Inspiegabilmente in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, DAU, il delirio cinematografico di Ilya Khrzhanovsky, sfianca il pubblico con la storia caotica di uno scienziato greco durante la corsa per la costruzione della bomba atomica nell’Unione Sovietica.
DAU, la bomba atomica nell’URSS
Liberamente ispirato alla storia degli scienziati che hanno costruito la bomba atomica ai tempi dell’Unione Sovietica, DAU segue la vita dello scienziato greco omonimo (Teodor Currentzis) durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale.
L’idealismo superficiale di Dau si scontra con la realtà della storia e l’uomo finisce a lavorare in un istituto scientifico segreto dell’URSS. Controllato dalla polizia sovietica, il piacere che provava in passato per la ricerca scientifica svanisce piano piano, sostituito dall’ossessione di trovare la felicità attraverso il sesso, a discapito di tutto.
L’Oppenheimer russo – nonostante il paragone lasci subito il tempo che trova – se la prende comoda per non sviscerare nulla di ciò che introduce. Tutto è abbozzato, caotico, a partire dai montaggi a raffica che disturbano all’improvviso la scena.
(Ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
DAU, l’assenza di conseguenze
Dau, fisico greco immigrato nell’Unione Sovietica, è a detta di tutti – soprattutto di sé stesso, dato che l’umiltà non fa parte dei suoi valori – un genio. Solo sulla carta, però, poiché per tutta la durata del film il suo genio scientifico non è mai espresso se non a parole. Ciò che è chiaro come il sole, invece, è il suo maschilismo travestito da libertà.
Il modo in cui tratta le donne che entrano a far parte della sua vita è disgustoso; Dau professa libertà e rivendica la possibilità di seguire la sua “natura” da esteta greco, schiacciando sotto il peso della manipolazione tutte le donne che gli si parano davanti – in primis sua moglie Nora, interpretata da Radmila Shegoleva.
Le tante, sicuramente troppe, scene di sesso sono gratuite e, il più delle volte, degradanti. Le donne – la maggior parte ragazze giovani di cui non sappiano né sapremo mai nulla poiché sono semplicemente orpelli nella vita dello scienziato – ricevono un trattamento “usa e getta”, in favore del paradiso di felicità che Dau ricerca ossessivamente.

Il film – ingiustificabile nella sua lunghezza – lancia delle suggestioni su cui vale però la pena riflettere. Con il pretesto di avere alcune tra le menti più brillanti della storia di quegli anni, il film allude a concetti esistenzialisti. Durante una conversazione tra Dau e un suo compagno, i due riflettono sulla sofferenza umana in chiave religiosa, tessendo le lodi del cristianesimo poiché secondo loro è l’unica religione a fornire un’ipotesi del perché la sofferenza sia presente nel mondo. La sofferenza è scaturita dalla sete di conoscenza dell’essere umano o dalla sua ambizione a diventare Dio?
DAU risponde alla domanda con i fatti. Nella ricerca spasmodica ed egoista della propria felicità, Dau dimostra che la sofferenza è il risultato di entrambe le ipotesi, ma soprattutto dell’assenza di empatia nei confronti degli altri. Lo scienziato greco è un narcisista cronico, talmente egoriferito da non considerare nulla che non lo riguardi.
In quest’ottica, la moglie deve accettare passivamente il fatto che lui stia con altre donne; le ragazze che gli orbitano intorno devono recitare la parte delle ninfette; i suoi colleghi devono subire il peso del suo dissenso, o con la morte o con il carcere. Nel mentre, Dau la fa sempre franca – le conseguenze delle sue scelte non lo toccano. E non sembra che gli importi un granché, poiché lui è fatto così. In un mondo in cui sempre meno gente si prende la responsabilità delle proprie azioni, DAU avvalora questo punto di vista tossico senza possibilità di redenzione.
La storia produttiva del film è lunga e folle. DAU è sicuramente un prodotto unico nel suo genere. Ilya Khrzhanovsky ha ricreato una città sovietica funzionale in cui il cast, composto per la maggior parte da attori non professionisti, ha vissuto per anni nelle stesse condizioni in cui vivevano i cittadini dell’Unione Sovietica. Da più di settecento ore di riprese, girate in periodi storici diversi, DAU vuole essere un’opera monumentale dell’umanità e della sua vita sotto un regime totalitario, in cui è il regista, però, che copre il ruolo di tiranno.
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