Due procuratori

Due procuratori, una storia di uomini e giustizia

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L’approccio scolastico alla storia, specialmente nella scuola italiana, è molto di stampo mnemonico piuttosto che conoscitivo. Si studiano a memoria le date, i nomi, si ripete la famosa frase de “la goccia che fece traboccare il vaso” e poi, dopo l’interrogazione sugli ultimi capitoli, si dimentica tutto. Il periodo peculiare che stiamo vivendo, fatto di corsi e ricorsi storici, si è realizzato davanti ai nostri occhi anche a causa della nostra tendenza a non interiorizzare gli eventi che ci hanno preceduti. Dimenticare è la cosa più pericolosa da fare, ma al tempo stesso la più umana. È proprio quando la memoria diventa dormiente che è necessario un film come Due Procuratori di Sergei Loznitsa, presentato al 78º Festival di Cannes.

I luoghi e gli eventi di Due procuratori

1937, i crimini di Stalin sono al loro apice. Un giovane procuratore, ancora inesperto e forse anche troppo ingenuo, si imbarca nel tentativo di aiutare un uomo che, con pazienza e sofferenza, lo attende dentro le fredde mura della sua cella a Brjansk. Il procuratore, Korneev, dopo aver ascoltato la storia dell’uomo e testimoniato delle torture da lui subite, si prende la responsabilità di andare a Mosca e far funzionare il sistema giudiziario. Dopo ore insopportabili, riesce finalmente a parlare con il suo superiore, il Procuratore Generale Vyšinskij; Due Procuratori termina con una scoperta scontata per lo spettatore, ma molto amara per Kornev: il sistema è più corrotto, e allo stesso tempo efficace, di quanto avesse immaginato.

Due procuratori ci immerge in una realtà fatta di spazi liminali, come la prigione dove Korneev va a vedere l’uomo ingiustamente detenuto. Il carcere è fatto per sembrare respingente e privo di ogni speranza. La tinta verde e rossa delle mura ricorda l’uniforme sovietica, colori che dovrebbero simboleggiare ordine, giustizia e autorità; tuttavia, le pareti sono piene di muffa, simbolo tangibile di decadimento fisico dell’ambiente, ma soprattutto del sistema di giustizia sovietico, ormai marcio e corrotto.

Korneev, giovane procuratore, va a visitare il detenuto nel film Due procuratori di Sergei Loznitsa

I mezzi di trasporto di cui usufruisce Korneev, sebbene pieni di di vita, sembano comunque una sorta di “non-luoghi“. La carrozza che prende per andare a Mosca e il treno per tornare sono spazi in condivisione con persone che alternano una vitalità fuori luogo a un silenzio malinconico. Nella carrozza vediamo una varietà di personaggi ignari della terribile storia che Korneev ha appena svelato, ma che sembrano conoscerla, come se il sistema di Stalin fosse noto al loro inconscio, ma non completamente accettato. Il sentimento rivoluzionario è ancora vivo tra queste persone, ma si affievolisce col tempo, come un ricordo lontano di una vita migliore.

Il confronto con il potere, i due procuratori Korneev vs Vyšinskij

Korneev va verso l'ufficio del Grande Procuratore a Mosca nel film Due Procuratori di Sergei Loznitsa

La sala d’attesa del Grande Procuratore è forse il luogo più dissociante del film: qui i silenzi che Loznitsa ha sistemato con attenzione diventano insopportabili, addirittura assordanti. I singoli nomi che vengono chiamati dall’ufficio di tanto in tanto (mai quello di Korneev) sono come un orologio che segna il lento ritmo di una burocrazia creata per intrappolare piuttosto che per facilitare la vita dei cittadini. Il climax di Due Procuratori arriva all’improvviso, contro ogni aspettativa: Korneev è ammesso nell’ufficio e racconta la propria verità.

Dalla prima occhiata al Procuratore Generale diventa inevitabile che fallimento e morte siano le uniche opzioni. Il grande contrasto su cui Due Procuratori è costruito si mostra pienamente nel confronto tra Korneev e Vyšinskij: età e autorità, gioventù e innocenza. Un uomo che segue ciecamente un sistema che inevitabilmente divorerà anche lui, contro un ragazzo che conosce la giustizia degli uomini e vuole applicarla, ma si scontra con un mondo di incredibili complessità. Lo scontro tra i due è chiaramente impari, e quando Korneev viene lasciato andare sappiamo che purtroppola sconfitta è vicina.

Il confronto tra i due procuratori nell'omonimo film di Sergei Loznitsa. La sala d’attesa del Grande Procuratore è forse il luogo più dissociante del film: qui i silenzi che Loznitsa ha sistemato con attenzione diventano insopportabili, addirittura assordanti. I singoli nomi che vengono chiamati dall’ufficio di tanto in tanto (mai quello di Korneev) sono come un orologio che segna il lento ritmo di una burocrazia creata per intrappolare piuttosto che per facilitare la vita dei cittadini. Il climax del film sovviene all'improvviso, contro ogni aspettativa: Korneev è ammesso nell’ufficio e racconta la propria verità.

Nel profondo del cuore lo spettatore spera che Due procuratori sia una sorta di riscrittura storica, un modo di ottenere giustizia a posteriori nello stile di Tarantino in Bastardi senza gloria o C’era una volta a Hollywood. Ma Sergei Loznitsa mostra la triste realtà per quella che è stata: Korneev, così come i vecchi rivoluzionari imprigionati, non ottiene alcun tipo di giustizia, ogni speranza riposta nell’impresa del giovane procuratore è un’illusione.

La posizione dello spettatore, un finale tristemente scontato

L’ultimo blocco narrativo, quello del treno, è il più dolceamaro. Una lunga sequenza che dà sollievo, per un momento, nel vedere Korneev essere accolto da qualcuno con felicità e gentilezza. I suoi due compagni di viaggio lo ricevono con sorrisi, cibo e musica, Korneev stesso si lascia scappare un sorriso per la prima volta dall’inizio di Due Procuratori. Questo il modo in cui agisce il regime: dona speranza per poi toglierla brutalmente. I due compagni di viaggio si rivelano essere NKVD, e portano Korneev nel luogo dove è mostrato per la prima volta: la prigione di Brjansk. Il cancello si chiude davanti agli occhi dello spettatore, Korneev è condotto all’interno del carcere, sfuggendo per sempre allo sguardo della Storia.

Korneev cammina, elegante, per le strade di Mosca nel film Due Procuratori.

La messa in scena di Loznitsa è meravigliosamente teatrale: gli spazi che i personaggi attraversano sono messi in scena come palcoscenico, ma rimanendo comunque lontani e distaccati. I grandi attori di Due Procuratori sono certamente Aleksandr Filippenko o Aleksandr Kuznetsov, ma la loro performance è senza dubbio enfatizzata dai silenzi, compagni di recitazione che donano i giusti accenti. Il prezzo finale che Korneev dovrà pagare per aver alzato la voce è un eterno silenzio che riecheggia in una cella. Una reclusione che spoglia della propria identità, rimuovendo dall’oggi al domani la vita precedente.

La maestria con cui questi meccanismi marci sono mostrati dona un messaggio duro e critico su cosa significhi affrontare l’autorità, e su quanto impegno ci voglia per distruggere un simile apparato burocratico e giudiziario. Una volta che i leader eletti hanno modo di esercitare il potere a proprio piacimento, diventa troppo difficile, forse impossibile, revitalizzare la parte sana del sistema. Loznitsa smonta il concetto di autorità e descrive magistralmente, in tutte le sue sfumature, gli avvenimenti e la burocrazia sotto la macchina di Stalin, una struttura di pensiero che è stato mantenuta in silenzio e ben oliata per anni.

Korneev nella prigione di Brjansk

Due Procuratori è un film che non insegna necessariamente nulla di nuovo rispetto a ciò che lo spettatore ha imparato sui banchi di scuola. Tuttavia, è fondamentale per la meticolosità con cui riapre una pagina di storia spesso dimenticata, così da comprendere le brutalità dei meccanismi di potere che, volenti o nolenti, riguardano noi tutti. Due procuratori ci dà la possibilità di tornare critici e accorti, così da essere capaci di vedere i segnali di avvertimento nella società odierna e sapere come reagire, prima che l’autorità prenda il sopravvento su di noi, costringendoci dentro delle mura fatte di silenzio e vite cancellate.


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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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