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Christopher Lee, i 100 anni di un’icona divenuta leggenda

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11 minuti di lettura

Nasceva oggi, il 27 maggio di 100 anni fa, Christopher Frank Carandini Lee, un uomo destinato a diventare una delle più grandi icone della storia del cinema. In 66 anni di carriera ha recitato in ben 278 film, resistendo al tempo, evolvendosi in concomitanza con l’evoluzione della settima arte, mostrandosi perfetto nel cinema contemporaneo tanto quanto in quello degli anni 50.

Christopher Lee, il volto dell’horror gotico britannico

Christopher Lee Dracula
Christopher Lee in Dracula il vampiro di Terence Fisher (1958).

Christopher Lee inizia la sua carriera alla fine degli anni ’40, recitando piccole parti per vari registi come Raoul Walsh, Edgar G. Ulmer, John Huston, il duo Michael Powell ed Emeric Pressburger e soprattutto Terence Fisher, per il quale diventa protagonista e volto principale dei film simbolo della Hammer Film Productions, la casa di produzione britannica che riportò in auge l’horror gotico.

Lee era il perfetto corpo della paura: data la sua altezza (1,96 m) si ritrova a interpretare il mostro di Frankenstein in La maschera di Frankenstein e la mummia Kharis in La Mummia, diventando il volto del cinema gotico britannico come fu Boris Karloff per quello americano; ma il vero successo lo addenta nel 1958 con la sua magnifica interpretazione in Dracula il vampiro, nel quale gli bastano 7 minuti e 16 battute per rubare la scena a tutti gli altri interpreti e fare la storia del cinema horror.

Al contrario dei suoi più celebri predecessori nel ruolo (Max Schreck nel Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau e Bela Lugosi nel Dracula di Tod Browning), quello di Lee è un Dracula meno inquietante ma più aggressivo, meno mostro e più umano, che, dove perde il terrore visivo dato dalla fotografia e dalla struttura del cinema espressionista, assume quello dato dai colori, dal rosso acceso del sangue che esplode nella bocca e negli occhi, illuminando d’orrore una palette tenue e perlopiù avvolta nell’oscurità.

Lee vestirà i panni della creatura di Bram Stoker in ben dodici film, diventando un simbolo immortale del personaggio, ma al tempo stesso ottenendo il titolo di signore della paura, un’etichetta non particolarmente apprezzata da chi in carriera ha fatto davvero di tutto.

La lunga carriera di un professionista versatile

Christopher Lee Wicker
Christopher Lee in The Wicker Man di Robin Hardy (1973).

Ho interpretato decine di personaggi: ho ballato, cantato, ho recitato in commedie divertenti, film in costume, sono stato nemico mortale di James Bond, Fu Manchu, conte di Rochefort nei Tre moschettieri di Richard Lester, Principe Filippo d’Inghilterra, fratello di Sherlock Holmes per Billy Wilder, nazista fanatico in 1941: Allarme a Hollywood di Spielberg, leader degli Hell’s Angels in una serie tv, omosessuale, poliziotto, mummia, mostro di Frankenstein, Mr. Hyde, Quasimodo… e invece mi chiedono tutti solo di Dracula il vampiro.

La sua versatilità è stata senza dubbio una delle competenze cardini che lo hanno reso la leggenda che è oggi: il suo poliglottismo (parlava otto lingue) gli ha dato la possibilità di recitare in tutto il mondo – principalmente in Italia, Spagna, Germania e Francia -, mentre la sua intensa capacità vocale lo ha portato ad essere un ottimo doppiatore, oltre a dargli una carriera parallela nella musica (ha inciso sette album musicali di genere metal sinfonico).

Per evidenziare la completezza della sua lunga filmografia fatta di film di ogni genere e provenienza, è giusto citare altri grandi autori con i quali ha lavorato: escludendo i già citati e quelli che verranno citati successivamente, spiccano i nomi di Nicholas Ray, Antonio Margheriti, Robin Hardy, Joe Dante, Alejandro Jodorowsky, John Landis, Lamberto Bava, Andrej Končalovskij, George Lucas e Martin Scorsese.

Dal gotico classico a quello postmoderno di Tim Burton

Christopher Lee Burton
Christopher Lee in Dracula e Sleepy Hollow.

Arrivati alla fine del XX secolo, Christopher Lee viene chiamato da Tim Burton, esponente del cinema gotico postmoderno e grande amante del cinema gotico classico, quindi devoto a icone come lo stesso Lee, Bela Lugosi, Boris Karloff e Vincent Price (narratore nel suo cortometraggio d’esordio Vincent e padre-creatore di Edward in Edward mani di forbice).

Per quanto riguarda la regia, Burton ha sempre palesato il suo amore verso Mario Bava, uno dei registi più influenti della storia. La dichiarazione d’amore più profonda verso il maestro italiano si chiama Il mistero di Sleepy Hollow, in cui Tim Burton lo cita platealmente, non solo con chiari ed evidenti omaggi alle sue opere (su tutti La maschera del demonio), bensì ereditandone lo spirito, girando un film che vive sulla costruzione dell’atmosfera, prima protagonista di un grande film gotico.

Il mistero di Sleepy Hollow è la prima di cinque collaborazioni tra Tim Burton e Christopher Lee (che per Bava aveva recitato in Ercole al centro della Terra e La frusta e il corpo); le altre sono La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere, Alice in Wonderland e Dark Shadows.

Lee diventa quindi attore feticcio di uno degli autori più iconici del nuovo millennio, il che lo porta a essere sia il volto protagonista dell’horror classico, sia il volto caratterista dell’horror destrutturato, diventando un simbolo riconoscibile anche dalle nuove generazioni; una nuova vita per un interprete in grado di sopravvivere a un ambiente in continua evoluzione come quello cinematografico.

Un antagonista magistrale sotto il segno di Jackson e Tolkien

Christopher Lee nel ruolo di Saruman ne Il Signore degli Anelli – Le due torri di Peter Jackson (2002).

Se con Burton l’iconografia gotica di Christopher Lee aveva influito dal piano affettivo su quello simbolico, è con Peter Jackson che questa si fonde alla maestosità di un blockbuster, ovvero con la trilogia de Il Signore degli Anelli. L’attore londinese amava l’opera di J. R. R. Tolkien, tanto da leggerla una volta l’anno dalla sua pubblicazione nel 1955; fin dalla sua prima lettura desiderava una trasposizione cinematografica, così quando si presentò l’occasione si propose subito per un ruolo… quello di Gandalf.

Era il suo personaggio preferito, quello che – a detta sua – muove la storia. Purtroppo per lui, Peter Jackson aveva già un accordo con Ian McKellen per il ruolo del Grigio Pellegrino, e in più l’età avanzata di Lee non gli permetteva di destreggiarsi propriamente nelle scene d’azione, così dovette “accontentarsi” di interpretare Saruman. Il risultato fu straordinario.

Peter Jackson ha avuto l’opportunità di trasporre un villain magistrale portandolo nel corpo di un attore sì eclettico, ma con un talento enorme e un volto da antagonista puro. Il regista neozelandese però non si limita a dare un grande ruolo a un altrettanto grande attore, egli rende horror ogni sua scena: inquadra Orthanc (la Torre Nera) come fosse un castello gotico, fotografa Isengard come una landa desolata, un luogo del terrore fucina di ogni spietata creatura dell’esercito della Mano Bianca, una fortezza in cui il male nasce e viene governato dalla voce profonda dello Stregone Bianco.

Ne Le Due Torri, come da titolo, Orthanc si mette sullo stesso livello di Barad-dûr (la torre di Mordor), e il grande occhio, senza palpebre, avvolto nelle fiamme di Sauron non risulta più terrificante degli occhi di Saruman, lo sguardo vuoto eppure intenso di chi ha abbandonato la ragione per la pazzia, gli stessi occhi che quarantatré anni prima abbiamo visto gonfi di sangue in Dracula, unici e inconfondibili, in grado di bucare lo schermo e immobilizzare lo spettatore: gli occhi di Sir Christopher Lee.

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Gli occhi di Christopher Lee in Dracula e Il Signore degli Anelli.

Si potrebbe raccontare tanto altro su un personaggio così, dall’incontro con Tolkien in un pub di Oxford (fu l’unico membro del cast e della crew della Trilogia ad averlo conosciuto di persona), alla sua esperienza nell’Intelligence britannica durante la Seconda Guerra Mondiale, passando per la grande amicizia con il suo nemico sullo schermo Peter Cushing e concludendo in bellezza con la sua parentela con Ian Fleming, ovvero l’ideatore del personaggio dell’Agente 007. Si può dire tanto, ma per quanto interessante nessun aneddoto può rendere giustizia alla sua carriera tanto quanto le sue interpretazioni, testimoni di un’iconografia conquistata meritatamente grazie al suo talento, alla sua professionalità e alla sua dedizione per la settima arte.


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Classe 1997, appassionato di cinema di ogni genere e provenienza, autoriale, popolare e di ogni periodo storico. Sono del parere che nel cinema esista l'oggettività così come la soggettività, per cui scelgo sempre un approccio pacifico verso chi ha pareri diversi dai miei, e anzi, sono più interessato ad ascoltare un parere differente che uno affine al mio.

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