Lovers in the blue night (Anuparna Roy, 2026)

Venezia 83 – Lovers in the Blue Night, essere amanti e migranti a Mumbai

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10 minuti di lettura

Alla scorsa Mostra d’Arte cinematografica di Venezia, con il suo Songs of Forgotten Trees, l’allora esordiente cineasta indiana Anuparna Roy si aggiudicò il Premio Orizzonti alla Migliore Regia. A solo un anno di distanza da quel trionfo, la regista porta a Venezia, sempre in Concorso nella sezione Orizzonti, il suo ultimo lavoro: Lovers in the Blue Night, una meditazione sulla condizione di migranti e di emarginati nella bulimica Mumbai contemporanea che rifugge le convenzioni formali e narrative del cinema sociale.

Di cosa parla Lovers in the Blue Night

Lovers in the Blue Night racconta di una coppia di migranti a Mumbai provenienti dal Bangladesh in cerca di amore e di un senso di appartenenza, in una città che concede ben poco. Karim (Pritam Pilania), un omosessuale schivo, vive con Ameena (Neelima Sharma), intrattenitrice erotica di un bar, che ha sposato per pietà dopo che il loro villaggio è stato distrutto da un’inondazione.

Ameena desidera sentirsi amata e si aggrappa a lettere misteriose che le promettono la tenerezza che la vita le ha negato. Sukka (Bhushan Shimpi), un ladruncolo in cerca di riscatto dalla casta, diventa contestualmente il desiderio proibito di Karim e lo trascina in un universo segreto di brama e di rischio. Mentre le loro esistenze si intrecciano tra vulnerabilità, segreti e tradimenti, ognuno è costretto a confrontarsi con il prezzo da pagare per desiderare qualcosa in più della semplice sopravvivenza.

Lovers in the Blue Night, l’amore come parte della vita

La regista Anuparna Roy torna, dopo il suo esordio, a raccontare figure ai margini della vita metropolitana: uomini e donne emarginati per la loro etnia, per la loro identità di genere, per il loro lavoro o per la loro casta, che vivono in ambienti squallidi o pericolosi (ambienti criminali, bar in cui si vende la compagnia di una donna) e portano avanti una vita misera. Lovers in the Blue Night, però, fugge il racconto pietista della vita miserevole, concentrandosi piuttosto sulla ricerca di affetto e di amore.

La coppia di protagonisti di Lovers in the Blue Night è mossa nelle loro azioni proprio dalla ricerca spasmodica di qualcuno che ricambi il loro sentimento, la loro voglia di vita e di amore: Karim, omosessuale in un Paese che si sta aprendo solo adesso alle realtà di vita queer, vede in Sukka un desiderio raggiungibile e bruciante, che lo porterà ad avvicinarsi alla vita della piccola criminalità metropolitana; Ameena, d’altro canto, intrappolata in un matrimonio infelice e a contatto, dato il suo lavoro, con le possibilità e l’illusione dell’amore, trova nelle lettere che riceve al lavoro una via di fuga, una possibilità di poter vivere quel sentimento che lei stessa vende ai suoi clienti.

Una scena del film Lovers in the Blue Night

L’amore, così, diventa il motore dei personaggi in Lovers in the Blue Night, senza che questo implichi, però, una caduta nel sentimentalismo: attraverso un approccio osservazionale e asciutto, Roy segue i suoi personaggi e ne registra il percorso nel mondo articolato e stratificato in una Mumbai miserevole. Il sentimento amoroso spinge i protagonisti a esplorare lo squallore della metropoli indiana, e saranno più volte chiamati a scontrarsi con la realtà delle condizioni sociali e di vita dell’ambiente in cui vivono.

L’eros, in Lovers in the Blue Night, si presenta così come solo una parte della realtà in cui sono chiamati a vivere: Karim e Ameena, attraverso l’incontro con i loro amanti, si trovano ad affrontare le difficoltà politiche dell’essere migranti, omosessuali, donne e/o di caste inferiori all’interno della società indiana. Da questo scontro inevitabile, ci racconta Anuparna Roy, si può uscire vincitori o vinti: l’eros non è una fuga dalla realtà, ma è parte integrante della stessa che ci porta a un confronto con il mondo attorno a noi e il posto che in esso occupiamo.

La regia controllata e centripeta di Anuparna Roy

Il racconto di amore e società intessuto da Lovers in the Blue Night viene presentato nel film attraverso la regia controllata ed elegante di Anuparna Roy, al tempo stesso vicina ai suoi protagonisti e alla ricerca di un’identità visiva riconoscibile. Roy colloca la macchina da presa in modo da stare vicina ai personaggi e, allo stesso tempo, abbracciare gli ambienti e gli spazi in cui si muovono. Lontana dalla regia affiancata ai personaggi, che li pedina (avrebbe detto Zavattini) e li inquadra in maniera assolutamente ravvicinata come nel cinema sociale dei fratelli Dardenne, Roy propone una ricerca stilistica e formale marcata, rifiutando così l’approccio documentaristico del cinema socialmente impegnato.

La ricorsività del colore blu all’interno dell’opera – rievocata sin dal titolo, Lovers in the blue night – rappresenta un esempio di tale ricerca formale: che sia il cielo notturno sotto cui Karim e Sukka si scambiano dei teneri e fraterni abbracci, che sia il colore della camicia di un cliente di Ameena o che sia un semplice sacchetto di plastica che si agita in un paesaggio brullo, l’azzurro si diffonde in tutte le inquadrature della pellicola.

Una soluzione stilistica che – oltre a richiamare La vita di Adele di Abdellatif Kechiche – evoca la figura del mare, con cui l’opera si apre e si chiude: un paesaggio che da un lato si presenta come forza distruttiva e dolorosa (Karim e Ameena, all’inizio della pellicola, migrano in India perché il loro villaggio è stato distrutto da un’inondazione), dall’altro dona serenità e richiama la sfera della passione (come si vede nel finale, in cui il mare si presenta come un locus amoenus per una coppia di amanti). Nel colore blu di Lovers in the Blue Night riverbera, dunque, il dualismo tra piacere e dolore che pervade l’intera pellicola e la vita dei suoi protagonisti.

L’interesse per i personaggi centrali di Lovers in the Blue Night si manifesta poi anche attraverso il particolare centripetismo della messinscena: i protagonisti sono il focus e il centro pieno dell’immagine, la quale lascia ai margini dell’inquadratura il caos della metropoli in cui essi si muovono. I protagonisti ai limiti di Mumbai vengono ritratti da Roy in ambienti e immagini che lasciano la confusione di una delle città più popolose del mondo ai bordi dell’inquadratura – a voler segnalare la rimessa al centro di quelle categorie umane e di quelle marginalità che di solito non vengono raccontate dalle metropoli.

Una scena del film Lovers in the Blue Night

Con soluzioni stilistiche che rifuggono il neorealismo e il cinema sociale dei Dardenne per strizzare, piuttosto, l’occhio a Wong Kar-Wai, Lovers in the Blue Night abbandona qualsiasi convenzione del cinema socialmente impegnato pur mantenendo la vocazione politica che tale forma cinematografica manifesta. Sospeso tra racconto di passioni umane e limiti sociali, l’opera seconda di Anuparna Roy riassume in sé una storia al tempo stesso intima e politica, in cui il gusto per l’estetica raffinata non cozza con gli intenti e la missione di un cinema che pone al suo centro le vite di emigrati, di donne e di omosessuali, vite marginali in una società come quella indiana (e non solo).

Che piaccia o meno, il cinema di Anuparna Roy – come dimostrano Lovers in the Blue Night e Songs of Forgotten Trees – è capace di leggere e di trasfigurare la realtà attraverso un’estetica curata e leccata, senza che questi due elementi entrino in contrasto tra loro: la dignità delle vite di categorie marginalizzate non preclude sentimenti e bisogni emotivi complessi che esse possono vivere, trasmutabili in immagini, in estetica, in ricerca cinematografica ed espressiva.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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