Uno dei due film scelti per la proiezione di mezzanotte alla 82a Mostra del Cinema di Venezia, insieme a La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, è stato Orfeo. Della durata di poco più di un’ora, Orfeo è un viaggio dalla qualità incredibilmente fantastica offerta da Virgilio Villoresi, che si avventura in una terra sconosciuta con quest’opera sperimentale. Sconvolgente ed eclatante, Orfeo si distingue nettamente da ogni altro film del festival per il modo in cui mette in scena la propria storia, tratta dal Poema a fumetti di Dino Buzzati.
Orfeo, un giusto “stile sopra sostanza”
Orfeo segue i personaggi della graphic novel di Buzzati: Orfeo ed Eura, due giovani innamorati nella Milano degli anni ’60. Orfeo, pianista di innegabile talento, trascorre i giorni a contemplare il dolce viso dell’amata, finché un giorno non la vede attraversare una porta e scomparire. Deciso a ritrovarla, Orfeo oltrepassa quella soglia e si ritrova catapultato in un mondo senza regole, alla ricerca di risposte su questa realtà eccentrica, su Eura, e su sé stesso.
Sin da subito Orfeo dichiara che la trama passa in secondo piano: il focus è sull’estetica, in quanto i temi principali emergono chiaramente dalla messa in scena. Il film è un collage di ispirazioni infinite, da Lynch a Burton, ma senza risultare pesante per lo spettatore, che anzi si gode questo mix di stili potenti e affascinanti. Ammirevole anche la tecnica mista: Orfeo alterna costantemente riprese in live action e sequenze in stop motion, con una fluidità che mostra chiaramente quanto Villoresi avesse ben chiaro in mente il risultato visivo da ottenere.

La musica diventa il vero tramite del racconto: senza bisogno di cercare un senso nella trama, basta lasciarsi trasportare dalle immagini e dalle dolci note del pianoforte. L’assurdo, la paura di perdersi in un mondo sconosciuto che è specchio di sé stessi: Orfeo persevera nel suo viaggio, convinto che l’amore possa trionfare sopra ogni cosa. Un amore che non deve diventare ossessione né essere dimenticato, ma che rimane puro e unificante. L’ultima scena di sovrimpressioni comunica proprio questo: nel mondo dei vivi come in quello dei morti, due anime affini rimangono sempre insieme.
Un’estetica promettente ma ancora acerba

Con l’innovazione filmica emergono anche dei limiti. In primo luogo, la recitazione di Luca Vergoni e Giulia Maenza: sebbene i due siano perfettamente coerenti con l’immagine del film, la loro interpretazione spezza il flusso che Orfeo vorrebbe mantenere. A questo si aggiunge l’eccesso di dialoghi: non solo recitati in maniera poco incisiva, ma anche ridondanti. La musica dovrebbe essere il tramite delle immagini, mentre le spiegazioni continue rompono l’atmosfera troppe volte.
Appare infine evidente che, sebbene Virgilio Villoresi abbia una forte visione estetica, talvolta fallisca nel rispettare le regole del cinema. I numerosi scavalcamenti di campo dimostrano che il regista è ancora acerbo: ha un’idea chiara in mente, ma gli mancano in parte i mezzi tecnici per realizzarla. Orfeo rimane comunque una scommessa coraggiosa: con piccoli errori qua e là, ma capace di gettare le basi per continuare a proporre al festival opere impavide, che non temono di spiazzare lo spettatore e risultare innovative.
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