Fra i film fuori concorso più attesi di questa edizione della 82. Mostra del Cinema di Venezia c’era sicuramente After the Hunt, ultima fatica di Luca Guadagnino dallo stellare cast hollywoodiano: Julia Roberts, Andrew Garfield, Ayo Edebiri, Chloë Sevigny e Michael Stuhlbarg sono i protagonisti di un torbido dramma che prende di petto alcune delle questioni sociali e morali che più hanno interessato il dibattito culturale contemporaneo.
Il film uscirà nelle sale italiane dal 16 ottobre 2025 con il titolo After the Hunt: Dopo la caccia, distribuito da Eagle Pictures.
After The Hunt (2012)

In After the Hunt è possibile assistere al successivo step evolutivo del regista forse più discusso degli ultimi dieci anni: tutti cercano di capirlo, nessuno riesce a sondarlo fino in fondo. Questo è probabilmente dovuto al fatto che Luca Guadagnino è un regista “alla Joseph Losey”. La meno conosciuta ala MacMahon dei Cahiers du Cinéma sosteneva che Losey fosse il più grande regista della loro epoca perché capace di scomparire dietro la macchina da presa, con uno stile registico che si asservisse completamente alla storia che voleva raccontare.
Guadagnino è proprio così, un autore capace di non essere autoriale, capace di prendersi libertà pericolose e passare vertiginosamente dal citare Fassbinder e Cronenberg in Queer (2024) all’adattare con precisione chirurgica una sceneggiatura dal sapore simile ad un cocktail esplosivo che misceli Woody Allen, Mike Nichols e Thomas Vinterberg. Del regista di Un altro giro (2020) c’è tutta la compostezza registica, fatta di tagli puntualissimi, struggenti primi piani e lavoro di lima sulle performance degli attori.
Facendo riferimento al capolavoro danese Il sospetto (2012)- intitolato The Hunt in lingua originale – anche in After the Hunt tornano i temi scottanti: se lì si affrontava l’accusa di pedofilia inferta ad un insegnante innocente in uno sperduto paesino danese, qui l’azione si svolge all’interno delle lussuose mura di Yale, fra le quali due professori -Roberts/Garfield-, amici di vecchia data con un’intimità fisica un poco sconveniente per entrambi, si trovano a competere per la stessa cattedra. La loro inizialmente sana competizione prende una brusca svolta quando il pupillo della professoressa Alma-Roberts accusa il professor Hank-Garfield di averla molestata sessualmente.

La reazione scomposta di Alma lascia Maggie-Edebiri scossa dal confronto, credendo la professoressa pronta a difendere il collega: le cose si complicano maggiormente quando la Roberts decide di affrontare di petto certi argomenti con l’allieva; il suo background di erede dinastica, la sua mediocrità accademica, i suoi viscidi tentativi di impressionarla, le sue scelte di vita fatte esclusivamente per apparire, cominciano a gettare ombre sulla sua testimonianza. Guadagnino riesce a cavalcare la sottilissima lama dell’accusare tutti senza assolvere nessuno prendendo di mira le contraddizioni delle generazioni più giovani e sottolineando le storture di quelle più anziane.
Se la studentessa strumentalizza la propria storia pretendendo in cambio attenzioni dai media e dai dirigenti di Yale, Alma vive con un bagaglio emotivo pesantissimo, nel quale abusi e violenze continuano a non essere rintracciati anche se presenti alla luce del sole. In After the Hunt i giovani combattono battaglie performative senza reale coerenza morale, ed i vecchi rinforzano quei sistemi violenti e ingiusti nei quali si sono dovuti far strada senza riconoscerne gli orrori.
After the Hunt, non sempre ciò che è corretto è anche giusto

Al centro di After the Hunt stanno ricche riflessioni su ruoli di genere, norme sociali in continua evoluzione, potere dei media e performatività. Il mondo accademico è da sempre stato il regno delle apparenze che trionfano sulla sostanza e nonostante l’argomento sia già stato trattato in lungo e in largo Guadagnino lo affronta colpendo entrambe le fazioni di questa guerra di altezzosità: da un lato i compiaciuti docenti, tracotanti dei loro successi e spesso inclini ad accettare l’adulazione dei loro studenti, dall’altro allievi senza un’unghia di esperienza sulla vita vera, abituati a famiglie benestanti che hanno sempre fatto tutto per loro, inclini appunto a mettere in piedi complesse performance che definiscano la loro insicura personalità.
A chiunque abbia frequentato ambienti universitari sarà capitato di incappare in entrambi i fenomeni. Ciò che After the Hunt coglie nel pieno è la loro fedelissima rappresentazione. Il film si pone e pone allo spettatore domande nelle quali chiunque è incappato, spesso col timore di enunciarle ad alta voce, dubitando di se stesso anche solo per averle pensate. Il discorso culturale contemporaneo non può essere categorico e dividere i problemi secondo la logica del bianco e nero: esistono sfaccettature e al loro interno si sviluppano le situazioni più drammaticamente interessanti.
Sul finale di After the Hunt, apparentemente sbagliato e buonista rispetto alla causticità del film, si scriverà parecchio: forse l’unica interpretazione sensata è che Guadagnino abbia aggiunto l’ultima sequenza proprio per prendersi gioco di coloro che criticheranno il film per alcune sue posizioni, rifiutandone la complessità. Si tratta di un finale annacquato, volutamente fin troppo conciliatorio, ingegnato per evidenziare quanto noioso e scontato sarebbe quel mondo perfetto voluto dai futuri maggiori critici del film. E alla fine la camera cade, si sentono risate fuori campo ed un grido: “taglia!”. Il regista ci ha dato il nostro finale, ma lo ha reso ironicamente ancora più fasullo di quanto già non fosse.
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