Orfeo e Altri cannibali, due film a confronto

Altri Cannibali e Orfeo, o come il nuovo cinema italiano ha scelto di ripartire dall’horror

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Entrambi film d’esordio di due grandi registi italiani contemporanei, Altri Cannibali (2021) e Orfeo (2025) guardano al passato per affermare la propria individualità. Nonostante in Italia la tradizione del cinema di genere sia decisamente manchevole, l’horror italiano è da sempre un caposaldo del cinema. Negli anni Cinquanta, grazie a veri e propri maestri come Mario Bava, Dario Argento e Lucio Fulci – per citarne alcuni – l’orrore italiano ha iniziato a prosperare, per poi venire completamente dimenticato.

Solo negli ultimi anni il pubblico italiano ha assistito a un revival dell’horror grazie al lavoro non solo di bravissimi registi del genere (per esempio De Feo e Strippoli con il loro A Classic Horror Story), ma anche di altri, che fanno dell’horror la rivendicazione di una forte identità personale: Francesco Sossai con Altri Cannibali (2021) e Virgilio Villoresi con Orfeo (2025).

Altri Cannibali, l’horror macchiato di neorealismo

Ormai sulla cresta dell’onda grazie allo strepitoso successo de Le città di pianura (2025), Francesco Sossai lascia intravedere nel suo film di debutto gli stralci della sua poetica. Il protagonista di Altri Cannibali è Fausto, un operaio di un piccolo paesino delle montagne venete, insoddisfatto di una vita che non sente di governare. L’incontro con Ivan, un dottorando in filosofia insoddisfatto a sua volta, gli fa capire che le sue idee possono trasformarsi in realtà. Anche quelle più scabrose. Ad esempio, il cannibalismo. Fausto è affascinato dal cannibalismo: è ciò a cui pensa quando non vuole pensare. Un elemento squisitamente orrorifico in un film altrimenti neorealista.

In Altri Cannibali, il primo incontro tra Fausto e Ivan alla stazione.

La poetica del quotidiano di Sossai è già visibile: si parla dialetto, si assiste alla vita degli abitanti di questi paesini dimenticati da tutti – perfino da dio stesso – si assiste a battibecchi familiari. Il film è girato in bianco e nero – come per omaggiare i grandi cineasti del neorealismo italiano – e questa scelta contribuisce a creare un’atmosfera di sospensione temporale che riflette l’immagine della vita spenta dei protagonisti, ma allo stesso tempo crea una sensazione di inquietudine nello spettatore.

Il disagio è ampliato da una scena in particolare – l’uccisione del maiale – in cui l’elemento horror raggiunge l’apice non tanto nella scabrosità dell’atto in sé, quanto nell’anticipazione di ciò che sarà fatto a Ivan. Come sosteneva Seneca, l’immaginazione è molto più spaventosa della realtà. Per questo, durante la visione lo spettatore è messo costantemente alla prova dal disagio degli orrori di una vita troppo stretta. Non sono tanto i topoi di genere che spaventano, il terrore si sente guardando gli occhi di Fausto quando dice: «Neanche io ce la faccio più.»

Orfeo, l’horror che diventa fiaba

L’esordio di Virgilio Villoresi guarda invece al passato. Tratto da Poema a fumetti di Buzzati, opera sperimentale considerata come la prima vera graphic novel, Orfeo mette a schermo il mito greco di Orfeo e Euridice in chiave buzzantiana. Il regista ha volutamente ripreso il grande cinema del passato sia nelle inquadrature che nel sonoro – il film è doppiato sull’italiano – riuscendo perfettamente a creare un’atmosfera magica, d’altri tempi, tempi antichi, esoterici. Nella sospensione magica del film, ci sono spettri aggressivi, diavoli terrificanti, fantasmi spaventosi. Nell’inferno attraversato da Orfeo, lo spettatore prova un’inquietudine fiabesca, ritornando un bambino innocente e facilmente impressionabile.

In Orfeo, le ombre di Orfeo e Euridice passeggiano nella notte di Milano.

L’uso dell’animazione in stop-motion amplifica l’agitazione, poiché i personaggi animati si muovono a scatti, in modo imprevedibile, attaccando il protagonista. Inoltre, la scelta di mischiare live action e animazione mette l’accento sulla diversità e la conseguente incomunicabilità tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Oltre alla paura causata dalla fisicità legata ai personaggi, si prova un altro tipo di paura, quello per la morte, e una sensazione di fallimento nel cercare di sottrarsi da essa. Per quanto ci provi, Orfeo era, è e sarà sempre incapace di riportare in vita Eura. In fin dei conti, ciò che spaventa più di ogni altro demone è l’impotenza umana di fronte alla finalità della morte.

L’horror contaminato d’identità in Altri Cannibali e Orfeo

Ma perché questi due registi italiani contemporanei hanno scelto proprio l’horror come terreno d’esordio? Cosa li spinge a confrontarsi con un genere così fortemente codificato? Dare una risposta univoca non è semplice. Da sempre, però, l’horror si configura come uno dei linguaggi cinematografici più efficaci nell’indagare le paure profonde dell’essere umano e dare forma ad inquietudini personali spesso difficili da esprimere. In un periodo storico che non lascia tanto spazio alla luce e alla speranza, è facile capire l’interesse artistico per le oscurità dell’animo umano. Ma c’è dell’altro.

In Altri Cannibali, Fausto tiene in mano un dito insanguinato.

L’horror ha un’identità immediatamente riconoscibile e proprio attraverso la rielaborazione dei suoi stilemi – con spinte che sfociano nel neorealismo e nella fiaba – Sossai e Villoresi sembrano affermare con decisione la loro di identità. Il genere horror diventa così non solo uno strumento indispensabile per esplorare le inquietudini dell’animo, ma anche un’autodichiarazione artistica che rompe gli schemi di un cinema nazionale spesso restio a correre rischi.


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Classe 1997, laureata in lingue, traduttrice appassionata di cinema. Quando non sono alle prese con un testo o con un film, sto probabilmente cercando di salvare il mondo in qualche videogioco.

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