hangar rosso sallato cile

Hangar Rosso, un racconto thriller del golpe in Cile

7 minuti di lettura

Presentato in anteprima alla Berlinale 2026, Hangar Rosso è il film d’esordio di Juan Pablo Sallato, che sceglie di raccontare le prime ore del colpo di stato in Cile del 11 settembre 1973, attraverso la storia vera di un capitano dell’Aeronautica Militare che si trova a fare i conti con i propri valori di fronte al tragico affermarsi del nuovo regime militare.

Hangar Rosso, dentro al golpe

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Come nasce un golpe? È questa la domanda che attraversa la parte iniziale di Hangar Rosso. Una domanda che ci restituisce con straordinaria efficacia il clima, i movimenti impercettibili, l’inerzia e l’incalzare attraverso cui si può determinare quella reazione a catena che porta, e ha portato più volte nella storia, a uno stravolgimento violento dall’alto, al colpo di stato, all’azzeramento delle regole democratiche e all’affermazione esclusiva della forza.

In più momenti la macchina da presa indugia su quel giuramento alla Costituzione che diventa, mentre si scivola nella violenza del golpe, fedeltà di corpo. Obbedienza a una gerarchia che si è distaccata dal proprio mandato per autoassegnarsi un compito eversivo.
Di nuovo: quali sono i pericoli dell’obbedienza?
A quali condizioni l’appartenenza a una gerarchia e a un corpo può diventare complicità in azioni che tradiscono l’essenza stessa di quella che dovrebbe essere la funzione costituzionale di un organo che detiene, per l’appunto per Costituzione, il monopolio della forza?

Scegliere di fronte alla storia e alla propria coscienza

Hangar Rosso non risolve questi interrogativi. Che pure dispiegano tutti i loro effetti pratici nelle vicende che vengono narrate.
Ma ha la capacità di riaffermare, con la forza dell’esempio e di una storia vera, che, al dunque, le scelte sono un fatto personale, a tu per tu con sé stessi, le proprie idee e la propria coscienza.
E che esiste, sempre, un margine di scelta. Che dipende dal contesto e dalla posizione in cui ci si trova, ma che è sempre presente.

Da questo punto di vista la storia di Jorge Silva, protagonista di Hangar Rosso, ex paracadutista, capitano dell’Aeronautica Militare, non è un elogio del martirio. Tutt’altro.
Quella che emerge, nel ritmo sempre più serrato del film, è una formidabile storia di dignità e di consapevolezza. Di quella capacità di tracciare una linea che fa dire qual è il punto di non ritorno, quel limite che non si è disponibili a superare per non perdere sé stessi.

Tra la vitalità della democrazia e la politica del terrore

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Hangar Rosso non spiega nel dettaglio, da un punto di vista storico, il contesto in cui si svolgono i fatti. Non ce n’è bisogno, e non ha questa ambizione documentaristica.
Il film, però, è disseminato di riferimenti storici estremamente precisi.

A partire dalle immagini di apertura. Le parole di Allende alla radio, il dibattito intorno alle dichiarazioni del Partito Socialista, la propaganda incendiaria della destra per accreditare l’idea che il popolo si stesse armando, a difesa del governo di Unidad Popular, come premessa per giustificare il colpo di stato.
Fino alla riproposizione della comunicazione dei golpisti appena insediatisi.

Anche la militanza dei due giovani detenuti che finiscono al centro delle vicende del film contribuisce a restituire la peculiarità dell’esperienza del socialismo democratico cileno di Allende.
Fernando Villagran (autore del saggio Disparen a la bandada. Crónica secreta de los crímenes en la FACH ‘Contra Bachelet y otros’ a cui è ispirato Hangar Rosso) e il suo compagno si dichiarano, infatti, militanti del MAPU, movimento giovanile di ispirazione cattolica, nato nelle campagne e nelle università cilene da una scissione della Democrazia Cristiana, che testimonia la vitalità democratica, la partecipazione trasversale, che coinvolgeva intorno al progetto di Allende ampi settori della società cilena, dai comunisti ai giovani democristiani.

Il rapporto, letale, tra la morte e il terrore del golpe e la vitalità spezzata della democrazia è un altro aspetto che Hangar Rosso evoca e fa emergere chiaramente.
In suo saggio di alcuni anni fa, Shock economy, Naomi Klein aveva cercato di illustrare il collegamento tra la politica economica “shock” applicata in Cile dalla giunta golpista di Augusto Pinochet e la politica del terrore che gli stessi golpisti avevano instaurato fin dall’11 settembre 1973, dal bombardamento del palazzo presidenziale della Moneda alle torture, come precondizione per annichilire l’idea di un’alternativa e affermare i propri progetti.

Hangar Rosso, ecco come raccontare il terrore del potere

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È questa potenza soverchiante del terrore che, in Hangar Rosso, traspare sempre più nettamente con il passare del tempo.
Minuto dopo minuto, esattamente com’è accaduto in quelle ore raccontate dal film tra il 10 e l’11 settembre 1973, guardando Hangar Rosso si viene avvolti dalla consapevolezza di un potere pervasivo, opprimente, spaventoso che si afferma e annienta, attraverso la sua crudeltà finalizzata al terrore, ogni regola, ogni spiegazione, ogni ragionevole aspettativa, mostrando in purezza la legge bruta della forza, dell’ingiustizia e del dominio.

E se Sallato ottiene questo effetto è anche grazie a un’eccellente costruzione cinematografica: il bianco e nero del tutto adeguato al tono e al contesto dei fatti narrati, effetti sonori essenziali e particolarmente efficaci nei passaggi cruciali del racconto, per sostenere un crescente senso di inquietudine e spaesamento, una camera che segue i movimenti del protagonista, irrequieta e all’altezza del suo sguardo.

Le emozioni che rimangono addosso mentre scorrono i titoli di coda sono un merito prezioso di Hangar Rosso. Perché ci aiutano a non dimenticare e, a dispetto degli oltre cinquant’anni trascorsi dai fatti narrati, ci rivelano anche la sua estrema attualità.


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Classe 1992, toscano, giornalista pubblicista. Studi di economia a Bologna, lavoro nel mondo del terzo settore. Appassionato di storie, di come nascono e di quello che diventano, di cosa raccontano e di come possono essere rappresentate, montate e interpretate.

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