Sant’allegria, sant’amore che vai via / Ascoltami stasera / Un’altra frase, mezza frase aspetterò / Sperando che sia vera
-Ornella Vanoni, Mahmood, Sant’allegria
Forse è stato nel modo in cui lui le ha voltato le spalle, nelle prime inquadrature di Tre ciotole. E nella dolorosa indifferenza che ne è seguita. O forse no. Forse è stato nel modo in cui lei ha smesso di ascoltarlo e ha continuato a parlare freneticamente, senza usare parole, ma solo silenzi, perchè «le parole sono solo per la fantasia» (Simona Lo Iacono). O forse non è stato neppure in quel momento, ma molto dopo, quando è stata lei a lasciare lui e non più lui a lasciare lei. E nell’abbraccio che ne è seguito.
In quei gesti ha preso consistenza in Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano) – protagonisti di Tre Ciotole di Isabel Coixet, adattamento cinematografico dell’omonima raccolta di racconti di Michela Murgia, al cinema dal 9 ottobre 2025 – il senso della fine.
Dopo Un Amor (2023) – pellicola definita a più riprese dalla regista spagnola «un film sull’amore e su tutti i suoi sinonimi: disperazione, disagio, passione, paura e redenzione» -, Isabel Coixet torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia di un amore che finisce e di una malattia che avanza, dando vita a un lungometraggio che si inserisce lungo la stessa traiettoria già intrapresa dalla regista in La Mia Vita Senza Me (2003), trasposizione cinematografica del racconto Pretending the Bed Is a Raft di Nanci Kincaid.
Separare i ricordi, separare il dolore: Tre ciotole di Isabel Coixet e Domani avremo altri nomi di Patricio Pron
Se in La Mia Vita Senza Me la diagnosi di una malattia incurabile sconvolge l’esistenza della ventitreenne Ann, di suo marito e delle loro due figlie, in Tre Ciotole a essere dissestato dalla medesima diagnosi è, invece, l’universo di Marta e Antonio, già scompaginato dalla fine del loro amore e dalla consapevolezza che «i ricordi sono più persistenti delle persone» e che «la memoria, non l’amore, è la vera trappola».

Marta e Antonio si domandano – come i due protagonisti senza nome di Domani Avremo Altri Nomi di Patricio Pron – se esista «un modo per separare anche i ricordi, così che, di tutto ciò che avevano fatto insieme e gli era accaduto, a Lui ne restasse solo la metà, perché il peso gli riuscisse più leggero», senza sapere che in verità «non tutto quello che avrebbero voluto mantenere unito si era rotto».
I ricordi restano lì, intatti, nello spazio liminale che separa un giorno da un altro, il terrore della fine dall’attesa dell’inizio. Ma è in questo spazio che le cose accadono: Marta perde peso, vomita, si chiede «dove finiscono i chili persi?» e contemporaneamente «dov’è finito tutto quell’amore?», e scopre che la causa della sua perdita di appetito non è la sofferenza amorosa, ma un carcinoma renale al quarto stadio.
Mangia sempre meno e sempre più disordinatamente, fino a disporre il cibo da mangiare in tre ciotole, che «rimettono a posto tutte le gerarchie tra stomaco e cervello»: un rituale – come i tanti che animano la raccolta di racconti di Michela Murgia – che rappresenta un tentativo di razionalizzazione del dolore e della morte.
La romanticizzazione della malattia in Tre Ciotole

Come dichiarato da Isabel Coixet, Tre Ciotole è un film animato dal desiderio di mostrare che «perfino nell’addio può esserci grazia, e anche nel dolore c’è spazio per la gioia» e di raccontare, con uno sguardo delicato e intimo, la parabola di una donna che nella malattia e attraverso la malattia riscopre se stessa, nella limitatezza del tempo il suo significato, nella paura della morte il desiderio della vita.
Ma raccontare la malattia in modo così edulcorato, così romanticizzato, non significa forse non raccontarla davvero?
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