poi a Londra per una prolifica carriera nella pubblicità e nei videoclip, oppone a un mondo concitato e animalesco di adulti sporcati di realtà e di denaro l’evasione onirica ed epifanica tipica dell’infanzia, con percezioni fantasticanti e premonitrici che ricolme di curiosità e di natura (gli uccelli che si librano concentrici in cielo, gli instancabili animaletti microscopici nelle parti più basse del terreno) rompono confini proibiti normalmente inaccessibili.
L’Africa non è un paese titola allora il saggio del giornalista nigeriano-britannico Dipo Faloyin: quel «parco safari»1 di povertà generica e immensi tramonti dorati, guerre insensate che riempiono le pagine dei giornali occidentali lascia spazio anche nella Nigeria di My Father’s Shadow ai dettagli, ai ricordi del singolo virati al collettivo, il sommarsi di «genitori che sono più vecchi del paese in cui sono nati»2. Come nel Brasile anni ’70 de L’agente segreto, la storia nazionale di quella Nigeria è infatti costruita dalla specificità di una memoria inter-generazionale che comprende anche tutte le mancanze, le registrazioni interrotte che i figli non potranno mai ascoltare direttamente dalle voci dei loro amorevoli padri, a legare crescita e amnesie.
My Father’s Shadow, memorie di padri, memorie di figli

My Father’s Shadow nasce dal tentativo del regista Akinola Davies Jr. e di suo fratello Wale di immaginare come avrebbero passato una giornata insieme al padre, morto troppo presto perché potessero conoscerlo davvero. Quali domande gli avrebbero fatto? Quali particolari li avrebbero colpiti più di altri? Come nel precedente corto già citato, la sceneggiatura che sorge da quella collaborazione ha la forma stessa del ricordo, passa in rassegna i frammenti e gli scorci delle tappe indistinte del loro vissuto comune, come cartoline sbiadite mai arrivate a destinazione, tra inesattezze e divergenze, l’accettazione elastica di ogni possibile storia ascoltata da cui essere contaminati.
In My Father’s Shadow la memoria stessa diventa un senso percettivo, una forma di risonanza rituale che mette insieme la pellicola 16mm bruciata e graffiata con suoni frastornanti o corali che sembrano provenire da un’altra dimensione, dove i ricordi nascono e si richiamano, si zoomano e si rallentano in slowmotion, con il flusso del montaggio che li taglia e li confonde in moto circolare. In uno dei passaggi più strazianti del film, il Dio religioso più volte evocato che non si vede ma esiste e ama tutti in quanto padre assoluto diventa per similitudine concettuale negli occhi di Remi lo stesso Folarin, padre terreno, assente ma tangibile, un fantasma del passato intrappolato nello sguardo fotografico di chi ama ricordando.
«Adesso esisto e basta, non me ne faccio niente di me stesso» dice a Fola il custode del luna park rimasto vedovo. Non esiste allora un solo padre in My Father’s Shadow, ma ne esistono forse tanti che appaiono per la prima volta con quelle immagini e con tutte le distorsioni successive che subiranno, esattamente come accadeva al personaggio di Paul Mescal in Aftersun dentro la miniDV della figlia Sophie: un’estate indimenticabile tra il cielo e il mare della Turchia anni ’90, il tempo che sta per scadere alla stessa maniera, toccando in fretta l’abisso di una piscina per restituire un oceano di immagini ancora vive in cui nuotare per sempre.

Troviamo così nella semi-finzione di My Father’s Shadow i piccoli protagonisti Akin e Remi, il loro padre e rispettivo fratello annegato in mare, ma anche gli Akinola e Wale Davies della controparte biografica, e pure le interpretazioni dei due bravissimi attori bambini che portano sullo schermo un ulteriore livello interiore: fratelli in senso ampio che in condizioni critiche possono responsabilizzarsi fino a funzionare da padri. «Io avevo te» diceva Agnes alla sorella maggiore in Sentimental Value per colmare e sopravvivere alle assenze di un ruolo genitoriale analogamente teorico e astratto, presente soltanto al successo come personaggio pubblico e più di rado tra gli abbracci confortevoli di una casa, invece, da sempre e per sempre, crepata dall’interno.
My Father’s Shadow ha il pregio eccezionale di creare ponti e connessioni tra multiple storie e culture, con padri che diventano dunque anche simbolici e geografici: chi è nato ma vuole scoprire da dove viene, chi è stato figlio ma ignora il volto e l’odore del ricordo di quel legame. My Father’s Shadow è in questo senso un esordio straordinario che mostra dalla somma di quali sensi e percezioni si possa creare un’identità. Ciò che mancherà al reale si rivedrà in sogno, come per ogni fantasma che infesta la nostra memoria, a cui il cinema ha il potere di dare finalmente, come in questo caso, un’immagine e un suono indimenticabili.
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