
Chiunque abbia passato la propria infanzia giocando con le bambole sa quanto sia facile rimanere coinvolti nelle trame create dalla propria mente. I personaggi mossi dalle mani bambinesche che li hanno animati in primo luogo; le loro voci scaturite tutte dalla stessa piccola bocca; l’innocente racconto spesso fatto di battaglie e cavalieri, spie e cowboys. Sono tutti elementi che persistono nella memoria grazie all’intensità con cui furono concepiti e giocati allora. Perciò anche le case di bambole orchestrate da Wes Anderson, così spesso accusate di superficialità, sono tremendamente complesse e pregne di significato. Non è casuale che gli psicologi guardino proprio ai giochi dei loro pazienti più piccoli per carpirne i segreti.
Dal 28/05 al cinema, La Trama Fenicia, esattamente come tutto ciò che il suo regista ha prodotto negli ultimi anni, si muove verso un’assoluta rarefazione stilistica: i dialoghi sono sempre più meccanici; “le bambole” sempre più “plasticose”; le trame sempre più inutilmente arzigogolate e proprio per questo non fanno che rendere ancora più espliciti i temi ricorrenti del lavoro di Wes Anderson.
La Trama Fenicia e lo stile di Wes Anderson

Già un titolo del genere potrebbe lasciare profondamente perplessi: La Trama Fenicia fa riferimento ad un complesso piano del magnate Zsa-Zsa Korda, interpretato da Benicio del Toro, che prevede l’apertura simultanea di diversi faraonici progetti in una remota regione del Medio Oriente, i quali consentirebbero agli eredi di Korda di vivere con 150 anni di guadagni assicurati. Per concludere l’affare, del Toro deve incontrare diversi altri ricchi uomini disposti ad investire, manipolandoli e destreggiandosi fra le loro peculiarità; il tutto accompagnato dalla figlia maggiore, abbandonata in tenera età, pronta a prendere i voti religiosi come suora e ricontattata dal padre per diventare la sua unica erede materiale.
Lo stile è quello ormai riconoscibilissimo di ogni altro film di Wes Anderson: movimenti di camera repentini, inquadrature simmetriche e curate nei minimi dettagli, ironia impassibile, colori pastello e le immancabili musiche di Alexandre Desplat. La velocità dell’azione si sposa alla perfezione con gli inseguimenti, le sparatorie, gli attentati a cui assistiamo durante La Trama Fenicia; questo umorismo è profondamente polarizzante, ma chi ha apprezzato i precedenti lavori di Anderson non potrà esimersi dal ridere anche con quest’ultimo.
Come sempre, risulta difficile ad una prima visione cogliere ogni particolare, assorbire il senso di ogni scambio di battute. Ne la Trama Fenicia parrebbe davvero che lo stile abbia superato la sostanza: del resto ci sono persone che sostengono questo già da The French Dispatch (2021), che invece è in assoluto il film più emotivamente carico della recente produzione di Anderson, e che avevano continuato a sostenerlo per il meraviglioso Asteroid City (2023), altrettanto capace di emozionare. Per la prima volta è veramente difficile connettere con il rifinito mondo di Wes.
I temi di Wes Anderson

Ma torniamo alla teoria delle bambole. Per Anderson tutta questa freddezza non può essere altro che un meccanismo di difesa, che noi spettatori abbiamo il compito di disinnescare. Proprio come un bambino che insceni il divorzio dei genitori con i pupazzi, Wes Anderson utilizza i suoi attori per riflettere su un’ampia rosa di argomenti, riconducibili a tre macro aree: la solitudine, l’infanzia, lo scopo. Ne La Trama Fenicia si aggiunge anche una velata riflessione politica, presente già in altri film.
Solitudine e infanzia sono temi intrecciati per Anderson: i suoi protagonisti sono sempre bambini intrappolati in copri adulti o viceversa. In ogni caso sono personaggi soli, capaci di sopravvivere nella loro solitudine ma segretamente sofferenti per l’incolmabile distanza che li separa dal resto del mondo. Lo era Steve Zissou, lo era Mr. Fox, lo è Zsa-Zsa Korda: al centro de La Trama Fenicia sta proprio il rapporto fra le tre generazioni di Korda, dal padre di Zsa-Zsa a sua figlia suora.
Nel tentativo di riconnettere con lei, per il magnate tornerà ad emergere il trauma dell’infanzia vissuta con un padre anaffettivo e crudele, che, si scoprirà alla fine del film, è rimasto insepolto contro le sue ultime volontà. I modi di fare spietati di Benicio del Toro sono un diretto riflesso dell’abbandono subito da bambino: “se qualcosa ti ostacola: travolgilo. Me lo ripeteva sempre mio padre” afferma Korda ad un tratto.
La sua solitudine è moltiplicata dai complessi rapporti familiari che lo circondano: la distanza messa fra sé e i nove figli maschi, la mortale rivalità col fratellastro Nuber – un magnetico Benedict Cumberbatch – e l’opportunistico matrimonio con la cugina Hilda – Scarlett Johansson – non sono altro che continui tentativi di Korda per avvicinarsi il più possibile al più estremo grado di solitudine: quella della bara.
Mai Wes Anderson aveva scritto un personaggio tanto contemporaneamente ossessionato e terrorizzato dalla morte: sopravvive a giornalieri attentati, vive senza riguardo per il futuro, commercia in armi ed offre granate a mano ad i suoi ospiti come fossero drink di cortesia; dopo l’ennesimo schianto al quale sopravvive in apertura del film, Korda inizia ad avere visioni del suo personalissimo aldilà: un’aula di tribunale medievale – remore dei set di Sergei Parajanov – nella quale viene giudicato per tutti gli spregiudicati orrori da lui compiuti al fine di arricchirsi. Da notare la presenza di Willem Dafoe come “angelo difensore,” Charlotte Gainsbourg come giudice e Bill Murray come Dio, possibile emanazione diretta della figura paterna nella cui ombra vive Korda.
Proprio la ricchezza si ricollega ad entrambe le questioni rimaste inesplorate: lo scopo e la politica de La Trama Fenicia. Ovviamente il benessere del protagonista è reso possibile dalla spietatezza con cui ha condotto i propri affari, senza remore circa l’utilizzo di violenza o mezzi disumani; “non sono un cittadino, non mi servono i miei diritti umani” afferma lo stesso Zsa-Zsa.
Attraverso la sua attività ha messo i bastoni fra le ruote al governo statunitense, a milizie armate e ad altri imprenditori come lui: La Trama Fenicia ha una chiara posizione anticapitalista in questo senso, condannando lo spregiudicato mestiere di chi si occupa di maneggiare soldi propri e vite altrui e prendendo una ancor più netta posizione sulle operazioni colonialiste di Europa e Stati Uniti in Africa e Medio Oriente.
Di scopi ne abbiamo almeno tre: quello di Korda, della figlia e di Bjorn, agente governativo degli Stati Uniti che lavora segretamente per ostacolare i protagonisti. Ognuna delle loro vocazioni viene demolita: Korda perde il denaro a cui aveva dedicato la vita, la figlia Liesl perde la religione e Bjorn la cieca fiducia nell’apparato governativo per cui lavora. Torniamo quindi alla tesi assurda già espressa dal regista in Asteroid City, secondo cui nulla avrebbe veramente senso: tutto ciò che abbiamo di sacro sono i rapporti umani che ci circondano. La Trama Fenicia finisce, infatti, con un sobrio ritorno alla normalità: una partita a carte fra padre e figlia è tutto ciò che serve ad entrambi per essere felici.
Ma poco prima dell’epilogo, troviamo la vera “scena madre” de La Trama Fenicia: conclusi gli inseguimenti e le contrattazioni per la trama fenicia, Korda e Leisl si trovano per un istante insieme nell’aldilà, quanto basta per simbolicamente dare al padre di Korda la sepoltura che aveva richiesto e permettere quindi al figlio di vivere in pace col proprio passato. Seppellito il padre, la vita va avanti.
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Davvero ottima recensione. Film visto stasera per la prima volta e devo dire davvero uno splendido lavoro di Anderson. Grazie per il vostro lavoro.