Un'immagine tratta dal film Arsa del duo artistico Masbedo.

Arsa, due solitudini che si incontrano

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Acqua che abbraccia, acqua che avvolge, acqua che sommerge. Una distesa di sabbia bagnata e invisibile stravolta dal vento che, come una nuvola, si appoggia atrocemente sulle cose. Un corpo di donna, nel silenzio dell’estate. Un volto, quello di Arsa. È così che inizia Arsa, secondo lungometraggio diretto dal duo artistico Masbedo – formato da Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni -, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale italiane a partire dal 24 aprile 2025.

Ambientato sull’isola di Stromboli, Arsa si presenta sin dalle prime inquadrature come un delicato e poetico ritratto sulla solitudine, che si colloca sulla medesima scia di The Lack (2014), primo lungometraggio del duo artistico, girato tra l’Islanda e le Isole Eolie, in cui il tema della mancanza è esplorato attraverso sei ritratti di donne sole, perse e incompiute.

Come dichiarato da Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, il personaggio di Arsa (intepretata da Gala Zohar Martinucci) incarna «una forma di resistenza poetica al mondo». È «una creatura liminare, sospesa tra infanzia e maturità, tra natura e cultura, tra solitudine e desiderio», protettrice e al tempo stesso figlia di un’isola, quella di Stromboli, che la avvolge e la imprigiona, tenendola lontana dai bagliori del mondo e dai rumori del tempo.

Arsa, tra perdita e oblio

Una scena tratta dal film Arsa del duo artistico Masbedo.

“La gente dimentica le cose, le perde, le abbandona. Di solito le cose restano dove sono state dimenticate, a volte se ne vanno in giro per il mare, ad un certo punto arrivano da qualche parte. Qui è dove le cose arrivano. Restano. E io le prendo”.

Arsa non conosce il mondo, ma conosce i suoi scarti. Trascorre le giornate immersa nell’acqua, alla ricerca di ciò che viene perso nel mare, di ciò che il mare nasconde, protegge, restituisce. Oggetti di ogni tipo – soprattutto bambole e giocattoli dimenticati dai bambini -, che nelle mani di Arsa vengono trasformati in qualcosa di diverso da quello che erano stati un tempo, vengono riassemblati come piccole sculture di plastica, e conservati.

Di nascosto, Arsa guarda l’isola di Stromboli attraverso le lenti di un binocolo; osserva i bambini giocare sulla spiaggia, i giovani innamorarsi, gli adulti camminare senza voltarsi, portati via dal vento. Le loro voci si confondono con la voce del mare, le loro parole con i suoni della natura, le loro risate con il fragore delle onde, quelle stesse onde in cui Arsa ha custodito il ricordo del padre dopo la sua morte. La madre dov’è? La madre è l’isola, il mare, il canneto, il vulcano.

Arsa, la collisione di due monadi

Una scena tratta dal film Arsa del duo artistico Masbedo con Gala Zohar Martinucci e Jacopo Olmo Antinori.

In Arsa dolore e memoria, perdita e nostalgia si mescolano in un vortice continuo, che pare arrestarsi solo con l’arrivo sull’isola di Andrea, Tommaso e Pietro, tre giovani in vacanza, appassionati di cinema, incastrati anch’essi tra i lacci di una giovinezza sempre sul punto di sgretolarsi e scivolare via. Con il loro arrivo, la distanza tra il mondo in cui Arsa vive sospesa e il mondo reale diventa ancora più evidente e con essa anche la sfasatura temporale: si ha quasi l’impressione che il film racconti due storie ambientate in due tempi diversi: l’una nel presente e l’altra nel passato o in un tempo che non esiste.

Eppure, Arsa e Andrea (interpretato da Jacopo Olmo Antinori) non sono poi così distanti: entrambi sanno cosa significhi perdere un padre, entrambi sono inseguiti dal ricordo e hanno l’impressione di non appartenere a nulla. Come monadi leibniziane, Arsa e Andrea si riconoscono nella solitudine, ballano a distanza – Arsa sull’isola e Andrea su una barca -, con due paia di occhiali colorati che incorniciano i loro volti, nel buio si guardano. Intrappolati nell’incomunicabilità, si incontrano senza incontrarsi. Solo un bacio, poi lo scontro. La collisione di due universi, due solitudini e due dolori.


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Classe 2003, laureata in Letteratura Musica Spettacolo e studentessa di Scritture e produzioni dello spettacolo all'Università La Sapienza di Roma. Dolcemente nostalgica, ho iniziato a raccontare storie a 2 anni e da allora non ho mai smesso. Amo il cinema e la letteratura, colleziono tramonti, la mia mente è un film di Nanni Moretti.

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