La 28° edizione del Far East Film Festival ha regalato al suo pubblico dei momenti indimenticabili, come il premio alla carriera del grandissimo attore di Perfect Days, Yakusho Koji, consegnato direttamente dalle mani di Wim Wenders. La prima italiana di Kokuho di Lee Sang-il è un altro di questi regali.
Kokuho, il lungo viaggio del protagonista
Tratto dal romanzo omonimo di Shuichi Yoshida, Kokuho segue per circa 50 anni le vicende di Kikuo (Yoshizawa Ryo). Nel 1964, appena adolescente, Kikuo assiste alla morte del padre, il boss della yakuza della città di Nagasaki (interpretato da Nagase Masatoshi). Dopo un fallito tentativo di vendetta, Kikuo è accettato come apprendista di Hanai Hanjiro (il candidato al premio Oscar Watanabe Ken), famoso maestro e attore di una compagnia teatrale.

Kikuo si allena per diventare un onnagata – un attore specializzato in ruoli femminili nel teatro kabuki, una forma di teatro esclusivamente maschile – insieme al figlio di Hanjiro, Shunsuke (Yokohama Ryusei), futuro erede della compagnia e della fama del padre. I due instaurano fin da subito un complesso rapporto di rivalità e amicizia, che li unisce in modo quasi morboso. Hanjiro porta entrambi i ragazzi ad assistere alla performance dell’attore onnagata Mangiku, considerato un tesoro nazionale vivente, o kokuho in giapponese.
Nel 1972, il protagonista di Kokuho riesce a calcare un palco importante con l’amico e rivale Shunsuke, esibendosi insieme come duo onnagata. Evidentemente più talentuoso dell’amico, Kikuo è scelto da Hanjiro come protagonista assoluto di un classico del teatro kabuki. Da questo momento il rapporto tra i due si incrina in modo irreparabile: Shunsuke abbandona la compagnia, per poi tornare alla morte del padre e riprendersi tutto, compresa la gloria, abbandonando nel frattempo Kikuo allo scandalo e all’oblio.

Il sogno di diventare kokuho è sempre più lontano per Kikuo, costretto a esibirsi per anni in bettole pur di continuare a praticare il kabuki. Dopo essere stato convocato da Mangiku, ormai allettato per la vecchiaia, Kikuo torna alla ribalta insieme a Shunsuke per l’ultima performance dell’amico. Dopo anni di fatica e sacrificio, Kikuo, ormai solo, riesce finalmente a esibirsi nell’opera da cui è stato ossessionato fin da ragazzo – Sagi Musume (lett. “La fanciulla airone”) – e a fregiarsi del titolo di tesoro nazionale vivente.
Kokuho, l’amicizia nella rivalità
Oltre alla splendida regia di Lee Sang-il e ai costumi eccezionali che sono valsi la nomination agli Oscar per Kyoko Toyokawa, Naomi Hibino e Tadashi Nishimatsu, la vera forza di Kokuho sta nella lenta costruzione della relazione tra i due suoi protagonisti, Kikuo e Shunsuke.
I due rivali di Kokuho non potrebbero essere più diversi: Kikuo viene dalla yakuza, è orfano, povero, parla poco; Shunsuke proviene da una famiglia di artisti, ha entrambi i genitori, ha sempre avuto tutto ciò che desiderava, è espansivo. Eppure tutte le loro differenze spariscono all’ombra di una sola cosa, forse la più importante: la necessità di dimostrare a tutti, soprattutto a loro stessi, di essere i migliori.

La tensione dei personaggi di Kokuho risiede nella loro disperazione: per Kikuo dettata dall’ingiustizia di un ambiente che non riconosce la meritocrazia e si mantiene in vita grazie al nepotismo; per Shunsuke dovuta alle aspettative di un mondo che ha già deciso per lui e di cui non sarà mai veramente all’altezza. Questa disperazione è ciò che rende i personaggi umani e credibili e che permette loro di superare i momenti di scontro, di umiliazione e di odio che li vedono protagonisti, dandosi invece una mano a vicenda nei momenti di vulnerabilità.
Kikuo non è più nobile di Shunsuke perché si deve arrangiare da solo mentre l’amico sembra avere la strada spianata, e Shunsuke non è migliore di Kikuo perché non ha bisogno di raggirare le persone per tornaconto personale. In Kokuho, l’ossessione non ha bandiera, non è giusta né sbagliata; è semplicemente un dato di fatto per chi dedica tutta la vita al perfezionamento di un’arte. Kokuho mostra sul grande schermo chi riesce a sacrificare tutto per la propria ossessione. Ma deve essere davvero così alto il prezzo da pagare?
Seguici su Instagram, TikTok, Facebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!
