Steven Spielberg è tornato con un nuovo summer blockbuster: Disclosure Day ha colpito le sale italiane l’11 giugno 2026. Un film che afftonta con complesstà tematiche care all’autore, Disclosure Day segue il tecnico informatico Daniel Kellner quando si impossessa di informazioni top secret riguardanti l’approdo degli alieni sulla Terra. Si innescano quindi una serie di eventi che lo porteranno a conoscere la meteorologa televisiva Margaret Fairchild e alla scoperta un legame condiviso tra i due.
Uno sguardo alla carriera di Spielberg
Steven Spielberg è uno dei registi che ha segnato il cinema dello scorso secolo; regista appartenente alla Nuova Hollywood, ma che si separava dal resto del gruppo (Scorsese, Coppola, Hopper) per un tipo di cinema più personale. Gli altri registi erano preoccupati dalla dimensione sociale e politica che stavano affrontando gli Stati Uniti (Taxi Driver) o ancora dall’interazione suprematista degli Stati Uniti con gli altri paesi (Apocalypse Now), quindi essendo sempre molto critici verso la way of life americana. Spielberg, d’altro canto, metteva il focus su tutto ciò che amava della vita americana, con un’inquadratura di nostalgia per i tempi più semplici.
I personaggi di Spielberg sono ossessionati, ma mai da dinamiche puramente umane come un Travis Bickle o un Sonny Wortzik, quanto da ciò che è sovrumano: un camionista senza volto in Duel, uno squalo invincibile ne Lo squalo e, soprattutto, forme di vita estranee alla Terra. Il suo cinema è quindi quello dello sguardo oltre, sia esso al cielo o all’immaginazione, e ne sono prova i suoi successivi film, da E.T. a Jurassic Park, fino al più recente Ready Player One. Il cinema di Spielberg osa nel mostrare i mondi diversi che esistono grazie all’immaginazione.
Regista capace di cogliere la purezza infantile nell’ordinario, Spielberg ha avuto grande successo grazie ai filoni di avventura come Indiana Jones, ma è più riconosciuto per il suo genere prediletto, la fantascienza. L’autore infatti ha girato due film tratti da classici della fantascienza, Guerra dei mondi e Minority Report, ma senza dubbio la sua tematica ossessiva a metà è proprio quella dell’incontro con creature aliene. E il tocco, l’incontro, è il filo conduttore che attarversa due delle opere fondative del regista: E.T., l’amato classico d’infanzia, e Incontri ravvicinati, il film dello stile registico di Spielberg. Disclosure Day cerca di essere la conclusione di questo discorso critico, ma in molte cose non è abbastanza convinto.
Disclosure Day, un nuovo manifesto di fantascienza
Disclosure Day non perde tempo a buttare lo spettatore immediatamente nel mezzo degli eventi: le prime inquadrature ci rivelano sin da subito uno spaventato Daniel Kellner (Josh O’Connor), intimorito dal cattivo del film, Noah Scalon (Colin Firth), che vuole indietro i dati che gli sono stati sottratti. Kellner fa infatti parte di una rete ribelle guidata da Hugo Wakefield (Colman Domingo), il cui scopo è rivelare una volta per tutte le prove dell’esistenza degli ultraterrestri. Alla narrazione di Kellner si aggiunge quella parallela di Margaret Fairchild (Emily Blunt), meteorologa che, dopo aver avvistato un cardinale rosso, acquista particolari poteri psichici.

La linea narrativa di Margaret inizia, quindi, attraverso l’incontro con una creatura apparentemente docile che tuttavia scaturisce una reazione, anzi, un’evoluzione, in lei. Il film, fino all’inizio del terzo atto, si basa su un montaggio alternato tra Kellner che cerca di scappare da Noah, mentre Margaret, guidata da un nuovo sesto senso, va alla sua ricerca. Abbondano quindi sequenze d’azione, inseguimenti adrenalinici e momenti di tensione. L’atto finale è poi il momento dell’incontro tra i due protagonisti, e quindi di successiva rivelazione.
In Incontri ravvicinati, Spielberg si confronta per la prima volta con il lato nascosto di sé stesso, quello ossessivo sull’opera cinematografica al punto di dimenticare la propria vita. Tutto ciò è consegnato allo spettatore con una serie di metafore e con un François Truffaut attore che dona ulteriore meraviglia. Un autore ancora acerbo, che si confronta per la prima volta con la propria idea di cinema. Succede, nell’82, E.T., tra i film più associati al regista e più scolpito nella storia del cinema. Qui Spielberg identifica il proprio tratto autoriale e, con lo sguardo pieno d’incanto di un bambino, crea il secondo manifesto del suo amore per le creature extraterrestri.

Disclosure Day sembrerebbe identificare gli alieni, questa volta, come una fenomeno che parte da noi. Sebbene la trama del film si avvicini a quella di E.T., con gli agenti governativi alla ricerca della creatura extraterrestre da studiare, piuttosto che incontrare, il film termina con una riflessione più ampia. Spielberg non evoca più semplice gioia e stupore, bensì empatia verso tutti: gli alieni diventano modo per rappresentare “il diverso”. Avviando una critica agli Stati Uniti di oggi, il film mostra la fallimentare integrazione di umani e alieni, mostrando i primi come macchine feroci che creano disordini selezionati a costo di mantenere il potere. Saremmo degni, oggi come allora, di accogliere una creatura sconosciuta?
In cosa fallisce Disclosure Day
Sebbene le intenzioni di Spielberg e dello sceneggiatore Koepp (lo stesso di Jurassic Park e Spider-Man) siano buone, si perdono nella loro inevitabile bolla di mondo. La comprensione della dimensione mediatica in cui viviamo oggi è totalmente sfalsata: i due non sembrano sapere il modo in cui è cambiata la veridicità delle informazioni, o il modello di condivisione di contenuti. Il voler poi inserire la tematica della religione affatica la scrittura: ci sono elementi presi dalla mitologia cristiana così banali da risultare quasi goffi, che fanno rimpiangere il modo pop in cui invece la metteva in scena il regista John Woo. Disclosure Day insiste nel contenere troppe tematiche tutto il tempo, finendo tra l’altro nello scalfirle appena in superficie.

A ciò si aggiunge un problema tonale: in Disclosure Day cercano di vivere troppi momenti estetici diversi di Spielberg attraverso il tempo. Abbiamo un’atmosfera cupa e dura, da vero thriller, nel primo atto del film, reminescente di Minority Report e Guerra dei mondi; nella seconda parte, invece, Spielberg inserisce i suoi stilemi tradizionali con un’estetica molto più propria del suo periodo iniziale da regista. Si capisce la volontà di sovversione che si cerca tra i due momenti, ma non è semplicemente calibrata bene e sembra di guardare due film diversi.
Infine, la scrittura di Koepp, molto giocosa, attraverso le sequenze d’azione cerca di ricordare Indiana Jones, ma la posta in gioco di Disclosure Day e l’atmosfera generale cozzano con la sua narrazione, creando situazioni che vogliono sembrare ad alta tensione ma che alla fine appaiono ridicole. La scrittura eccede inoltre anche nel conferire poteri eccezionali all’oggetto magico proveniente dalla navicella: non esplicando mai quale sia il suo compito, finisce per essere un deus ex machina che spinge avanti la trama ripetutamente senza dare una vera spiegazione, ma obbligando lo spettatore ad accettare e basta ciò che vede.

Disclosure Day non riesce a chiudere il discorso iniziato da Spielberg nel 1977 poiché fallisce nelle sue premesse. Spielberg si ostina a voler trattare tematiche mature nella sua filmografia, ma dimentica che il motivo della sua fama era quello dell’essere il regista della meraviglia infantile. Soprattutto Disclosure Day soffre di questa sua ossessione, poiché i protagonisti del film, come è chiaro a un certo punto, sarebbero potuti essere facilmente bambini. Nonostante la pretesa di maturità, a questo film manca un’effettiva comprensione del mondo. Disclosure Day si ostina a tenere una prospettiva centrata sugli Stati Uniti ma senza criticarla a dovere.
Il buon messaggio di Spielberg, tra ingenuità e nostalgia
Infatti, anche se Disclosure Day si confronta con la narrativa degli Stati Uniti moderni, non si spinge mai abbastanza oltre; la rivelazione della verità crea coesione tra i popoli e nessun tipo di reazione da parte dalle forze dell’ordine, che semplicemente si mettono da parte. La bellezza della critica interiore che Spielberg muoveva alla sua nazione di riferimento a inizio carriera sparisce; ogni accenno fatto (la rivelazione di ciò che Hugo stava costruendo non è altro che la rimembranza della famiglia nucleare) non è sufficiente, appare come semplice nostalgia e non soluzione.

Spielberg ritorna con il suo abituale messaggio pacifista, ignaro delle dinamiche socio-politiche in atto. Le guerre in corso in questo momento, trasmesse non sulla televisione degli anni ’80 ma in tempo reale sui nostri telefoni, non hanno l’impatto che il Disclosure Day vorrebbe far credere. È evidente che Spielberg e Koepp vogliano credere nella possibilità del cambiamento attraverso l’empatia, ma la semplicità del significato consegnato allo spettatore stride fortemente con la realtà attiva e in continuo mutamento che si cela appena oltre le nostre finestre.

L’ingenuità del duo è paragonabile a quella di Mamuro Hosoda con Scarlet: un didascalismo narrativo che veicola un buon messaggio, ma il semplice mettersi da parte piuttosto che prendere posizione non è sufficiente per questi temi. Se Munich, che Spielberg ha definito “la sua preghiera per la pace“, è stato accettabile a suo tempo, oggi non è così: l’ultimo periodo ha dimostrato quanto dinamiche socio-politiche “lontane” da noi in realtà ci riguardino. In questo momento, un cineasta che vuole parlare di attualità, seppure tramite metafora, deve prendere una posizione, e Disclosure Day semplicemente non è abbastanza attuale o coraggioso da farlo.
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