Vincitore del Mulberry Award for Best Screenplay alla 28o edizione del Far East Film Festival, Tunnels: Sun in the Dark di Bùi Thạc Chuyên racconta finalmente la guerra in Vietnam dal punto di vista dei vietnamiti.
Tunnels: Sun in the Dark, la voce del Vietnam
Tunnels: Sun in the Dark segue pedissequamente gli stilemi di un genere ben codificato, quello dei film di guerra. Vietnam, 1967. I protagonisti sono un gruppo di vietcong a cui viene data una missione di fondamentale importanza: devono proteggere le linee di comunicazione, a ogni costo. Da questa premessa lo spettatore assiste a due ore di azione pura con esplosioni al napalm e inseguimenti, intervallate dai drammi personali dei vari personaggi, che lo tengono incollato al grande schermo.

La sceneggiatura di Tunnels: Sun in the Dark non è di certo perfetta e risente dei modelli tipici del genere, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi che non si discosta molto dagli stereotipi umani presenti in questo tipo di film. Ma la loro eccezionalità non risiede nello stereotipo, bensì nelle interazioni profondamente quotidiane in un contesto anomalo – e in questo contesto il comandante Bảy Theo (Thái Hòa) si lamenta con i figli poiché non lo ascoltano; la vietcong Ba Hương (Hổ Thu Anh) si innamora ingenuamente del nuovo arrivato, il meccanico Tư Đạp (Quang Tuấn); e la squadra si prepara per una banalissima serata cinema, guardando i video che documentano la guerra in corso.
In Tunnels: Sun in the Dark, i personaggi non sono eroi morali, non si pongono al di sopra degli altri, né al di sopra dello spettatore. Sono uomini e donne comuni in una situazione straordinaria, ma soprattutto non sono perfetti – come si vede chiaramente nella scena di stupro all’interno del gruppo di vietcong nelle gallerie sotterranee. Questa è una delle grosse differenze rispetto ai film statunitensi sull’argomento che rende Tunnels: Sun in the Dark più umano rispetto alle sue controparti hollywoodiane pregne di vittimismo colonialista, come Vietnam: The War That Changed America.
Tunnels: Sun in the Dark, la ricostruzione storica
Girato nelle effettive gallerie sotterranee di Củ Chi, Tunnels: Sun in the Dark ricostruisce un ambiente claustrofobico, stretto, sporco e caldo. I personaggi sono sempre insieme e in movimento, seguiti dalla cinepresa all’interno di tunnel stretti e bui; l’assenza di spazio personale è evidente, così come il cameratismo che per forza di cose ne consegue. Tunnels: Sun in the Dark si configura come film di guerra corale, a dimostrazione del fatto che non c’è protagonismo nella guerra, soprattutto in una guerra di liberazione dal colonialismo statunitense.

La mano del regista di Tunnels: Sun in the Dark Bùi Thạc Chuyên, noto soprattutto per pellicole d’autore, rende nota la sua presenza nella versatilità dei movimenti della cinepresa: i primissimi piani angusti e claustrofobici dei tunnel lasciano spazio a campi larghi quando i personaggi escono all’aria aperta, per restituire allo spettatore la desolazione degli spazi bombardati dai soldati statunitensi e l’atrocità della guerra.
Tunnels: Sun in the Dark, il successo in patria (e all’estero)
Tunnels: Sun in the Dark è uscito nelle sale cinematografiche in un periodo molto specifico: nel 2025, anno in cui si è celebrato il 50o anniversario della riunificazione del Vietnam – con la caduta di Saigon nel 1975 – e l’80o anniversario della Rivoluzione d’agosto del 1945. Finanziato interamente da privati e realizzato con un budget di circa due milioni di dollari, Tunnels: Sun in the Dark è riuscito a triplicare i suoi incassi al botteghino, diventando uno dei maggiori successi domestici dell’anno in Vietnam.

Il film è stato apprezzato anche al di fuori dei confini vietnamiti, con la presenza al Tokyo International Film Festival e la vittoria del Mulberry Award for Best Screenplay al Far East Film Festival. Se per quanto riguarda il successo in patria le ragioni sono facilmente intuibili, l’apprezzamento di Tunnels: Sun in the Dark all’estero si può attribuire al merito di aver portato sul grande schermo all’interno di una produzione importante il punto di vista vietnamita sulla guerra in Vietnam, a riprova del fatto che gli spettatori di tutto il mondo si sono finalmente stufati della solita retorica colonialista statunitense.
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