Sentimental Value

Sentimental Value, lo Specchio rotto

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Tutti hanno quella persona cara con cui risulta impossibile comunicare. Di recente i social hanno dato sfoggio di un nuovo trend, più costruttivo di altri, che ha visto migliaia di utenti condividere le proprie storie di no-contact, ovvero la scelta radicale di smettere di parlare con parenti anche prossimi perché ritenuti tossici per la propria esistenza. Per parafrasare l’ultimo capolavoro del regista norvegese Joachim Trier, Sentimental Value, non si può fingere che quelle persone non esistano, ma ci si può almeno provare.

Anche se le motivazioni sono più che valide, spesso radicate nel passato o nei traumi dell’infanzia, il valore affettivo che aveva plasmato quei legami in primo luogo non può essere semplicemente soppresso. Sentimental Value, in sala dal 22 gennaio, candidato agli Oscar in svariate categorie e già riccamente premiato sia a Cannes che ai Golden Globes, esplora proprio le complessità delle relazioni con la stessa finezza alla quale il cinema di Trier ci ha abituati negli anni.

Sentimental Value e la casa in fiamme

Il titolare valore affettivo è quello che lega un regista cinematografico assente e alcolizzatoStellan Skarsgård in stato di grazia – con le sue due figlie, la prima stabile e con una vita ordinata, la seconda in piena rotta di collisione con il genitore e con l’esistenza stessa, rispettivamente interpretate da Inga Ibsdotter Lilleaas e da Renate Reinsve. In Sentimental Value sono i muri della loro casa ad assumere una spaventosa centralità.

Si tratta di una vecchia villa con un difetto strutturale, che sprofonda nel terreno con la stessa lentezza dei movimenti tettonici; ogni stanza è stata camera ardente e stanza dei giochi, stracolma sala da ballo e sgabuzzino solitario, in un continuo inseguimento attraverso i secoli di vuoto e pienezza. La casa persiste, un po’ più crepata, ma assiste ai nuovi ruoli che i suoi abitanti le assegnano da innamorati, col cuore spezzato, affamati, ubriachi, tristi o allegri. Gli stessi spazi assumono significati diversi a seconda dello scorrere del tempo e dello stato d’animo degli occupanti.

Sentimental Value racconta dell’enorme assenza della Stella Polare paterna a guidare le vite delle due sorelle protagoniste, abbandonate con la madre dopo una violenta separazione. Lo stratagemma narrativo della casa e dei suoi racconti interni rimanda a quella che ormai è diventata una cifra per il cinema di Joachim Trier: tutti i suoi film iniziano con “un’inquadratura totale” del contesto – l’esempio più significativo è l’apertura di Oslo, 31 Agosto (2011), nel quale le voci che animano la capitale norvegese si intrecciano e completano a vicenda – per poi “zoomare” sul caso specifico in primo piano. Anche in Sentimental Value le vicende della famiglia Borg sono “un secondo nella lunga vita della casa.”

Sentimental Value

Il regista ci mostra le molte nature di quell’abitazione con montaggi sulle sue vite precedenti, la cui influenza continua però ad aleggiare nelle stanze di oggi; sarà proprio quello sgabello dell’IKEA lo stesso usato dalla madre del regista per togliersi la vita? Quella è la sedia sulla quale mamma si sedeva sempre? Perché ora sembra così vuota? Quel che è certo è che la villa di Sentimental Value è infestata da fantasmi gentili, le cui esperienze terrene continuano ad influenzare chi occupa i loro stessi spazi fisici d’un tempo. Un po’ come la vita di Nora/Reinsve è attraversata dalla spettrale presenza del padre, capace di insinuarsi in ogni aspetto della sua quotidianità.

Sentimental Value certamente non è un semplice dramma famigliare: si tratta anche di una folgorante indagine metacinematografica sugli effetti del mescolare l’arte con la realtà. Questa casa sarà anche il set del nuovo – e probabilmente ultimo – film di Gustav/Skarsgård; un crogiolo di arte che imita la vita e vita che replica l’arte, un non-luogo nel quale memorie, sogni e frammenti cinematografici si mescolano l’uno con l’altro. Non è assolutamente casuale che Trier arrivi a citare apertamente Lo Specchio (1975) di Andrei Tarkovsky con un’inquadratura che richiama l’iconica sequenza nella quale i bambini si affacciano sulla veranda per assistere all’incendio del fienile. Eppure qui non c’è nessun incendio.

Tutto il fuoco, il conflitto di Sentimental Value sta nello scontro fra le versioni idealizzate di chi ci circonda e le effettive persone reali, con tutte le loro sfaccettature.

Non trovare le parole

Sentimental Value

Sentimental Value non è certo il primo film di Trier ad occuparsi di quei sentimenti che semplicemente non si possono descrivere. Da Reprise (2008) fino all’ultimo La Persona Peggiore del Mondo (2021), il regista si misura con la continua frustrazione del non trovare le parole per esprimere il proprio stato d’animo. Di film in film l’autore non si è avvicinato alla definizione di queste sensazioni tanto specifiche eppure comuni, evolvendo però nel renderle sempre più tangibili ed identificabili in termini astratti. L’atmosfera di Sentimental Value, il modo in cui la luce filtra dalle finestre della villa, in cui le ombre giocano sul parquet, in cui i personaggi si guardano e sfiorano, non può che trasformare lo schermo in specchio.

L’immagine riflessa di Sentimental Value ci parla di quella persona cara con cui non riusciamo a comunicare. I motivi sono due e spesso concomitanti: da un lato la immaginiamo come se l’avessimo scritta noi e siamo costantemente delusi dalla realtà, dall’altro proviamo lo stravolgente bisogno di essere visti per come siamo, accettati nelle nostre storture, senza riuscire mai a esprimere a voce tale bisogno. Sentimental Value esplora entrambe le questioni in grande dettaglio.

La migliore ispirazione per le storie è ciò che ci circonda. E se mescolare la vita con l’arte porta risultati strepitosi nella seconda categoria, la prima resta puntualmente offesa. Perché l’arte si plasma, la vita si subisce. Quando siamo costretti a misurarci con la realtà, la nostra finzione la contamina e deforma: persone separate che noi avevamo riassunto in unico personaggio perfetto ci distruggono i piani con le loro imperfezioni. L’essere umano lo si può decostruire come un piatto da ristorante a cinque stelle, ridurlo ai suoi semplicissimi ingredienti, ridondanti e ridicoli di individuo in individuo, la cui somma dà però risultati sempre diversi. Siamo fasci di emozioni e paure tenuti insieme dalle relazioni che ci hanno definito.

Sentimental Value

Il padre in Sentimental Value è assente perché può comprendere le figlie solo attraverso il cinema. Arriva a scriverle come fossero personaggi suoi, solo per vedere le sue aspettative disattese dai loro caratteri. L’arte può mediare, ma lo fa distorcendo le immagini e riflettendole invertite, talvolta travisando i fatti e ferendo le persone che hanno in primo luogo ispirato la propria rappresentazione. Per questo Gustav non riesce a parlare con le figlie. Quando si è fondamentalmente rotti dentro non vi è aggettivo, sostantivo o verbo che possa rendere il profondo disturbo inflitto dall’esistere. Ci si può impegnare con arzigogolate frasi e battute ad effetto, ma quel male cova senza un lessico che possa stanarlo.

Nora, la figlia senza meta di Sentimental Value, non riesce a far capire a suo padre che non è uscita da una delle sue sceneggiature e che vorrebbe soltanto essere riconosciuta e accudita con tutte le sue fragilità. L’orrore che le alberga dentro è quasi quello soprannaturale di Thelma (2017), primordiale e violento, un dolore sottopelle che non ha origine e si manifesta con sintomi catastrofici. “Depressione” sarebbe riduttivo, “ansia” non renderebbe l’idea, “fobia” non inquadrerebbe il problema. Il suo male è incomunicabile, per questo non riesce a parlare col padre.

In mezzo a tutto l’odio e alla frustrante incomunicabilità rimane incastonata la complicità. Impossibile da estirpare, perché noi quella persona l’amiamo. E allora ci si guarda negli occhi, si sorride e si va avanti. Perché talvolta le parole non servono. Talvolta basta che ci sia il valore affettivo, un inspiegabile e indescrivibile moto d’amore per un oggetto sciupato, una casa crepata o una persona incrinata.


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Appassionato e studioso di cinema fin dalla tenera età, combatto ogni giorno cercando di fare divulgazione cinematografica scrivendo, postando e parlando di film ad ogni occasione. Andare al cinema è un'esperienza religiosa: non solo perché credere che suoni e colori in rapida successione possano cambiare il mondo è un atto di pura fede, ma anche perché di fronte ai film siamo tutti uguali. Nel buio di una stanza di proiezione siamo solo silhouette che ridono e piangono all'unisono. E credo che questo sia bellissimo.

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