Cent’anni di solitudine, quando la magia conquista la Storia

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Con la prima parte della miniserie Cent’anni di Solitudine, tratta dall’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez (recensita qui), ci eravamo lasciati sull’orlo di un precipizio. Il Colonnello Aureliano Buendia non vuole cedere alle richieste della madre Úrsula: sebbene Macondo stia finalmente vivendo un periodo di pace, gli ideali per cui vive Aureliano sono troppo importanti. Inevitabilmente, l’arrivo del nuovo a Macondo fa sprofondare la città nel caos: prima si parlava semplicemente di scienza e progresso portati dai gitani, adesso si arriva alle idee politiche, quelle che mettono radici e che sono impossibili da estirpare.

La seconda parte di Cent’anni di solitudine, nuovamente girata con l’alternanza dei registi Alex García López e Laura Mora, si pone una sfida molto più difficile della prima. Se all’inizio lo scopo era quello di introdurre un mondo magico e distante, facendo affezionare allo spettatore alla mitologia riguardanti personaggi e luogo, il proseguimento della miniserie spezza queste catene con violenza: man mano che lo spettatore prosegue, Macondo sarà sempre più vicina a lui, temporalmente e tematicamente.

Le nuove complessità di Cent’anni di solitudine

L’inizio del primo episodio è veloce e severo: vediamo subito le conseguenze delle azioni di Aureliano e le ripercussioni sulla città. Sovviene alla mente che, per quanto Aureliano sia tra i più svegli personaggi della serie, il suo comportamento non diverga molto da quello dell’impacciato Arcadio quando aveva assunto il controllo di Macondo in nome del Partito Liberale. Si realizza immediatamente il concetto che il potere logora e corrode, seguito subito da un altro: gli eventi iniziano a ripetersi, a susseguirsi imitandosi a vicenda. Sono queste le due macroteorie da tenere a mente durante la visione di Cent’anni di solitudine; la decadenza prende il posto della meraviglia e stupore che aveva precedentemente riempito gli occhi dello spettatore.

Il tempo continua a girare in tondo

Si nota sin da subito un certo distacco anche registico nella forma in cui è presentata Cent’anni di solitudine. Le calme long take che facevano avventurare lo spettatore nei vicoli di Macondo, alla scoperta di questo mondo magico, sono infatti sostituite da una regia più schietta, diretta e in faccia. Quando ci sono nuovamente le inquadrature che si insinuano nella vita dei protagonisti, è per evidenziare il cambiamento. Un esempio di ciò è il modo in cui viene inquadrata e ripresentata la casa dei Buendia: essa smette di adornarsi di addobbi e colori, così il movimento della camera diventa un modo per enfatizzarne il costante declino. La seconda parte della serie Cent’anni di solitudine non insiste assai sul mostrare, quanto sul far riflettere.

Cent'anni di solitudine

I nuovi personaggi di Cent’anni di solitudine che portano avanti la storia sono i gemelli di Arcadio, José Arcadio Segundo e Aureliano Segundo. Due giovani identici in ogni dettaglio fisico, ma profondamente diversi nei comportamenti. José Arcadio ama la bella vita, la musica e le donne, e una sua scelta riguardante quest’ultime detterà il destino funesto dell’intera stirpe dei Buendia. Egli infatti si innamora di Fernanda del Carpio, la bella ma rigida “Regina del Madagascar”. Al tempo stesso, il fratello, con la solita astuzia nello sguardo degli Aureliani, troverà il modo di connettere il resto del mondo con Macondo, aprendo la città a tutte le sventure provenienti da fuori.

Quando Aureliano Segundo arriva fiero a bordo del treno da lui costruito, la vecchia Úrsula lo accoglie in lacrime: “Hai realizzato il sogno del tuo bisnonno“. I tempi di José Arcadio Buendia fondatore, tuttavia, erano ben diversi: tempi in cui la scienza, il mito e la terra erano al servizio dell’uomo, chiedendo in cambio solo rispetto. Dal punto di vista temporale, gli anni di Aureliano Segundo sono i primi del ‘900, in cui l’uomo pensava a una sola cosa: conquistare e asservire quei pochi pezzi di mondo rimasti da scoprire. Ed è esattamente quello che succede: arrivano i gringos, portando con loro quella che sembra prosperità, ma si rivela poi essere lurido marciume.

Macondo come metafora per la colonizzazione dell’America Latina

Cent'anni di solittudine

Con l’arrivo della United Fruit Company a Macondo, tutto cambia per sempre: dal cibo fresco e dalla manualità delle semplici cose, come le caramelle alla frutta di Úrsula, si passa al cibo inscatolato, privo di sapore, proveniente da chissà dove. I gringos prendono il ruolo che era stato della divina provvidenza: il corso dei fiumi viene deviato per produrre frutta per la loro nazione. Macondo non è semplicemente connessa al mondo, diventa colonizzata per massimizzare i profitti di una realtà che non le appartiene.

La città e i suoi abitanti cedono dunque a un degrado, mostrato parallelamente nella storia di José Arcadio Segundo, che, grasso e devoto solo ai piaceri della vita, non riesce a salvare i propri figli dalla dura e aspra istruzione cattolica di Fernanda. I principi religiosi che la donna porta avanti rigorosamente, ma senza applicare il comandamento dell’amore di Gesù, condurranno poi a un disastro tra Aureliano Babilonia e Amaranta Úrsula, gli ultimi della stirpe.

Cent'anni di solitudine

Cent’anni di solitudine prende il suo tempo nel presentare l’evoluzione di Aureliano Segundo che, da fervido credente nei gringos e nel progresso a loro associato, capisce poi il valore dell’unione e della solidarietà. Quando i lavoratori iniziano infatti ad ammalarsi, prima per le dure ore di lavoro, poi per i pesticidi usati, Aureliano Segundo capisce che il vento deve iniziare a soffiare in un’altra direzione. L’inazione della compagnia, il bieco menefreghismo e il tentativo del capo, Sig. Brown, di abbindolare i lavoratori portano Aureliano Segundo ad affrontare complesse problematiche burocratiche. Lo spirito dell’ormai deceduto Colonnello torna a essere percepito nella forma di scioperi, rivolte e boicottaggi.

In piena guerra civile, i cittadini prendevano un fucile e combattevano per i propri ideali. Quando si raggiungeva il culmine, allora gli ideali venivano messi da parte per tornare a una certa tranquillità fittizia. Ma il nome di Macondo era uscito dalla palude, non sarebbe potuto tornare nascosto. Con l’acquisto delle terre, il colonialismo, si sono inevitabilmente creati dei sistemi di potere: è il nuovo fascismo di cui parla Eco, in cui non ci sono divise di colori diversi, ma piccoli cambiamenti giorno per giorno, fino al punto che l’omicidio di un bambino per strada che ha semplicemente fame è giustificato dal governo, ma soprattutto ignorato dalla gente.

Cent'anni di solitudine

In un momento storico in cui siamo colpiti dall’inerzia degli enti internazionali così come degli stati, Cent’anni di solitudine mostra come un tempo la rivoluzione si sarebbe potuta fare. Sebbene Macondo sia connessa al mondo da un certo punto in poi, essa rimane sempre un punto fermo nello sguardo dello spettatore: vediamo il pensare globale, agire locale; i lavoratori del piccolo centro vanno in rivolta. L’azione sul piccolo esiste, sia essa protesta o sabotaggio. Cent’anni di solitudine è quindi un incredibile laboratorio di osservazione dell’evoluzione della storia umana (ovviamente con un punto di vista di preferenza latinoamericana).

Nessuno nasce eroe in questa serie, ma ogni personaggio si attrezza come può a rispondere all’evoluzione delle ingiustizie intorno a lui: l’uomo comune ha tante strade e numerose vengono dipinte nella serie, con particolare occhio di riguardo alla figura del rivoluzionario.

Cent’anni di solitudine, un delizioso adattamento tra attualità e realismo magico

Cent'anni di solitudine

La conclusione di Cent’anni di solitudine lascia un senso di amarezza: è finito il tempo degli eroi, Macondo rimane vuota, destinata a essere risucchiata dal vortice della Storia. Può essere difficile accettare gli ultimi episodi, osservando la stirpe Buendía commettere errore dopo errore, dopo aver tifato per loro a lungo, si tende a provare nostalgia per la storia fondatrice della città e per la caparbietà con cui José Arcadio Buendía e Úrsula superarono le difficoltà iniziali. Purtroppo, il finale è la somma delle inazioni degli ultimi personaggi che popolano lo schermo: José Arcadio Segundo, che cerca disperatamente di riparare ai propri sbagli in punto di morte, e Aureliano Secondo, letteralmente divorato da sé stesso e dal passato.

Perché le stirpi condannate a cento anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra

Il tempo ricomincia a girare su se stesso, e i peccati che avevano trovato espiazione in passato si riversano di nuovo, portando con sé tutte le conseguenzeCent’anni di solitudine è un racconto monumentale perché abbraccia il passato, il presente e il futuro di ogni essere umano. L’esperimento di adattamento di questo testo straordinario trova una realizzazione eccellente nel lavoro del colosso delo streaming, ma soprattutto è un successo dovuto agli sforzi di chi ha davvero amato il materiale di partenza, optando per un risultato talvolta difficile da decifrare, ma assolutamente potente e inebriante.

Ciò che colpisce dell’adattamento audiovisivo di Cent’anni di solitudine è la capacità di trasmettere il significato profondo e enigmatico del capolavoro letterario, senza rinunciare ai momenti di estasiante leggerezza e serenità. Il volo di Remedios la Bella, che ascende al cielo come una santa; le farfalle gialle che avvolgono l’amore proibito tra Meme e Mauricio Babilionia; persino il finale della serie, arduo e apparentemente inadattabile, riesce a fare giustizia alla forma letteraria e, soprattutto, suscita in chi non ha mai letto il libro il desiderio di prenderlo e leggerlo. Questo dev’essere l’obiettivo di ogni adattamento di ogni genere: far riscoprire l’opera originale e appassionare alla scoperta di un nuovo medium e Cent’anni di solitudine, senza alcun dubbio, supera anche questa prova.


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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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