Mario Bava, dove l’horror ha inizio

Il secolo scorso nasceva Mario Bava, uno dei più grandi maestri dell’horror italiani degli anni ’60 e ’70 che ha fatto scuola ai registi di oggi. Quentin Tarantino, Martin Scorsese, Tim Burton sono solo alcuni dei registi che prendono ispirazione da Bava, artista dotato di grande fantasia e originalità, le sue più importanti materie prime per creare i suoi film. Perché una delle sue particolarità è stata proprio quella di saper realizzare con pochi spicci e in poco tempo pellicole divenute dei veri e propri cult. Vediamo insieme tre film assolutamente da recuperare.

La maschera del demonio (1960)

Film d’esordio, La maschera del demonio decretò il successo del regista ligure tanto che tutt’oggi è considerata una pietra miliare del cinema horror. La trama è semplice: una strega che per errore è stata riportata in vita cercherà di impossessarsi del corpo della pronipote. Incorniciato da un’ambientazione gotica, la pellicola è divenuta famosa soprattutto per l’impressionante incipit dove assistiamo alla brutale tortura della strega, una scena di violenza davvero sconvolgente per l’epoca.

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Con pochi mezzi, Bava, con questa pellicola, ha gettato le basi per gli horror delle generazioni che lo avrebbero succeduto. Da Romero, il padre degli zombi, a Tim Burton ne Il mistero di Sleepy Hollow, La maschera del demonio è stata d’ispirazione per tematiche, atmosfere e per tecniche di ripresa. Un vero e proprio saggio visivo.

I tre volti della paura (1963)

Mario Bava

Tre episodi tratti da tre classici di scrittori del calibro di Maupassant, Tolstoj e Cechov. Tre racconti del terrore ambientati in epoche diverse e presentati da niente meno che dal grande Boris Karloff, leggenda che non ha bisogno di presentazioni.

Si inizia dunque con Il telefono, un racconto di grande suspence dove la protagonista viene tormentata dallo squillo continuo del telefono e minacciata di morte da una voce inquietante. Un racconto visivamente suggestivo grazie al sapiente uso dei colori, capacità che ispirò a sua volta Dario Argento, con un finale che vi sorprenderà. 

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Proseguiamo con I Wurdulak, un racconto in pieno stile gotico dove Boris Karloff è il protagonista divenuto un vampiro assetato di sangue. Un racconto classico dalle tinte lugubri di draculesca memoria, l’ambientazione ideale per valorizzare un attore dal calibro di Karloff, personaggio che verrà poi ripreso nel finale della pellicola per rompere la quarta parete e far riflettere lo spettatore sulla bellezza del cinema e i suoi meravigliosi stratagemmi.

Finiamo con Gocce d’acqua, un racconto onirico dove un’inquietante defunta molto simile ad una bambola perseguita l’infermiera colpevole di averle rubato un anello. Un racconto che con la sua originalità ha ispirato Roman Polanski per il suo Inquilino al terzo piano.

Lisa e il diavolo (1972)

Mario Bava

Un film che divide ancora oggi la critica. La pellicola non fu la benvenuta al Festival di Cannes del ’73 tanto che non venne proiettata nemmeno nelle sale. Solo successivamente Lisa e il diavolo fu riconsiderata e in molti oggi ne comprendono le giuste qualità. Un horror onirico dove la protagonista riconosce in un passante la figura del diavolo vista poco prima in un affresco. Da lì, una serie di eventi la spingerà ad essere ospite in un palazzo dove incubo e realtà si fondono in un susseguirsi di scene assurde e colorate, proprio nello stile di Bava.


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Azzurra Bergamo

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