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L’invasione degli ultracorpi, alieno, alienazione e suspense nel cinema di fantascienza

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“Solo l’io infatti può essere il punto di partenza di un “rinnovato rapporto con l’essere” e quindi di una costruzione che possa avere valore realmente universale: perché solo ciò che interessa qualcuno può sperare di interessare tutti”. Così Paolo Musso, in La scienza e l’idea di ragione, citando Václav Havel, descrive la necessità di tornare all’io, sempre più annichilito nella modernità. La questione ha destato particolare interesse in un filone della fantascienza, che ha approfondito la progressiva disumanizzazione dell’individuo nella società.

In L'invasione degli ultracorpi, il dottor Miles Bennell e la fidanzata Becky Driscoll scoprono qualcosa di inquietante: gli umani sono sostituiti da simulacri senz’anima, prodotti da baccelli alieni.

L’invasione degli ultracorpi, film del 1956 diretto da Don Siegel, è ritenuto un punto di riferimento in questo particolare sottogenere. Settant’anni sono passati, eppure trama, intuizioni narrative e relative interpretazioni semiotiche, politiche e sociologiche sono più attuali che mai.

L’invasione degli ultracorpi, di cosa parla realmente il film

Nella tranquilla e banale Santa Mira, prototipo immaginario della cittadina americana degli anni ‘50 dove tutti si conoscono, il dottor Miles Bennell e la fidanzata Becky Driscoll scoprono qualcosa di inquietante: gli umani sono sostituiti da simulacri senz’anima, prodotti da baccelli alieni. Il basso budget destinato alla produzione de L’invasione degli ultracorpi non ha consentito una rappresentazione accattivante degli alieni, ma, grazie ad un’abile sceneggiatura, il film genera una suspense, una paranoia ed un’alienazione difficili da replicare.

Riesce nell’intento nonostante due ostacoli narrativi, cioè l’incipit e la conclusione, imposti dai produttori (e osteggiati dal regista). All’inizio del L’invasione degli ultracorpi, infatti, viene mostrato l’unico sopravvissuto umano (cosa piuttosto controproducente vista la trama); mentre nel finale viene inserita una scena forzata ed ottimistica, che stona rispetto alla cupezza generale.

bambini posseduti in L'invasione degli ultracorpi (1956)

Le modalità narrative, certamente importanti, creano nello spettatore una “sana paranoia” e una partecipazione attiva, ma un’ulteriore elemento d’interesse sono le interpretazioni che questi “posseduti”, creati da alieni, hanno avuto: L’invasione degli ultracorpi contiene un messaggio anti-comunista? Di un messaggio contro il consumismo? O potrebbe essere un’analisi sull’animo umano, in bilico tra bestialità e razionalità?

La risposta dipende dalle scelte (e dai pregiudizi) di chi osserva. Edgar Morin avrebbe scritto sull’immaginario cinematografico: “Il mondo si rifletteva nello specchio del cinematografo. Il cinema ci offre il riflesso, non più soltanto del mondo, ma dello spirito umano”.

Per una definizione di fantascienza, iconografia e cliché di un genere cinematografico

La fantascienza crea un certo imbarazzo agli esperti, sia per la minima considerazione – almeno fino a qualche decennio fa – con cui è stata trattata, sia per una questione più prettamente terminologica.

Di fatto, definire la fantascienza in modo netto è, ancora oggi, un problema. Non che siano mancati i tentativi. Alcuni di questi, hanno rimarcato proprio le difficoltà insite in questo tipo di ricerche. In tal senso, le considerazioni di Judith Merrill, scrittrice ed editrice di fantascienza sono esemplari: Non ho mai saputo che cosa significasse “fantascienza”, dopo tutte le notti passate a riflettere fino all’alba sulle possibili definizioni, non ne ricordo una che resistesse alla luce del giorno. Dipendevano tutte, in ogni caso, da certe supposizioni assiomatiche sul significato di “scienza” e “fantasia”.

L’etimologia può aiutare: Scientific fiction, poi coagulato in Sci-fi, termine ideato da Hugo Gernsback su Amazing Stories nel 1926, sembra tanto riuscito quanto esemplificativo. Quel che sappiamo, in accordo con l’etimo e con tutte le definizioni reperibili, è lo stretto connubio tra fantasia e scienza. Ma qui ci si ferma, aprendo poi un classico problema di teoria dei generi. D’altronde i confini di genere sono spesso labili, discutibili e, alle volte, tanto astratti da risultare forzati. D’altro canto, astenersi da una definizione potrebbe far pensare ad una scarsa considerazione critico-accademica.

La soluzione, come capita di frequente, sta nel mezzo: secondo Vivian Sobchack, professoressa e critica di sci-fi, la terminologia dovrebbe essere chiara, non troppo astratta e durevole. Problema affatto banale.

Tanto che arriviamo al paradosso della (non) definizione di Carlos Clarens: “Difficile da definire in astratto, la fantascienza è immediatamente riconoscibile sulla carta stampata”. O, quando parliamo di cinema, quando appare sullo schermo tutti sappiamo riconoscerla.

Come per ogni genere, alcuni più di altri, esistono iconografie e cliché che creano un’unità di significato coerente. In altri termini, alcuni personaggi, certe ambientazioni, un determinato tipo di avventura e alcuni effetti speciali richiamano immediatamente un universo fantascientifico.

In sostanza non sappiamo cos’è in modo definito, tuttavia quando la guardiamo la riconosciamo immediatamente. I viaggi spaziali, le astronavi, i robot, le IA, i viaggi nel tempo, gli alieni e altri ancora, fanno parte di questo complesso narrativo che, collegato ad un certo tipo di narrazione con derive scientifiche (questa precisazione sulle possibili derive scientifiche è fondamentale: i soli elementi citati, slegati da una qualche invenzione tecnologico-scientifica, non creano per forza una trama di sci-fi), pone subito lo spettatore in un determinato contesto.

Da L’invasione degli ultracorpi a La guerra dei mondi, l’alieno al cinema

Classicamente, l’alieno è una delle immagini più iconiche del genere fantascientifico. Nel corso degli anni è stato trattato in modo eterogeneo: il cattivo invasore, l’imparziale giudice dei comportamenti umani, l’amorevole visitatore. Questa varietà è dovuta all’evoluzione sociale, alla cultura ed al pensiero dominante dell’epoca di realizzazione di un film. Di conseguenza, questo tipo di iconografia fornisce una sorta di guida storica, antropologica e sociale.

Ma l’alieno non è solo una creatura proveniente dallo spazio, pacifica (come E.T. di Spielberg) o spietata (come nel La guerra dei mondi). Alieno può anche essere un contesto (straniante, disumanizzante, alienante), una zona della Terra o dello spazio (l’Antartide, un pianeta sconosciuto); e, più in generale, un qualcosa di nuovo o di anomalo rispetto al familiare.

La chiave nel cinema di fantascienza, secondo molti studiosi, sarebbe proprio questo passaggio dal familiare, dal conosciuto (come può essere Santa Mira) ad una situazione di crisi, anomala, aliena e meravigliosa (in grado cioè di suscitare meraviglia).

L’invasione degli ultracorpi racchiude molti di questi elementi: gli alieni, un contesto familiare (quasi noioso) divenuto presto qualcosa di sinistro e pericoloso, e l’alienazione sociale.

Le interpretazioni de L’invasione degli ultracorpi e la partecipazione dello spettatore

Scrive Don Siegel, regista de L’invasione degli ultracorpi: “ essere un baccello significa non essere preda delle passioni, della rabbia, significa parlare meccanicamente ed essere privi di vita propria. Vi ricordate la scena del film in cui Kevin [Miles] e Duna [Becky] camminano per la strada fingendosi baccelli? Lui le dice di camminare normalmente, con espressione assente, di non reagire a nulla, ma lei non riesce a trattenersi quando crede che un cane stia per essere investito per strada. In un mondo di baccelli insensibili alla morte di un cane, la sua umanità la tradisce”.

Questo contrasto tra individui e simulacri, viene rappresentato dalla coppia di innamorati Miles e Becky, che, trascinati dalla passione, riusciranno a resistere più a lungo degli altri. Anche se solo uno dei due si salverà. Sarà forse un caso che l’unico personaggio a fuggire da Santa Mira, è il solo legato alla scienza. Metaforicamente, la conoscenza potrebbe essere vista come anticorpo per rimanere individui pensanti, senza abbandonarsi alla possessione.

Il cast di L'invasione degli ultracorpi, sci fi movie degli anni 50.

I simulacri si comportano in modo perfetto, ma in assenza di sentimenti, i loro comportamenti appaiono, alle volte, innaturali. Questo è ciò che lo spettatore di L’invasione degli ultracorpi cerca con attenzione, il fare o non fare qualcosa può aiutare a distinguere amici e nemici. In questa partecipazione attiva, creata dal coinvolgimento emotivo, sapientemente sfruttato dal regista, possiamo ravvisare altre riflessioni di Edgar Morin. Ne Il cinema o l’uomo immaginario, uno studio sul mezzo cinematografico, la realtà e l’immaginario definisce il cinema come: “Un sistema che tende a integrare lo spettatore nel flusso del film, un sistema che tende a integrare il flusso del film nel flusso psichico dello spettatore”.

L’invasione degli ultracorpi, la Guerra Fredda e il Maccartismo

Tornando brevemente alle varie interpretazioni, L’invasione degli ultracorpi, nel complesso quadro geopolitico del 1956, in piena Guerra Fredda, ha avuto una sequela impressionante, ed anche contrapposta, di letture; proprio legate alla cultura ed alla visione del mondo dell’osservatore. Il tragico periodo del Maccartismo era finito da soli due anni, tuttavia il ricordo della “caccia alle streghe”, la paura di una guerra atomica e la propaganda occidentale innestavano nell’opinione pubblica una certa idea dello stile di vita comunista, quella di un modella conformista, burocratico, privo di sentimenti e di divertimenti.

Dall’altro lato andava ad inasprirsi, specialmente tra una larga fetta di intellettuali, la critica verso la nuova società dei consumi americana, basata sulla creazione di necessità e sull’appiattimento dei gusti. Entrambe possono portare alla formazione di individui esteriormente immutati ma svuotati internamente, come i simulacri in L’invasione degli ultracorpi.

Per ultima Susan Sontag definisce la possessione come la rappresentazione dell’umano in bilico tra l’animale e il razionale. “Una nuova allegoria che riflette l’antichissima consapevolezza dell’uomo di essere, pur sano di mente, sempre pericolosamente vicino alla follia e all’irrazionalità”. Quest’ultima unisce quindi critiche e teorie politiche con una più ampia idea di umanità. Quello che in definitiva realizza questa pellicola è una sintesi, tra iconografia del genere, critica e partecipazione emozionale. Certamente degli ottimi elementi per rendere L’invasione degli ultracorpi un cult da studiare a lungo.

Articolo di Alberto Palmieri


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