Una collana di perle che affiora nel Mediterraneo tra fuoco e vento. Natura selvaggia e primordiale: acque cristalline che trattengono i profumi di antiche tradizioni e circondano paesaggi lunari e vulcani attivi, scogliere taglienti e vapori sulfurei. Le isole Eolie sono la cornice, e insieme protagonista collettivo, di La guerra dei vulcani. Rossellini, Magnani, Bergman: storia di cinema e d’amore (Il Saggiatore, acquista), il libro di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice che narra del cortocircuito tra arte e vita, tra creazione cinematografica e passione umana, fino a renderle indistinguibili.
Frutto di un lungo lavoro di scavo tra archivi, testimonianze e documenti, il volume unisce la precisione giornalistica dell’inchiesta al respiro della narrazione e restituisce la complessità di un’epoca e di un mondo, trasformando una vicenda storica in materia «incandescente» da romanzo.
Al centro, una storia che ha incendiato l’immaginario collettivo del dopoguerra, attirando su di sé lo sguardo curioso e scandalizzato del mondo intero: una vicenda in cui il cinema diventa campo di battaglia e i sentimenti esplodono con la stessa forza dei crateri eoliani. Protagonisti Roberto Rossellini, Anna Magnani e Ingrid Bergman: un cast d’eccezione per un intreccio perfetto di amori e tradimenti, gelosie e rivincite, all’ombra di due vulcani – quelli siciliani e quelli, ben più imprevedibili, dell’animo umano.
La guerra dei vulcani scoppia per una lettera incendiaria: il casus belli
È il 1948. Sono passati tre anni da Roma città aperta, due da Paisà. Roberto Rossellini sta ultimando Germania anno zero e il suo nome circola ormai ben oltre i confini italiani: i produttori se lo contendono, anche oltreoceano.
«A Robbe’, puro armati te mandano a pija’ da Hollivudde!»

A parlare è Anna Magnani, con quel suo accento spiccatamente romano. Sul set, la loro è una sintonia rara: un’intesa che genera film memoriali e che trova alimento nella relazione amorosa che li lega.
Lui, geniale e indolente, lunatico e opportunista, un affascinante Don Giovanni alla ricerca della verità. Lei, l’opposto e il completamento: passionale, istintiva, romana fino all’eccesso, consapevolmente spigolosa, feroce e vulnerabile insieme. Vivono il loro amore in modo estremo, sfidando continuamente convenzioni e se stessi, cercandosi e respingendosi, adorandosi e divorandosi. Attorno, Roma. La città del cinema e dei sogni, nel fervore del dopoguerra, calamita d’arte e di opportunità. È in questo scenario che si alternano scenate di gelosia e nuovi progetti, litigi furiosi e riprese. Finché un incendio cambia tutto.
Maggio. Lo stabilimento della Minerva Film va a fuoco. Il giorno dopo, a Rossellini arriva una lettera leggermente incenerita, e non meno incendiaria. È firmata Ingrid Bergman.
«Caro signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà, e ne sono rimasta entusiasta. Se avesse bisogno di un’attrice svedese che parla molto bene l’inglese, non ha dimenticato il tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo “ti amo”, sono pronta a venire a fare un film con lei. Cordiali saluti, Ingrid Bergman»
La guerra dei vulcani, il doppio gioco di Rossellini
Ecco il casus belli. Un volto biondo cenere, la pelle chiara, lo sguardo insieme freddo e spirituale di una madonna nordica: Ingrid Bergmanirrompe così nella mente di Rossellini. E il regista, che non sapeva – né voleva – negarsi nulla di ciò che il destino gli offriva, riconosce subito in quell’epifania una possibilità da afferrare.
Poco prima, il cugino Renzo Avanzo gli aveva proposto un soggetto ambientato nelle Eolie: un’idea nata dall’esperienza di un gruppo di giovani aristocratici siciliani che, nel dopoguerra, avevano scoperto l’arcipelago e dato vita alla Panaria Film, aprendo la strada al cinema subacqueo. Rossellini accoglie l’intuizione e pensa ad Anna Magnani: perfetta, con la sua forza animalesca e il suo volto scavato, per incarnare una figura femminile in quella terra aspra e nera. Ma l’immagine della Bergman, così luminosa e distante, sembrava un’alternativa ancora più ideale, capace di accendere un contrasto ancora più potente.
Non esita. Cominciano contatti riservati, telegrammi, incontri lontano da occhi indiscreti. Il progetto si sposta, si trasforma, si carica di un’energia nuova. Intanto la Magnani intuisce l’inganno, soffre, esplode: gelosia, furia, riconciliazioni. Ama e perdona, fino a quando Rossellini decide di non voler più essere perdonato. Parte per gli Stati Uniti con un imbroglio sfacciato. Ad attenderlo Ingrid Bergman – un’icona sulla via del tramonto nel sistema hollywoodiano che la vuole impeccabile e bambina – attratta da un cinema che spoglia le attrici da ogni artificio e le restituisce alla loro umanità. È una promessa di libertà, di autenticità, di vita, che Rossellini le offre.
Ma, anche in quell’incontro, professione e vita si sovrappongono. La Bergman, che si aspetta una svolta artistica, riconosce in Rossellini la possibilità di colmare un bisogno d’amore che si portava dietro dall’infanzia, un vuoto che il freddo marito – il dottor Lindström – non era stato in grado di colmare. Roberto diventa così, insieme, il regista e l’uomo con cui immaginare una nuova traiettoria, sentimentale e creativa.
Anile e Giannice seguono questo intreccio senza forzare il giudizio, restituendo volti, pensieri, contraddizioni. Rossellini emerge come il prototipo dell’uomo mediterraneo, scaltro, capace di slanci e meschinità. La Bergman si rivela nella sua fragilità. E la Magnani, forse più di tutti, resta il centro emotivo del racconto, riversando dolore e orgoglio anche nell’arte: nelle parole, nei gesti, nella disperazione già scritta nei monologhi di Una voce umana, interpretando Cocteau, sembra anticipare una fine già scritta.
Definiti i termini e trovati i finanziamenti, tutto è pronto per l’arrivo della Bergman in Italia. Accetta un ruolo difficile, quello dell’adultera, e lo attraversa, trasformandolo. Il pubblico, infine, la assolve, anzi la celebra, «perché in Italia, nell’Italia degli anni Cinquanta ai grandi amori e alle belle donne si è sempre perdonato tutto. Solo Anna Magnani non perdonò.»
Perché la partita Roma-LA si gioca in Sicilia?
Prima di approdare in Sicilia, Rossellini conduce Ingrid Bergman attraverso il Sud, in una primavera italiana abbacinante: un viaggio che ha i tratti di un’iniziazione e che si trasforma presto in una fuga d’amore. Anche questo è il «metodo Rossellini»: un modo di fare e vivere il cinema che rifiuta la sceneggiatura come gabbia, privilegia l’improvvisazione, insegue la realtà e una forma di verità morale, lontana dalle regole codificate e produttive della «fabbrica di salumi» hollywoodiana.

Ma fuori dalla bolla incantata in cui la coppia si muove – e da cui nascerà Stromboli – il mondo reagisce. In America, più che lo scandalo sentimentale, a ferire è l’irruzione di questo sfrontato outsider: Rossellini, che ha giocato con le lusinghe dell’industria statunitense, arriva a imporre il proprio cinema e ad accaparrarsi i soldi della RKO per un film con la stella svedese, ambientato in una remota isola del Mediterraneo.
In Italia, Anna Magnani non è la sola a venire esclusa. Rossellini abbandona anche i giovani della Panaria Film, appropriandosi della sceneggiatura da loro suggeritagli. Renzo Avanzo non lo accetta. Ferito, parte per gli States e trova un alleato nel regista premio Oscar William Diertele: nasce così Vulcano, film autonomo e rivale, destinato a confrontarsi direttamente con Stromboli.
E l’asso nella manica di questa controffensiva è proprio Nannarella, scelta come protagonista di Vulcano. Per Avanzo è una rivincita, artistica e personale; per la Magnani, molto di più. È un ritorno a un cinema fatto di corpi e paesaggi reali, una possibilità di rilancio internazionale, ma anche – forse soprattutto – la necessità di trasformare il dolore in forza, la ferita in sfida. «E Dio sa quanto le avrebbe fatto bene vendicarsi un po’». La guerra è stata dichiarata.
L’esilio eoliano

L’arrivo dei due contingenti nelle Eolie ha il tono di un approdo epico. La sera del 6 aprile 1949 Ingrid Bergman sbarca a Stromboli come una figura quasi simbolica: porta con sé l’immagine della liberazione, le promesse del dopoguerra, l’eco luminoso dell’America. Due mesi più tardi, Anna Magnani approda a Lipari e poi a Vulcano: l’accoglienza è altrettanto trionfale, ma il suo ingresso ha tutt’altra energia, quella di una tigre ferita, pronta alla riscossa.
L’esilio eoliano, però, non concede nulla alla retorica. A Stromboli, Ingrid si misura con la durezza dei metodi del suo regista: una casa spoglia, servizi rudimentali, giornate di riprese incerte ed estenuanti, fino alla drammatica ascesa al cratere, segnata dalla morte per collasso del vicedirettore di produzione. È un’immersione totale, fisica e psicologica, che cancella ogni distanza tra attrice e personaggio.
A Vulcano, la scena è diversa ma non meno aspra. Una vera e propria “Movie City” ospita una troupe disciplinata sotto la guida inflessibile di Dieterle, soprannominato ironicamente “Dhitler”, che spaziava per le altre isole dell’arcipelago, pescando da ciascuna gli elementi più pittoreschi. Anna Magnani si adatta a fatica ai ritmi imposti, rifiutando i ciak mattutini, affermando che prima di pranzo non può fare arte.
Anile e Giannice raccontano questa sfida come una vera e propria guerra fredda, punteggiata da episodi quasi spionistici: lavorando al buio, le due produzioni si osservano, si studiano, si infiltrano, nel timore di star girando lo stesso film, con il rischio di annullarsi a vicenda. Anche se, Diertele ammette:
Le nostre due storie saranno differenti l’una dall’altra come la mia personalità rispetto a quella di Rossellini e la recitazione di Anna Magnani rispetto a quella di Ingrid Bergman.
Intanto, la stampa italiana e internazionale alimenta lo scontro, costruendo fronti e ingigantendo le narrazioni: il triangolo Rossellini-Magnani-Bergman si intreccia a quello, ancor più delicato tra il regista, l’attrice svedese e il marito Peter Lindström, arrivato fino a Messina nel tentativo di salvare il matrimonio, mentre Ingrid sembra essere incinta.
Su Stromboli grava così una tensione continua, quasi melodrammatica: tra le pressioni della produzione americana, preoccupata da costi e ritardi, e il tumulto della vita privata, Rossellini cerca di tenere vivo l’impeto creativo e, in parallelo, di tutelare la sua relazione, arrivando a minacciare gesti estremi.
Sul set di Vulcano, invece, la competizione assume un altro ritmo. La Magnani, seppur la ferita fosse ancora aperta, sceglie una forma controllata di signorilità. Il film diventa il palcoscenico di una sfida industriale e sportiva, animata dall’entusiasmo dei ragazzi di Panaria e dal gusto della rivalità. Le riprese avanzano rapide, concludendosi in soli due mesi, accompagnate da feste, balli, fuochi d’artificio.
Così, mentre Stromboli si impantana tra ritardi e scandali, i giornali proclamano una prima vittoria: Anna Magnani lascia le Eolie prima del rivale. Una rivincita parziale, certo, ma voluta, cercata, ottenuta.
Chi ha vinto davvero la guerra dei vulcani?
Tutti, però, sapevano che la vera resa dei conti sarebbe arrivata solo davanti allo schermo: soltanto la presentazione delle due pellicole avrebbe potuto decretare il vincitore nella partita tra Anna e Roberto, affidando il verdetto alla critica e al pubblico. E così è stato.
L’anteprima travagliata di Vulcano e il montaggio americano di Stromboli, discusso e rimaneggiato, sanciscono un doppio fallimento: la guerra dei vulcani si consuma senza vincitori. Più che film compiuti, appaiono come oggetti irrisolti, attraversati da tensioni che eccedono il cinema stesso: opere ibride, segnate da passioni e rivalità intese oltre i limiti della rappresentazione.
Su Vulcano si abbatte per decenni un giudizio severo e liquidatorio, riducendolo a gesto impulsivo, figlio del rancore più che di un disegno artistico. Stromboli, dal canto suo, disorienta: un film ambiguo, insieme realistico e simbolico, istintivo e meditato, incapace di rientrare in alcuna categoria. A molti parve un tradimento del neorealismo; a pochi, invece, l’inizio di uno sguardo più interiore che documentario.
Il giudizio sulle interpretazioni, però, è concorde. Magnani viene riconosciuta come una forza tragica irripetibile, «l’ultima delle grandi passionali spudorate» secondo lo stesso Diertele. Bergman, in Stromboli, raggiunge una toccante perfezione, tale da far pensare che nessun attore abbia toccato, con Rossellini, vertici simili.
E, oltre ai protagonisti, anche le Eolie stesse escono trasformate da questa vicenda: la risonanza internazionale le proietta nel circuito del grande turismo, sottraendole in parte a quella dimensione remota e selvaggia che, pochi anni prima, le aveva rese terreno d’avventura per Avanzo e compagni.
In questo palcoscenico infuocato, il libro di Anile e Giannice offre l’esito più compiuto nel mostrare come, a volte, la vita – più interessante, più imprevedibile degli stessi film – finisca per superare il cinema, facendosi cinema, fino a renderlo più vero del vero.
Articolo di Riccardo Tortora
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