Un ritratto agrodolce ma umano degli ultimi anni da calciatore di uno dei più grandi talenti che il calcio italiano abbia mai visto. ‘Speravo de morì prima’ è la miniserie diretta da Luca Ribuoli su Francesco Totti, basata sul libro autobiografico “Un capitano” scritto da Totti insieme a Paolo Condò. È composta in totaleda sei episodi che ripercorrono i momenti finali della carriera del numero 10 della Roma, guardando con particolare attenzione al rapporto difficile e travagliato con l’allenatore Luciano Spalletti. Totti per la Roma, e per Roma, non è stato solo un calciatore o un grande talento, ma anche e soprattutto una bandiera che ha attraversato vent’anni di storia giallorossa. La storia di una Roma che nel tempo è diventata più forte e ambiziosa, arrivando a lottare in pianta stabile per le prime posizioni della classifica anche se gli opinionisti e anche le scommesse pre-match o le scommesse live sul calcio non sembrano dare troppo credito alla Magica. Tuttavia le aspirazioni in campionato non sono cambiate più di tanto rispetto ai tempi di Totti che cercava di raggiungere sempre il meglio, anche se a suo modo, come vedremo.
Un ritratto sincero di un uomo oltre il mito
La serie prende il via nel 2016 quando Francesco Totti ha 40 anni e sulla panchina della Roma arriva, dopo la sua prima esperienza qualche anno prima, Luciano Spalletti. Il rapporto però non è così idilliaco come lo era stato precedentemente. Totti sa che il tempo sta passando e si avvicina il momento in cui dovrà ritirarsi, ma spera di poter giocare ancora. Spalletti però, che un tempo era grande estimatore e amico di Totti, è cambiato ed è più intransigente nei confronti del ‘Pupone’, così inizia una lotta tra Totti e Spalletti per poter giocare e arrivare all’ultima partita della sua carriera come vuole lui. Tutto questo in una serie che rimanda spesso a flashback della sua infanzia, fino ai primi successi, ma anche ai primi incontri e alla storia d’amore con Ilary Blasi e la sua vita familiare.
Ne esce un ritratto umano di Francesco Totti, interpretato davvero bene da Pietro Castellitto, in una serie che mostra l’uomo dietro il mito. Un uomo che all’apparenza sembra forte e incrollabile ma che è invece fragile, e a volte quasi persino spaesato. Ma è una serie che ci racconta come Totti sia stato sempre intimamente legato alla sua città e ai romani, così da dipingere un ritratto di un momento della vita che appartiene a tutti, raccontando il momento in cui si è costretti a voltare pagina, con tutte le tribolazioni interne che ne conseguono, le paure e le incertezze. A livello attoriale la prova è ardua perché il rischio di cadere nella macchietta o nell’imitazione becera era molto alto. E invece sia Pietro Castellitto che Greta Scarano, che interpreta Ilary Blasi, che Gianmarco Tognazzi, nei panni di Luciano Spalletti, offrono un’interpretazione più che credibile, attuale e umana. Castellitto in particolare è stato bravissimo a restituire al pubblico il senso di un uomo che da una parte è un mito per tutti, dall’altra un essere umano dilaniato dalla difficoltà di accettare un futuro diverso, senza pallone tra i piedi e, chissà, dietro una scrivania da dirigente.
Totti e Spalletti: un rapporto difficile
Ma il cuore narrativo della serie è ovviamente il difficile rapporto tra Totti e Luciano Spalletti. Proprio l’attuale allenatore della Nazionale ha detto la sua versione dei fatti nella sua autobiografia uscita recentemente. Un rapporto quasi padre e figlio tra i due, resosi complicato nella seconda avventura giallorossa proprio dal dilemma interiore di Totti, in un rapporto teso e carico di non detti. Ed è proprio qui che la serie insiste e si concentra. Uno scontro fatto di orgoglio e difficoltà nel comunicare, tra vecchi rancori e ferite mai sanate, incendiando il filo emotivo della narrazione.
Un dramedy che mette la romanità al centro
Se con il documentario ‘Unica’, Ilary Blasi raccontava quasi esclusivamente del suo matrimonio con Francesco Totti, Speravo de morì prima si concentra sul Totti uomo e calciatore, della Roma e di Roma. Perché c’è tanta romanità nella serie, a partire proprio dal titolo che vuole dare un tocco di leggerezza e ironia anche in momenti seri della vita. Come era Totti, e come lo sono i romani, a volte scherzosi in una frase nella quale è presente tanta serietà. E proprio il titolo della serie vuole trasmettere ironia ma anche il dolore di un addio. L’addio di Totti alla sua ‘prima vita’, ma anche l’addio di una città a un uomo che è stato un mito, un’icona, un simbolo.
