Per la sua opera terza, la prima fuori dalla Russia, l’allievo di Sokurov Kantemir Balagov, classe 1991, nato a Nalchik, nella Repubblica autonoma Cabardino-Balcaria, racconta una storia che mima il suo percorso, le vicende di un diner del New Jersey gestito da una famiglia immigrata di origine circassa. La sceneggiatura di Butterfly Jam, concepita infatti inizialmente da Balagov nel 2019 come un semplice ritratto padre-figlio, si è trasformata presto, dopo il suo trasferimento a Los Angeles per l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, in un inno a tutte le piccole comunità che sopravvivono anche lontano dalla loro casa geografica.
Butterfly Jam è stato presentato come film d’apertura alla Quinzaine des cinéastes, sezione parallela e autonoma, nell’ambito del 79esimo Festival di Cannes.
Padri che si confondono con i figli

Newark, New Jersey. Il sedicenne Pyteh (Talha Akdogan) è un promettente atleta di lotta greco-romana che lavora nel diner di famiglia di etnia circassa, popolato dalla proprietaria Zalya (Riley Keough), dal goffo e frustrato Marat (Harry Melling) e dal padre di Pyteh Azik (Barry Keoghan), chef specializzato nei tradizionali delen, sorta di pancake di patate e formaggio che farcisce con la sua apprezzatissima ricetta di marmellata, che, da titolo, racconta essere fatta di farfalle.
Butterfly Jam si muove fin dall’inizio tra rapporti familiari incerti e sfumati, di cui è difficile stabilire per ruolo il confine e la parentela: chi è il padre, la mamma, l’amico di famiglia. Li intendiamo quasi più per la predisposizione che li muove: per la prima generazione l’umile adesione alla vita di sempre, senza sostanziali variazioni, per la seconda l’ambizione di vedersi altrove, il successo eroico tra le mani come modo di porsi nei confronti del mondo. In quest’incertezza genealogica, che può ora costituire a tratti un difetto, ora rappresentare la particolarità del film, Butterfly Jam sostituisce a quei generici padri il senso di comunità, una famiglia allargata, non strettamente biologica.
Così il fin troppo giovane Azik rimane bloccato esistenzialmente nella sua cucina, è forse l’unico suo talento, quello che potrebbe condurlo in teoria alla grande ristorazione, ma lui si ferma lì, a non sembrare nemmeno un padre, anche se il figlio continua a magnificarlo. Azik si comporta infatti più spesso come un figlio da accudire, il fratello che fa festa con gli amici fino a demolire il suo stesso locale, che paga una sex worker per Pyteh per fargli sperimentare il primo bacio. Come si definisce lui stesso è una fiaba, una leggenda metropolitana, come quelle che racconta delle ipotetiche origini circassiane di Monica Bellucci, o di varianti locali della pasta italiana.
Butterfly Jam, le ferite di corpi mascolini

Dopo Tesnota e La Ragazza d’Autunno, che ritraevano in modo magistrale indimenticabili personaggi femminili, Kantemir Balagov si rivolge in Butterfly Jam al cuore della mascolinità, quella pressione di genere che spinge i figli e gli uomini verso un ideale virile da raggiungere, in cui essere deboli costituisce la peggior minaccia al proprio io performativo. Ma Butterfly Jam lo fa soprattutto continuando quella ricerca semantica e linguistica sui corpi già iniziata da Balagov con i precedenti lavori: un cinema fisico, tangibile, di immagini calde rimaste senza parole e nomi, come avvolte da un tramonto a cui lo sguardo non sembra più essere in grado di restituire alcuna alba.
Era così ne La Ragazza d’Autunno un’infermiera altissima e buona, che, rinchiusa in ampi maglioni colorati, aveva conosciuto il mondo attraverso la sua componente più violenta e disumana; era in Tesnota una donna in scontro con una tribù allargata in un momento di pace e transizione tra la prima e la seconda guerra cecena. È invece in Butterfly Jam l’avvinghiarsi di corpi per gioco o per sport, braccia e gambe che si prendono e si avvitano le une alle altre, l’affetto che si continua involontario nella violenza, un abbraccio a cui concedersi come atto di resistenza, con il respiro affannoso che segna il tempo massimo di sopportazione.
Così anche la rappresentazione della quindicenne nigeriana Alika (Jaliyah Richards), amica atleta di Pyteh, via via più stretta, conferma questa tendenza materica: la vergogna della sua schiena puntellata di acne esposta dalla tuta da combattimento, l’immagine della fotocamera anteriore del telefono che le conferma il disagio, l’inevitabile tentativo, come per La Ragazza d’Autunno, di nasconderla nello spazio ingombrante di una felpa larghissima.

Forse in generale meno compiuto e più reiterato nel ribadire quello che intende rispetto alle opere precedenti – anche i bravissimi attori richiamano con fin troppa somiglianza altri loro film recenti (il Barry Keoghan di Bird, l’Harry Melling di Pillion) -, Butterfly Jam cerca però sempre la via della tenerezza, ai limiti della magia e del fantastico: uno stravagante pellicano rosa compare dal nulla a Newark annunciato dai telegiornali locali, gli antifurti delle auto parcheggiate iniziano a suonare da soli all’unisono e le stesse schiene di Pyteh e Alika, che, come gli ha raccontato il padre in una delle tante sue favole, basta appoggiare le une alle altre, sfregarle, pelle contro pelle, paura contro paura, per far scomparire l’acne.
I tanti ipotetici padri di cui parla Butterfly Jam non si scelgono allora alla nascita, si inizia ad amare ciò che di loro pare familiare, nella speranza che anche ciò che non lo è assecondi presto la propria idea astratta di supereroi. Allora forse, come in My Father’s Shadow, quegli stessi padri diventeranno tali soltanto quando si trasformeranno in fantasmi, quando li si potrà riempire con qualcosa di fantastico, e nella consapevolezza di quell’invenzione personale accettarli per come sono stati: fragili e vulnerabili, con il superpotere straordinario di essere stati perfettamente normali.
Seguici su Instagram, Facebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!
