Ali Asgari in uno scatto di Stephanie Cornfield a Venezia 2025.
Credits: Stephanie Cornfield. Ali Asgari in uno scatto di Stephanie Cornfield a Venezia 2025.

Divine Comedy, cinema e ironia in Iran contro il regime

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8 minuti di lettura

Divine Comedy (Komedi-e elāhi) è il quarto lungometraggio del regista iraniano Ali Asgari, presentato alla 82° Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti e in sala in Italia a gennaio 2026.
Un’opera di metacinema che sceglie la chiave dell’umorismo, dell’assurdo e di una disperazione autoironica per raccontare le contraddizioni di Teheran e le vicende di un regista e della sua produttrice alle prese con il giogo della censura del regime.

Ali Asgari in uno scatto di Stephanie Cornfield a Venezia 2025.
Ali Asgari in uno scatto di Stephanie Cornfield a Venezia 2025.

Fare cinema nell’Iran degli ayatollah

L’uscita di Divine Comedy ha coinciso in Italia con settimane drammatiche per l’Iran, un paese attraversato da eccezionali mobilitazioni popolari, scoccate dallo sciopero dei bazaari di Teheran contro il carovita e trasformatesi in una rivolta progressivamente più generalizzata per rivendicare pane, diritti e libertà.

Bahram Ark in uno scatto di stephanie cornfield
Bahram Ark in uno scatto di Stephanie Cornfield a Venezia 2025.

Una sollevazione che il regime teocratico militare degli ayatollah e dei pasdaran ha tentato di reprimere con il sangue di migliaia di ragazze e ragazzi, mentre si addensano anche le nubi di un possibile intervento militare straniero.
Lo stesso Ali Asgari ha dovuto annullare la sua partecipazione alle proiezioni in anteprima del film, a causa del blocco di internet e delle linee telefoniche che lo ha reso irraggiungibile per giorni e costretto a rimanere in Iran.

Divine Comedy Ali Asgari Iran. Personaggi si confrontano per strada.

Come per Kafka a Teheran, il precedente lungometraggio di Asgari che troviamo citato anche in questo film e di cui sono riprese alcune intuizioni, sarebbe impossibile parlare di Divine Comedy senza affrontare i nonsense, l’esasperazione e la violenza, allusiva o esplicita, che derivano dal regime della Repubblica Islamica.
Tutta la narrazione ruota, infatti, intorno al tentativo di Bahram (Bahram Ark, giovane regista iraniano che interpreta se stesso) di proiettare il film che ha girato e che non ottiene l’autorizzazione del Ministero della Cultura a causa del ruolo che la sceneggiatura avrebbe imprudentemente riservato a un cane, animale impuro.

Divine Comedy sceglie l’ironia per raccontare il regime

Da molti anni il cinema iraniano rappresenta uno strumento prezioso e coraggioso per raccontare la macchina di sorveglianza del regime.

Sadaf Asgari fotografata da Stephanie Cornfield a Venezia 2025.
Sadaf Asgari fotografata da Stephanie Cornfield a Venezia 2025.

Da ultimo, uscito in Italia nella primavera dello scorso anno, Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof aveva avuto il merito di rappresentare efficacemente, attraverso il crescendo di un thriller familiare (nel contesto delle manifestazioni scoppiate all’indomani dell’omicidio di Mahsa Amini), l’essenza pervasiva di un sistema di dominio sulla vita delle donne che si autoalimenta tra Stato, religione e famiglia.
Con Divine Comedy, invece, Asgari sceglie un registro che gli è proprio per tornare a raccontare l’oppressione culturale del regime con un taglio ironico e autoironico, capace di disvelare l’ottusità di un sistema di potere e della solida inerzia del suo apparato amministrativo.

In apertura del film, un long take riuscito e impegnativo, per scrittura e interpretazione, vede Bahram intrattenersi in un lungo dialogo con un alto funzionario del Ministero della Cultura, di cui ascoltiamo solo la voce fuori campo, che strappa più di una risata, mentre il ragionamento si avvita in uno scambio surreale.

Bahman Ark in Divine Comedy
Bahman Ark ritratto da Stephanie Cornfield a Venezia 2025.

Sullo sfondo del tono umoristico del film non mancano gli elementi che ricordano la materialità della repressione: dal controllo di ogni spostamento alle requisizioni delle pellicole, fino alle intimidazioni di un apparato di “sicurezza” che offrirebbe soldi e gloria ai registi per non girare ciò che pensano ma prestarsi alla narrazione epica del regime.

Divine Comedy è un atto di amore per il cinema

Divine Comedy è una riuscita opera di metacinema e, in questo, anche un omaggio al cinema, che troviamo nelle locandine di Godard inquadrate alle pareti o in un’assonanza che è impossibile non cogliere con l’ironia cinica e disperata di Allen.
O, per il pubblico italiano che vede la vespa del regista aggirarsi per le strade di Teheran, con alcune scene “morettiane”, come quando vediamo Bahram smarrito nella sala di un cinema incapace di sintonizzarsi con le risate che accompagnano la proiezione di un kolossal mainstream.

Bahram Ark, giovane regista iraniano che interpreta se stesso, in Divine Comedy di Ali Asgari, film ambientato in Iran. Nella scena Bahram è in una casa, con un poster di Matrix appeso al muro.

Il rapporto tra il protagonista e il fratello, entrambi registi (nel film come nella vita), ci racconta la storia di due ragazzini che alla fine degli anni Novanta vanno in cerca dei primi lavoretti per mettere da parte i soldi da consegnare al padre per acquistare un lettore dvd e noleggiare il primo Matrix dei fratelli Wachowski.
Evocando forse anche il bisogno di rompere la rappresentazione di Stato di un patto sociale che vorrebbe ancora fondare la propria legittimazione sulla forza identitaria di uno scisma plurisecolare e spesso perseguitato e sull’infallibilità che discende dal divino.

Uno spaccato di Teheran e dei suoi molti volti

Divine Comedy ha il merito di portare sullo schermo uno spaccato della società iraniana, e in particolare di Teheran, che aiuta a non cadere nel pregiudizio di immaginare la vita quotidiana delle persone come necessariamente aderente alle imposizioni del regime e delle sue norme “morali”.
Anche di fronte alle proteste di queste settimane, troppo spesso si ha l’impressione che per fare da contraltare al regime degli ayatollah sia necessario immaginare la società iraniana come arretrata e sottomessa.

Divine Comedy di Ali Asgari, un frame del film con il personaggio principale, Bahram Ark, giovane regista iraniano che interpreta se stesso, seduto in un bar.

In realtà, in Divine Comedy vediamo la compagna di Bahram, produttrice del suo film, girare per Teheran con i capelli blu non coperti dall’hijab (e sono molte le pagine social che raccontano questa quotidianità indipendente degli iraniani, soprattutto più giovani), seguiamo le vicende di un circuito culturale che nella capitale passa attraverso ritrovi e proiezioni private, vediamo il gestore di un multisala fumare marjuana tra un film e l’altro mentre si preoccupa di non poter dare spazio a nessuna pellicola che non sia stata approvata dalla censura governativa.
Fino al disperato e comico tentativo di Bahram di ingraziarsi un improbabile attore televisivo come protagonista del suo film, tra una proiezione di Bergman in 4k e una retrospettiva su Rocky Balboa.

E all’epilogo di Divine Comedy che ci lascia con questa ambivalenza.
Tra il disilluso umorismo che accompagna l’unica proiezione clandestina del film, tacitata proprio da un cane, e la notizia della caduta di Assad in Siria, con la presa del potere da parte delle milizie jihadiste di al-Jolani, che ci riporta alla nostra realtà.


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Classe 1992, toscano, giornalista pubblicista. Studi di economia a Bologna, lavoro nel mondo del terzo settore. Appassionato di storie, di come nascono e di quello che diventano, di cosa raccontano e di come possono essere rappresentate, montate e interpretate.

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