Vita mia, il Salento sul grande schermo tra miseria e nobiltà

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Presentato all’ultima edizione del Torino film festival il settimo lungometraggio del regista Edoardo Winispeare narra una storia di intimità tra due donne appartenenti a mondi diversi. Vita mia segue l’ultima parte della vita di una nobildonna, Didi, e della sua badante/amica, Vita, alla scoperta l’una dell’altra. Un film che ha al centro del cuore il Salento, ma che esce con delicatezza dai limiti territoriali, rivelandosi anche un’avventura on the road quando le due protagoniste si imbarcano in un viaggio per la Transilvania.

Distribuito da Draka cinema, Vita mia esce in sala il 9 aprile.

Tra paesaggi e attrici, i protagonisti di Vita mia

Vita mia inizia presentandoci il presonaggio della Duchessa Didi, interpretata da un’eccellente Dominiue Sanda, attrice già celebre per film come Il conformista e Novecento di Bertolucci. La Duchessa si è da tempo trasferita in Salento e ora è nel tramonto della sua vita, atta a cercare di ritrovare perle di memoria ormai perse a causa della malattia che la affligge, il Parkinson. Motivo per cui entra in scena Vita (Celeste Casciaro), donna dal vissuto complicato, che accetterà questo lavoro a causa di difficoltà economiche. Tra le due donne all’inizio non corre buon sangue, ma alla fine tra le due si cementerà un’importante relazione.

In Vita mia, la Duchessa Didi,  affetta da Parkinson e interpretata da un'eccellente Dominiue Sanda, qui insieme a  Vita (Celeste Casciaro), donna dal vissuto complicato.

Vita mia ha le radici ben ferme nella terra del regista, il Salento, che infatti attraverso la regia riesce a raccontare la bellezza temeraria di questo luogo. La camera ci dona una prima vista dei centri storici delle cittadine salentine, fatti di pietra leccese ingiallita dal tempo, ma li alterna con delicatezze alle bellezze naturali della penisola. L’ambiente stesso narra la storia, da giardini prosperosi a coste su cui si infrange il mare in tempesta, fino alla bellissima sequenza in cui Vita va a pescare con il padre all’alba: una serie di inquadrature che tolgono il respiro mettendo in scena il complesso rapporto tra uomo e natura.

Il decadente sforzo narrativo di Vita mia

Ma il regista non ha paura di muoversi altrove, alla ricerca del luogo in cui lo porta la sua storia: Didi insegue le sue memorie in Transilvania, la sua terra, e con essa vengono mostrate molteplici tematiche. Winespeare racconta del complesso periodo vissuto dall’Ungheria prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, una terra prima succube del nazismo e poi del regime stalinista. Tuttavia, se la narrazione del Salento risulta naturale e realistica, anche dato il punto di vista intimo sulle complessità familiari e sociali della badante, qua Vita mia prende una piega inaspettata e forse troppo coraggiosa.

Vita mia

Il tentativo narrativo del film, dal secondo atto in poi, fallisce, in quanto la durata del film (oltre le 2 ore) è infima per iniziare a fare chiarezza su questi sistemi complessi. Al tempo stesso, vista l’inabilità della sceneggiatura di arrivare al cuore dello spettatore, Vita mia sembra protrarsi all’infinito, in una miriade di significati e misteri che però non sono mai propriamente svelati. In conclusione, se si apprezza il tentativo del regista di narrare una storia così poco convenzionale, risulta difficile comprendere Vita mia nella sua interezza.


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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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