Un'immagine tratta dal film Eileen Gray e la casa sul mare di Beatrice Minger e Christoph Schaub.

E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare, una casa tutta per sé

12 minuti di lettura

Eileen Gray ha 96 o 97 anni quando viene intervistata per l’ultima volta. È a Parigi, nella sua casa-studio al n. 21 di Rue Bonaparte, ed è impegnata nella progettazione della sua ultima opera di design. È il 1974 o il 1975 e questo è l’ultimo o il penultimo anno della sua vita, ma lei non può saperlo. Non ricorda quanti anni ha – forse 96, forse 97, ha smesso di tenere il conto – ma ricorda che quelle pareti in origine erano bianche e che lei le ha sempre preferite così.

«Il posto che cercavo l’avevo già trovato. Nella mia immaginazione, nel mio lavoro», dice a un certo punto, con lo sguardo rivolto non verso la macchina da presa ma davanti a sé, lontano.

Il posto di cui parla è Roquebrune-Cap-Martin, un piccolo comune francese della Costa Azzurra, e le pareti sono quelle della Maison en bord de mer, anche conosciuta come E.1027, la casa progettata e realizzata da Eileen Gray, pioniera del design e dell’architettura moderna, e Jean Badovici, architetto, giornalista e direttore della rivista L’Architecture Vivante, tra il 1926 e il 1929.

E.1027 nasce dall’intreccio dei loro nomi: E sta per Eileen; 10 sta per J, la decima lettera dell’alfabeto e l’iniziale di Jean; 2 sta per B, la seconda lettera dell’alfabeto e l’iniziale del cognome Badovici; 7 sta per G, la settima lettera dell’alfabeto e l’iniziale del cognome Gray. È dall’incastro tra i loro nomi – e tra le loro menti – che nasce la Maison en bord de mer, una villa modernista di 130 mq disposta su due piani, costruita su pilotis e concepita come una barca immobile sulla riva del mare.

Eileen e Jean vi abitano per soli due anni, dal 1929 al 1931.  

Un'immagine dal film Eileen Gray e la casa sul mare.

È da qui che Beatrice Minger e Christoph Schaub scelgono di partire per realizzare E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare, un film documentario che prende le distanze non solo dalle due precedenti opere cinematografiche dedicate a Eileen Gray – il documentario Gray Matters diretto da Marco Orsini nel 2014 e il biopic The price of desire di Mary McGuckian del 2015 -, ma anche dai margini che tendenzialmente delimitano il film documentario, perché quello di Beatrice Minger e Christoph Schaub non è propriamente un documentario e non è propriamente un film.

È un’opera ibrida, che sfugge ad ogni tentativo classificatorio, mettendo insieme tutte e tre le funzioni (anche definite voci o prospettive) che secondo Carl Plantinga contraddistinguono il film documentario – formale, aperta e poetica – e mescolando le sei modalità – espositiva, poetica, osservativa, interattiva, riflessiva e rappresentativa – considerate da Bill Nichols come distintive del film documentario.

Eileen Gray e la casa sul mare nasce con l’obiettivo non di documentare ma di evocare, non di raccontare ma di incarnare, ma soprattutto nasce da un’inquietudine, come dichiarato dalla regista stessa:

«È accettabile appropriarsi della visione artistica di un’altra persona? Per me, no. Da questa inquietudine è nato il film. Da questo conflitto irrisolto. La violazione non riguarda solo le pareti bianche di una casa. All’inizio del Novecento, le artiste erano confinate agli spazi interni – arredi, decorazione, pittura, scrittura. Gray infranse quel limite entrando nel territorio maschile dell’architettura. Le Corbusier, lo “Zeus” del modernismo francese, reagì cercando di ricondurla al suo posto».

La casa come prolungamento del corpo: l’atto di violenza di Le Corbusier

Un'immagine dal film Eileen Gray e la casa sul mare.

Il conflitto irrisolto è quello tra Eileen Gray e Le Corbusier, o forse è solo quello tra Le Corbusier architetto e Le Corbusier pittore, tra Le Corbusier artista e Le Corbusier uomo.

Tra il 1937 e il 1938 – quando ormai Eileen Gray e Jean Badovici avevano posto fine alla loro storia d’amore e l’architetta irlandese aveva scelto di costruire una casa tutta per sé, Tempe à Pailla, sempre nel sud della Francia -, Le Corbusier, che aveva avuto modo di visitare la Maison en bord de mer diversi anni prima, ospite proprio dei due coniugi, decise di dipingere grandi murales dai colori accesi sulle pareti bianche esterne ed interne dell’edificio, chiedendo l’autorizzazione per farlo solo a Jean Badovici, ma non a Eileen Gray.

Le Corbusier si fece fotografare nell’atto di dipingere, pubblicò le fotografie sulla rivista Architecture d’aujourd’hui senza menzionare il nome di Eileen Gray e tutti credettero che anche l’intera abitazione, e non solo i murales, fosse stata progettata da lui. Nessuno conosceva il nome di Eileen Gray.

Quando, dopo la guerra, l’architetta e designer irlandese venne a conoscenza dell’atto di vandalismo e di appropriazione artistica compiuto da Le Corbusier, gli chiese di rimuovere i murales, di cancellare gli affreschi, di far tornare le pareti bianche, così come erano state concepite. Le Corbusier ignorò la richiesta e nel 1952, a circa 20 metri di distanza dalla E.1027, costruì una casa di legno, Le Cabanon, per poi morire, tredici anni più tardi, proprio mentre nuotava nelle acque di Roquebrune-Cap-Martin.

Dietro l’atto di dipingere le pareti della Maison en bord de mer si nasconde il tentativo e il desiderio violento di impossessarsi della creazione artistica di una donna e di cancellarne, con violenza, la visione.

Un'immagine dal film Eileen Gray e la casa sul mare.

Se per Le Corbusier, infatti, la casa è soltanto «una macchina per abitare», per Eileen Gray è molto di più: è un prolungamento, un corpo, un organismo autonomo e vivo. E se la casa è un corpo, allora dipingerne le pareti significa compiere un atto di violenza, uno stupro. Ad essere violato non è il corpo di Eileen Gray, ma il suo talento, la sua arte.

«Grazie a questa casa ho trovato qualcosa che non sapevo mi mancasse» – dice Eileen all’inizio del film, e ciò che le manca è un posto tutto suo, un posto dove sentirsi a casa, un posto dove sentirsi protetta ma libera, una stanza tutta per sé, una casa tutta per sé.

Immagina una casa diversa per concepire un mondo diverso. Un mondo in cui le artiste hanno lo stesso spazio degli artisti, un mondo in cui non esiste quella strana «partigianeria della storia dell’arte» secondo la quale «la storia dell’arte ha da sempre identificato la dominanza con il maschile e la recessività con il femminile», come affermato da Filiberto Menna a proposito della condizione di oblio che caratterizza la storia di molte artiste del Novecento (e non solo) dimenticate.

Eppure, il mondo in cui vive Eileen Gray è lo stesso mondo abitato da Calogero Cascio, che nel capitolo Se la signora fa clic di Professione fotoreporter (1971) sostiene che la donna possa essere una brava fotografa solo qualora selezioni con cura i servizi da fare, vale a dire solo qualora si occupi di inchieste sociologiche, reportage di costume e documentazioni storiche, evitando fatti drammatici, analisi psicologiche, inchieste politiche e di viaggio.

Quello abitato da Eileen Gray è lo stesso mondo in cui Enzo Sellerio, in un articolo pubblicato su L’Espresso negli anni ’80, dal titolo L’obbiettivo ha l’occhio a mandorla, invitato a selezionare dieci fotografe per la realizzazione di un’antologia, sostiene che le donne non abbiano dato un grande contributo all’arte fotografica italiana e che non ci siano state fotografe italiane immaginifiche, eccezion fatta per Elisabetta Catalano e per le madri di alcuni grandi fotografi, che hanno il merito di aver dato alla luce talenti eccezionali.

E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare: film, documentario o opera teatrale?

Un'immagine dal film Eileen Gray e la casa sul mare di Beatrice Minger e Christoph Schaub.

Eileen Gray e la casa sul mare di Beatrice Minger e Christoph Schaub ha origine, dunque, anche dal desiderio e dall’urgenza di riattribuire a Eileen Gray l’autorialità della sua Maison en bord de mer e di ridarle corpo, sguardo, voce. Le immagini in movimento sono accompagnate, infatti, dalla voce di Natalie Radmall-Quirke, che interpreta Eileen Gray, a eccezione della sequenza finale, in cui è la voce stessa di Eileen Gray a dare corpo alle immagini.

Immagini d’archivio e di repertorio – fotografie in bianco e nero, bozze e documenti dei progetti – si fondono con riprese realizzate nel presente nella casa E.1027 e in uno spazio scenico e teatrale che altro non è se non un interno spoglio, quasi astratto, abitato dai corpi dei tre attori che interpretano Eileen, Jean e Le Corbusier e da pareti bianche su cui vengono proiettati spezzoni di pellicole quali À propos de Nice di Jean Vigo, Ballet Mécanique di Fernand Léger, Emak Bakia di Man Ray.

E allora quello realizzato da Beatrice Minger e Christoph Schaub non è propriamente un film né propriamente un documentario, ma assume contemporaneamente le sembianze di un’opera teatrale destinata ad essere registrata e riprodotta sullo schermo e di un diario intimo accompagnato da una voce sola. Quella di Eileen Gray.


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Classe 2003, laureata in Letteratura Musica Spettacolo e studentessa di Scritture e produzioni dello spettacolo all'Università La Sapienza di Roma. Dolcemente nostalgica, ho iniziato a raccontare storie a 2 anni e da allora non ho mai smesso. Amo il cinema e la letteratura, colleziono tramonti, la mia mente è un film di Nanni Moretti.

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