Shih-Ching Tsou regista Left handed girl la mia famiglia a taipei
Credits: Stephanie Cornfield La regista Shih-Ching Tsou in uno scatto di Stephanie Cornfield

La mia famiglia a Taipei, neorealismo digitale

9 minuti di lettura

Come ogni anno, il periodo di Natale è particolarmente ricco di nuove uscite cinematografiche. Quest’anno in particolare – tra il ritorno al cinema della saga di Avatar di James Cameron e il nuovo film di Checco Zalone (il primo dopo cinque anni!) – si profila un periodo festivo particolarmente lauto per le casse dei cinema di tutto il Paese. Eppure, in questo marasma di blockbuster e titoli di richiamo, arriva grazie a I Wonder Pictures nelle sale italiane La mia famiglia a Taipei (titolo internazionale: Left-handed girl), notevole opera seconda della regista e produttrice Shih-Ching Tsou, collaboratrice e produttrice storica del premio Oscar Sean Baker.

Shih-Ching Tsou regista di Left handed girl la mia famiglia a taipei
Credits: Stephanie Cornfield
Shih-Ching Tsou, regista e produttrice del film La mia famiglia a Taipei – vincitore della Semain de la Critique di Cannes – qui in uno scatto di Stephanie Cornfield

Vincitore sia alla Semain de la Critique di Cannes sia alla Festa del Cinema di Roma (dove la giuria, presieduta da Paola Cortellesi, l’ha insignito del premio al Miglior Film), La mia famiglia a Taipei coniuga al suo interno ispirazioni assai diverse – il cinema indie americano, il neorealismo del dopoguerra, il cinema cinese e di Hong Kong degli anni Novanta – mantenendo comunque un’anima personale e autonoma, portando sulla scena un racconto intimo e sentito di famiglia, tradizione e rottura degli stilemi.

La mia famiglia a Taipei, tra tradizione e ribellione

A seguito di un trasferimento nella capitale taiwanese, un’anticonvenzionale famiglia composta dalla mamma single Shu-Fen (Janel Tsai), dall’adolescente I-Ann (Shih-Yuan Ma) e dalla bambina I-Jing (l’adorabile e sorprendente Nina Ye) cerca di sbancare il lunario tra l’aiuto dei nonni – impegnati ad aiutare giovani immigrati – e un modesto stand di ramen nel mercato notturno di Taipei. Quando I-Jing, rimproverata dal nonno per il suo mancinismo (“Se usi quella mano significa che lavori per il diavolo!“), inizierà a compiere piccoli furti in giro per la città, tutti i segreti della famiglia inizieranno a venire a galla e a mettere a repentaglio il singolare nucleo familiare di fronte a tutta la comunità.

Ispirato dalla vera storia familiare della regista, La mia famiglia a Taipei racconta con sensibilità e delicatezza la storia di una famiglia atipica, che sfida le rigide convenzioni che ancora animano la realtà sociale taiwanese.

Le tre protagoniste – nucleo familiare atipico per la società taiwanese – oppongono resistenza alle tradizioni sociali e alla visione di mondo standardizzata ancora vigente: dalla madre di famiglia – donna single madre di due figlie che accudisce e per le quali provvede senza il bisogno di un uomo – alla figlia adolescente che ha lasciato un brillante percorso accademico per lavorare in un chiosco e condurre una vita umile e modesta, fino alla piccola I-Jing, guidata dalla mano sinistra (quindi diabolica!) e dall’innocenza che accompagna i suoi furtarelli.

La Mia Famiglia a Taipei (Shih-Ching Tsou, 2025).A seguito di un trasferimento nella capitale taiwanese, un'anticonvenzionale famiglia composta dalla mamma single Shu-Fen (Janel Tsai), dall'adolescente I-Ann (Shih-Yuan Ma) e dalla bambina I-Jing (l'adorabile e sorprendente Nina Ye) cerca di sbancare il lunario tra l'aiuto dei nonni - impegnati ad aiutare giovani immigrati - e un modesto stand di ramen nel mercato notturno di Taipei. Qui le protagoniste sono sedute attorno al tavolo.

Quella al centro de La mia famiglia a Taipei è una famiglia che resiste a visioni antiquate, basate su una concezione datata del rispettabilità del singolo e della famiglia agli occhi degli altri più che su una condotta o una filosofia morale da perseguire. È il giudizio esterno il vero motore della condotta sociale, alimentata dalla vergogna che gli individui finiscono per provare quando differiscono dalla norma.

La famiglia di Shu-Fen, I-Ann e I-Jung, per quanto provi a conformarsi alle norme condivise, finisce per diventare un simbolo di resistenza: le tre generazioni al centro de La mia famiglia a Taipei – tra loro legate proprio per questa opposizione alle norme sociali – vivono in libertà la loro vita, non con sfacciataggine ma con grande naturalezza e verità.

Una rivoluzione gentile, insomma, raccontata da La mia famiglia a Taipei con altrettanto garbo ed eleganza: Shih-Ching Tsou viaggia tra toni e generi diversi – dalla commedia al dramma, dall’assurdo al realismo – con misura ed equilibrio, finché questi finiscono per rafforzarsi ed esaltarsi tra di loro. Shih-Ching Tsou costruisce un impianto narrativo controllato ma riuscito, capace di divertire e commuovere con una storia semplice di famiglia e tradizioni – a modo suo, dunque, appropriata per il periodo natalizio.

Guardare al passato con lo sguardo del presente

La Mia Famiglia a Taipei (Shih-Ching Tsou, 2025). Due protagoniste in motorino a Taipei, sorridono.

Ciò che colpisce sin da subito de La mia famiglia a Taipei è la fotografia, nello specifico la grana dell’immagine: sporca, molto luminosa e dai colori assolutamente accesi. Una fotografia assai inusuale e facilmente identificabile, che richiama in modo evidente quella di Tangerine, che nel 2015 diede la notorietà a Sean Baker (coinvolto ne La mia famiglia a Taipei come produttore e montatore). Entrambi i film, infatti, son stati girati in modo simile – le riprese, avvenute spesso secondo lo stile del guerrilla filmmaking, sono state realizzate con degli iPhone.

Tale scelta di fotografia, dettata almeno in parte da questioni economiche, rispecchia lo stile che Shih-Ching Tsou vuole per il suo film. Se, da un lato, quest’estetica si richiama in modo evidente alle logiche visive del cinema indie contemporaneo – di cui Sean Baker, recente vincitore di quattro premi Oscar per Anora, è un fiero esponente -, dall’altro la praticità di una macchina da presa dalle dimensioni molto ridotte rende facilmente attuabile la cosiddetta “poetica del pedinamento” teorizzata da Cesare Zavattini, uno dei massimi esponenti del neorelismo italiano.

L’agilità degli spostamenti consentita da uno smartphone rende più facile per la regista seguire fisicamente i suoi personaggi – pedinarli, per riprendere le parole dello scrittore luzzarese – nelle faccende della vita di tutti i giorni, anche in luoghi molto affollati e complessi (come il mercato notturno di Taipei).

La Mia Famiglia a Taipei (Shih-Ching Tsou, 2025). La piccola protagonista mancina vaga per il mercato di Taipei.

È in questa fusione tra modernità e tradizione che si colloca lo stile e l’estetica de La mia famiglia a Taipei, un’opera capace di sintetizzare l’uso delle moderne tecnologie con un approccio al cinema “tradizionale” in quello che si potrebbe definire come “neorealismo digitale“. Il risultato è un film che, per quanto evidente nelle sue influenze, riesce comunque a trovare una sua visione e un suo stile originale pur nella sua crasi tra passato e presente – peraltro in linea con le tematiche dell’opera stessa.

Capace di coinvolgere restando semplice della vita che si dispiega su schermo, La mia famiglia a Taipei è il convincente risultato di una fusione tra uno sguardo tradizionale e le tecniche del presente, tra la pura commedia e il dramma della vita quotidiana, tra le estetiche dell’occidente e uno sguardo autentico sulla società orientale; un gioiellino, insomma, che riesce a far ridere e commuovere con semplicità, misura, equilibrio ed eleganza. Il gioco da equilibrista di Shih-Ching Tsou non è, dunque, solo riuscito, ma davvero ammirevole.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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