Prima della nascita del mondo c’erano soltanto sensi in grado di afferrarlo. Prima di quei sensi c’erano soltanto bambini curiosi di scoprirli. La piccola Amélie (Amélie et la Métaphysique des tubes) di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jin Kuang, presentato a Cannes 2025, costruisce un racconto di formazione primordiale che ritorna alla genesi immaginativa del vivere e del sentire, una cosmogonia pulsante di meraviglia e fantasia, di chi scopre per la prima volta la materia viva e iridescente che abita il nostro attorno, tra colori e forme che esplodono poeticamente prima ancora che qualcuno dia loro un nome e una definizione.
La piccola Amélie è uscito nelle sale italiane dal 1 gennaio 2026 distribuito da Lucky Red.
La piccola Amélie, storia di uno sguardo d’infanzia

Giappone, anni ’60. Figlia di una pianista e di un diplomatico belga in trasferta, la piccola Amélie è un bozzolo chiuso in una bolla senza coscienza, un «ortaggio» dall’apatia patologica. Ma quando la nonna le fa assaggiare un pezzo di cioccolato bianco, Amélie a due anni e mezzo nasce per la prima volta. Da quel momento epifanico, di un miracolo divino che le dona la vita rispetto a uno stato simil-vegetativo, Amélie scopre i suoi sensi, il piacere del gusto, lo sguardo vispo di occhioni verdi e tondi che assorbono tutto ciò che si trovano attorno, e a cui seguiranno a ruota tutti gli altri piaceri dell’universo perché «ogni volta che ci sarebbe stato piacere ci sarei stata io».
Dopo che la nonna ritorna a casa in un Belgio confinato «alla fine del mondo», Amélie, rimasta sola, si lega indissolubilmente alla tata Nishio-san, l’unica persona che, come la nonna, non la tratta da semplice bambina. Insieme a lei Amélie viene travolta dai ponti immaginifici e sinestesici che tra le montagne morbide del Kansai contaminano le due culture, di provenienza e di acquisizione, mondi e modi di intendere all’unisono fantasia e natura: fiori schiusi a comando, carpe baffute somiglianti al brutto sesso che sguazzano tra luminescenti e dissonanti giochi d’acqua raveliani, il kanji del suo nome tracciato sulla condensa di una finestra a suggellare una pioggia «preziosa e pericolosa, tumultuosa e invulnerabile» in cui identificarsi. Amélie si sente definitivamente giapponese.
La piccola Amélie, metafisica di un ricordo

Ne La piccola Amélie Maïlys Vallade e Liane-Cho Han, esordienti alla regia, adattano con dolcezza e delicatezza l’atipico e inclassificabile romanzo autobiografico Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb, scrittrice belga che ha trascorso i primi anni di vita proprio in Giappone. La metafisica del titolo (ripreso anche nell’originale francese del film) indica un percorso di riscoperta fantastica e surreale che trascende i sensi, la primavera raggiante ed ebbra di chi ricordando la propria infanzia risveglia qualcosa che va oltre «la prigione del corpo». Bambini che generano e inventano mondi come fossero Dio, e un Dio imperturbabile che funziona come un tubo, perché «infischiandosene altamente di essere Dio»1 nel nulla prima del nulla s’interessa soltanto a «ingoiare, digerire ed espellere».
Così, non a caso, la prima parola che Amélie pronuncia ad alta voce, prima ancora di mamma o papà, è aspirapolvere, quell’animale meccanico che raccogliendo rifiuti «sostituisce il tutto col niente», e, come sorella semantica di quell’annientamento improvviso, Amélie, all’opposto, il niente lo trasforma in tutto. Scrive Nothomb nel romanzo che «la vita inizia laddove inizia lo sguardo»2 e così, tra i tanti perché rimasti ancora senza risposta, la piccola Amélie si rivolge guardando con stupore onnipotente lì dove tutto è cominciato: il Big Ben dei suoi sensi, la mela di Adamo ed Eva colta negli infiniti rossi carmini o scarlatti, un parto naturale il cui vagito del mondo è scoppiato dentro il santuario caleidoscopico dei suoi occhi curiosi.
La piccola Amélie ribolle in ogni inquadratura di acquerelli e tinte sfavillanti senza contorni, che accanto a ispirazioni da Studio Ghibli fanno emergere quella joie de vivre pittorica di Henri Matisse che già muoveva il meraviglioso Linda e il pollo – la storia animata di una famiglia segnata dal lutto, riaccesa dalla possibilità di ricordare e di ritornare con la memoria a tratti gessosi e materici, i profumi inebrianti della cucina che incrociano culture, un’enciclopedia sensoriale che ne scaccia via per colori i traumi. La piccola Amélie si posiziona esattamente in quello squarcio irrimediabile che separa il guardare dal riuscire a processare una sensazione troppo intensa da dimenticare. «A tre anni si nota tutto e non si capisce niente» dice Amélie.
La piccola Amélie, come i colori illuminano il buio

Il racconto che Vallade e Han fanno ne La piccola Amélie non rappresenta però soltanto la storia idilliaca delle tante prime volte che si susseguono nell’infanzia, ma vive piuttosto della prospettiva meditata e commovente di chi ricorda attraverso il peso del dopo, rimestando i ricordi per carpirne il valore, riempiendo i vuoti della memoria con il fuoco libero dell’immaginazione. E allora, in quel primo impatto col mondo tutto di percezioni debordanti e dettagli sfumati, in cui la vita è «una grande bocca vorace che non trattiene nulla», anche le prime cose di cui fare esperienza possono lasciare una ferita, anche senza che la scrittura tagliente di Nothomb ne amplifichi la frattura.
Amélie scopre poco alla volta le brutture e le storture di ciò in cui è immersa, il disincanto che ne corrode e ne screzia tra le lacrime l’invenzione, riportando a terra la sua natura divina, i sensi che rispondono sempre e soltanto alla sua storia, non per forza anche a quella estranea di altri: un padre che piange «come un bambino gigante» oltre le fessure delle porte, l’onda oceanica della morte che ricorre a sospingerla verso l’abisso buio, il trauma della guerra e del colonialismo, di bombe piovute dal cielo come verdure nella zuppa sul fuoco, per mano di chi ora le due culture le vorrebbe conciliare con l’affetto. «La morte sapevo cos’era ma non mi bastava per capirla».
Forse in questo La piccola Amélie rivela il suo non essere evidentemente (o non soltanto) un film per bambini, la spigolosità con cui tocca certi temi, la durezza con cui questi si palesano sullo schermo senza che alcuna colorimetria ne edulcori il carico emotivo. Come nella stop-motion struggente de La mia vita da zucchina la giocosità tecnica si compenetra alla chiarezza della sofferenza e della perdita, nascosta solo in apparenza da pupazzi di plastilina dall’immediatezza narrativa. «Non avrei mai pensato che la vita fosse così bella ma qui con voi è davvero bellissima» diceva Zucchina in risposta all’alcolismo della madre, alla sua morte, la solitudine raggelante da aggiustare con il calore di tante altre con cui condividere qualcosa.
La piccola Amélie, ricordare ovvero creare il mondo

Sappiamo dalla restante opera letteraria di Nothomb che l’abbandono forzato del suo adorato Giappone all’età di appena cinque anni («quello che amavo stavo per perderlo» dice Amélie nel film), sarà per lei un vero e proprio «primo esilio» culturale ed emotivo3. E quando vi ritornerà da adulta, con l’illusione di far rivivere lì quella commistione linguistica che definiva come «franponese» contro ogni «vocabolario o sintassi»4, Nothomb si ritroverà delusa e demansionata in una grossa multinazionale di Tokyo, con l’ordine imperativo del suo superiore di costringersi a «non capire più il giapponese»5, vagare per uffici enormi, pulire servizi igienici come «guardiana dei cessi», sopportando l’umiliazione infernale di gerarchie rigide e alienanti.
Sarà la scrittura a salvarla, a tenerne insieme i pezzi, a custodirne la forza terapeutica e rielaborativa contro traumi e cicatrici che, come la grazia del cioccolato bianco della sua genesi, accompagneranno ogni altra sua esistenza successiva. La parola che per Nothomb è pensiero che mette in moto «carne inerte»6, per la piccola Amélie è ciò che nomina le cose per farle vivere davanti agli occhi, come il fratello molesto chiamato per nome soltanto quando le ha dimostrato un gesto d’amore sincero. Ricordare rappresenta allora un atto di creazione quanto la vita stessa, la sacralità quasi biblica di chi ha perso così tanto da sapere che quelle prime volte, nel regno magico d‘infanzia, saranno sempre immagini pure insostituibili.
Così ne La piccola Amélie chiunque può ritrovare frammenti del proprio vissuto, che sia un’infanzia interrotta bruscamente o scolpita per sempre in vecchi album di famiglia impolverati, immedesimandosi in quelle frequenze cromatiche sgargianti e mai accecanti, paradossi emotivi che permettono ai «ricordi di restare», come dice la nonna ad Amélie, guarendo dalla «malattia del trattenersi» che impedisce di amare. Non allora il desiderio fantascientifico di un’immortalità sovraumana, metafisica solo perché interrompe contro-natura il fisiologico scorrere della vita e del tempo, ma lo scoprirsi eterni in infinite rinascite, tornando fantasticanti bambini pieni di memoria, lasciati crescere rigogliosi dentro un barattolo di vetro con cui catturare l’universo intero: un gioco umanissimo «più divertente che essere Dio».
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