Si è mai davvero pronti a dire addio a qualcuno che si ama? E se il lutto è inevitabile quanto l’amore, si riesce mai veramente a riprendersi o esistono ferite troppo profonde per potersi rimarginare? Sono queste le domande che si pone Hamnet – Nel Nome del Figlio, ultimo film di Chloé Zhao. Il film è tra i favoriti nella corsa agli Oscar, soprattutto per l’interpretazione della protagonista Jessie Buckley, e vanta altre otto candidature, tra cui Miglior Regia e Miglior Film, già vinti da Zhao con il suo Nomadland.
Hamnet, tra il lutto e il paesaggio
Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell dall’omonimo nome, Hamnet segue la storia dei coniugi Agnes Hathaway e William Shakespeare mentre affrontano la morte del loro figlio undicenne, Hamnet. Chloé Zhao non è nuova a lavorare con materiale non originale (anche Nomadland è adattato da un libro), ma questa volta l’autrice stessa, O’Farrell, contribuisce alla sceneggiatura, cosa che dona una certa nuance e naturalezza in più ai dialoghi, recitati in inglese arcaico.
Nel ruolo del figlio di Shakespeare, a cui è intitolato il film, c’è il piccolo Jacobi Jupe, di una bravura spaventosa, con un ruolo che gli aprirà sicuramente la strada a molti altri. Per il Bardo, invece, abbiamo Paul Mescal, che porta quella delicatezza fragile già mostrata in film come Aftersun ed Estranei. Il ghiaccio dei suoi limpidi occhi azzurri si scioglie quando c’è da piangere la morte del piccolo Hamnet, e con essi emerge il dolore di un dramma interno.

Ma Hamnet, in realtà, è solo un pretesto per regalare allo spettatore la più bella Jessie Buckley che si sia mai vista, nel ruolo di Agnes Hathaway. Uno spettro di emozioni mostrato nella sua integrità, dal sorriso più lieve al grido di dolore più lancinante, il tutto eseguito con grazia e determinazione. La prima ora e mezzo di Hamnet è dedicato a lei, e per buoni motivi: il suo corpo, avvolto da un lustro abito rosso, è una calamita per lo sguardo dello spettatore, inserito nella splendida cornice della foresta che fa da fiera compagna al personaggio di Agnes.
Gli umani non sono gli unici a far parte della storia. La regia di Zhao fa sì che gli spazi si aprano e si rivelino allo spettatore: in seguito a Nomadland, infatti, la sua messa in scena è consolidata, con un focus non tanto sui personaggi, quanto sul mondo che abitano. La foresta, la casa di William, la casa della famiglia sono spazi organici, protagonisti degli eventi, mostrati da una macchina da presa che vola con leggerezza e naturalezza. La fotografia alterna le tinte saturate dei vestiti, che centrano gli umani in questi spazi, a luci che caratterizzano l’ambiente in maniera chiaroscurale, accompagnando con coerenza visiva il racconto.
Perché Shakespeare? Il limite dell’immaginazione

In un mondo in cui vengono prodotti sempre più biopic, Hamnet si distingue, in quanto non è una semplice rinarrazione della vita di un personaggio eccessivamente drammatizzata. Film come Bohemian Rhapsody seguono infatti questa strada con il solo scopo di attirare un pubblico, perdendo per strada la propria storia e veridicità. Hamnet, invece, sceglie un’altra via: parte da un evento traumatico, realmente accaduto, ed elabora da lì. A differenza di personaggi o eventi contemporanei poi, c’è senza dubbio maggiore libertà nel rielaborare la storia di William Shakespeare, talmente lontano dal nostro momento storico da apparire come una figura mitizzata.
Tuttavia, è doveroso sollevare una critica, quella dell’attore Ian McKellen, riguardo la “necessità” di questo film. Di fatto, essendo il focus della narrazione un singolo evento drammatico, c’è il rischio di banalizzare il genio shakespeariano. Shakespeare sicuramente prendeva ispirazione dalla sua vita: ci sono storici e critici letterari che cercano connessioni, le approvano o spiegano perché sono ingiustificate. Tuttavia, un’interpretazione troppo letterale di Hamnet (la morte del figlio come unico evento scaturente la scrittura della migliore tragedia shakespeariana, Amleto) può portare a una riduzione dell’espansione dell’immaginario del Bardo, colui che ha rivoluzionato i testi teatrali per come erano conosciuti.

La genialità di Shakespeare stava nell’universalità, nello scrivere tragedie e commedie che riecheggiavano con lo spettatore di allora e con cui empatizziamo tutt’oggi. È senza dubbio magnifica l’idea della “closure” ottenibile attraverso l’arte: l’uomo non può sconfiggere la morte, ma la sua penna e la sua creatività possono. E allora William dialoga con il figlio morto, Agnes gli stringe ancora la mano. Ma perché applicare per forza la vicenda di Hamnet al Bardo? Perché non trarre un personaggio dalla pura fantasia e crearci una storia addosso che parli di ciò?
Il voler attaccarsi alle vicende reali è la buccia di banana su cui scivola il film di Chloé Zhao. Il momento in cui Paul Mescal recita l’inizio del monologo di Amleto è di una banalità spiazzante, che sembra vanificare il modo in cui Jessie Buckley ha portato sulle spalle il primo atto e mezzo del film. Quel momento implica un tale rapporto di causa ed effetto, una sorta di “epifania pop“, ossia un modo compiaciuto di pronunciare un nome importante affinché lo spettatore si senta gratificato per aver colto il riferimento. Di fatto, se la narrazione di Hamnet dovesse essere applicata a ogni tragedia o commedia scritta dal Bardo, allora Shakespeare avrebbe dovuto aver vissuto trentasette vite diverse.

Hamnet vuole essere un film sul valore taumaturgico dell’arte senza capire fino in fondo cosa conferisca all’arte questo valore. Non serve invocare ora le parole di Aristotele: basti sapere che alla base del sentimento di liberazione che provoca l’arte sta l’empatia, la capacità di connettersi all’evento traumatico portato in scena senza averlo direttamente sperimentato. Di conseguenza, l’arte stessa è frutto di ispirazione, ma non può essere un copia e incolla di esperienze realmente vissute e basta. Così come non esiste un’arte totalmente distaccata dal mondo reale (anche l’astrattismo o addirittura il dadaismo derivano da eventi concreti che hanno scosso gli autori), non può esistere nemmeno un’arte unicamente frutto del proprio vissuto.
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