Fuori concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Non Fiction, è stato presentato Queer Edward II, documentario sul making of del film Edward II (1991) di Derek Jarman (Wittgenstein): con l’uso di sole immagini d’archivio, Theo Rollason ci trasporta anche e soprattutto nel clima di lotta contro l’omofobia in cui il film si andò a inserire in Inghilterra nei primi anni Novanta, e che oggi più che mai è bene ricordare.
La genesi di Queer Edward II
Primavera 1991: la comunità queer è nuovamente sotto attacco in Gran Bretagna, e il regista Derek Jarman sta adattando Edward II di Christopher Marlowe in un film di protesta radicale. Raccontato attraverso straordinarie immagini inedite filmate da Seamus McGarvey sul set di Jarman, Queer Edward II parla del rifiuto di separare l’arte dalla vita, la politica dal piacere.
Queer Edward II non ha nessun interesse ad essere un racconto didascalico della realizzazione di Edward II, né una solenne apologia della carriera di Derek Jarman: niente talking heads, niente voce narrante, solo immagini di repertorio del dietro le quinte – accompagnate da altre selezionate per ricostruire il contesto socioculturale dell’epoca – che, come riaccendendo una vecchia videocamera, ci trasportano dritti sul set, permettendo una facile immedesimazione. Il clima leggero e scherzoso, la lotta quotidiana con il budget ristretto e la determinazione della troupe sono il punto di partenza da cui la lente si allarga a raccontare l’importanza socioculturale di un film tanto controverso, figlio della mente di un artista unico.

Queer Edward II: la voce di denuncia di Derek Jarman
Derek Jarman non è mai sceso a compromessi nella sua carriera artistica. L’autore britannico, queer e attivista, si è distinto in diciassette anni di carriera per una serie di film anticonvenzionali e poliedrici caratterizzati dalla visione omoerotica, l’approccio sperimentale, anacronistico e dissacrante alle storie classiche e la volontà di far discutere. Edward II è, in questo senso, la sua opera più marcatamente politica, che non si può scindere dal momento storico che stava attraversando il regno di Elisabetta II.
Attraverso le clip girate dall’allora cameraman di Edward II, Seamus McGarvey, facciamo un balzo indietro di 35 anni, in un’Inghilterra spaccata dalle proteste per una serie di nuovi decreti contro la comunità LGBTQ+, come la sezione 28, norma che vietava a enti e scuole di “promuovere l’omosessualità” con qualunque materiale. Tale repressione risultò, tra le altre cose, in un drastico passo indietro sul tema della prevenzione dell’AIDS, morbo che specialmente in Gran Bretagna spopolò tra gli anni ’80 e ’90. Jarman fu tra i primi personaggi pubblici inglesi a parlare apertamente della propria sieropositività, e ne fu attivista fino alla propria morte causata dall’HIV nel 1993.
Il set di Edward II divenne così un microcosmo di resistenza (anche contro le scarse risorse produttive), a cui i membri, tra cui Tilda Swinton (che per questo ruolo vinse la Coppa Volpi alla migliore interpretazione a Venezia 1991), aderivano con entusiasmo, consapevoli del significato molto più ampio di ciò a cui stavano partecipando. Il clima giocoso che si respira durante le riprese ne è il primo strumento, grazie anche al lato più umoristico e dispettoso di Jarman, amato e rispettato da troupe e cast.

Il regista coinvolse tra le comparse anche attivisti del gruppo di protesta OutRage!, che compaiono nelle scene finali del film e che si resero protagonisti di un episodio controverso irrompendo in un set adiacente, in cui tentarono di portare all’outing una popstar presente. L’outing è una pratica che consiste nel rivelare l’omosessualità di una persona indipendentemente dalla sua volontà di farlo e che fu tra gli aspetti più discussi dell’attivismo del periodo;di questa pratica in Queer Edward II viene sottolineata la divisione a riguardo interna alla comunità queer.
A trentacinque anni di distanza, in Europa – e nel nostro Paese – soffiano venti molto simili a quelli dell’Inghilterra di Jarman. Edward II ebbe un impatto chiave nella lotta britannica dell’epoca per i diritti civili, e Derek Jarman rappresenta tuttora un punto di riferimento chiave per l’espressione, attraverso l’arte, del dolore, della rabbia e della protesta di una comunità intera. Per questo Queer Edward II compie un lavoro importante per la memoria storica di certi eventi (ed è un bene che abbia trovato uno spazio con la risonanza del Festival), in maniera efficace, senza paternalismi né didascalie: Rollason lascia parlare con rispetto i protagonisti, accompagnandoci nel lavoro quotidiano di chi scelse di ridere in faccia al bigottismo e alla repressione.
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