Presentato all’83esima Mostra d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia, Woman Unknown (Kvinde Ukendt), l’unico film in Concorso diretto interamente da una donna, la regista May el-Toukhy (nei prossimi giorni passerà in Concorso NAZA, documentario co-diretto da Rachel Szor assieme a Yuval Abraham), spinge a riflettere su una domanda fondamentale: cosa si è disposti a fare per sopravvivere?
Woman Unknown, la tensione post-bellica nella quotidianità danese
In Woman Unknown, Marie (Mathilde Arcel) è una giovane cameriera danese che sta per sposare l’uomo per cui lavora: Christian (Carsten Bjørnlund), un ricco imprenditore vedovo. È da poco finita la Seconda Guerra Mondiale e la Danimarca si trova ad affrontare le conseguenze del conflitto, che per il Paese ha raggiunto l’apice durante l’occupazione tedesca del 1940.
Il clima è teso; la Resistenza vuole far pagare il prezzo dell’asservimento danese a chi tra i cittadini ha collaborato con l’invasore tedesco. E la protagonista di Woman Unknown ha un segreto inconfessabile: durante gli anni dell’occupazione ha avuto un rapporto intimo con un soldato tedesco. Nella paura di essere scoperta, Marie farà tutto ciò che è in suo potere per preservare lo status quo della sua nuova vita.

Woman Unknown, la dignità delle donne dimenticate
Woman Unknown parla di tutti gli uomini e donne che, durante il periodo della guerra, si sono ritrovati a coprire il ruolo di collaborazionisti – gente che, per non rischiare la propria vita e quella dei loro cari, ha deciso consapevolmente di collaborare con l’invasore.
Come Woman Unknown mostra in modo sottile, durante la Seconda Guerra Mondiale donne di ogni età ed estrazione sociale hanno avuto rapporti intimi con i militari tedeschi. Alla fine della guerra, la frustrazione delle vittime e, soprattutto, il senso di colpa provato nei confronti della loro patria si sono trasformati in volontà di vendetta. Ma c’era la necessità di trovare un capro espiatorio su cui sfogare tutto questo dolore.
Le donne sono sempre state un bersaglio facile. La pena di morte è stata reintrodotta in Danimarca poco dopo la fine della guerra, eppure Woman Unknown mostra che queste donne non sono state condannate a morte. Nelle scene in cui il film mette a schermo la pubblica umiliazione delle collaborazioniste – tra le più strazianti del film –, il loro presunto tradimento nei confronti dell’identità nazionale danese viene punito con il degrado. Le donne vengono rasate a zero, con violenza; gli aguzzini strappano i loro vestiti, denudandole completamente; e una grossa svastica rossa viene dipinta sul loro corpo, che chiede pietà. Il tutto è spettacolarizzato per una folla di bestie assetate di sangue: i cittadini danesi, non meno complici del collaborazionismo tedesco.

May el-Toukhy, insieme alla sceneggiatrice Maren Louise Käehne, tratta il tema del collaborazionismo con uno sguardo elegante e mai intrusivo. La scelta di non mostrare il passato di Marie, di non dare mai esplicitamente le coordinate per comprenderlo del tutto, comporta una riflessione forte: da una parte la volontà di non stigmatizzare le vittime – poiché i motivi delle azioni di ogni individuo sono personali e le circostanze li influenzano indelebilmente – e dall’altra la possibilità di mostrare in maniera universale il corpo della donna come territorio di guerra.
Woman Unknown è la storia di tutte quelle donne che rimangono sempre in secondo piano, rese invisibili dal peso della Storia – inspiegabilmente ancora oggi appannaggio maschile. May el-Toukhy le onora, trasformando la vita di una di loro nella storia universale di tutte noi.
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