Dopo Moon, 66 Questions, proiettato nel 2021 alla Berlinale, la regista greca Jacqueline Lentzou arriva a Venezia con il suo secondo lungometraggio A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra, in Concorso nella sezione Orizzonti.
A Day in the Life of Jo trae ispirazione dalla storia di Alexis Grigoropoulos
Il 6 dicembre 2008, nel quartiere anarchico di Exarchia, ad Atene, un agente speciale della polizia greca uccide con un colpo di pistola Alexis Grigoropoulos, un giovane di appena quindici anni. Un omicidio che si inserisce nel contesto di crescente tensione di un paese già segnato dalla crisi finanziaria e dalla crisi dei debiti pubblici, che porterà a violente politiche di austerità e delegittimazione del governo, percepito come corrotto e ingiusto. Anche per questo, dalla morte di Alexis scaturisce un’onda di proteste e scontri di piazza che scuotono l’intera Grecia e arrivano in tutte le capitali europee.

In A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra non ritroviamo niente di tutto questo, ma il film nasce proprio dalla storia di Alexis (che vediamo anche, nel finale, in uno dei murales che gli sono stati dedicati ad Atene). Come ha spiegato la regista Jacqueline Lentzou (che di Alexis era quasi coetanea): «L’intenzione non era trattare il caso di cronaca in sé, ero interessata alla vita di questo ragazzo ucciso, non a quello che è accaduto dopo. Da qui, il racconto interiore di questa vita è venuto naturalmente».
L’incontro con Phaedra cambia la giornata di Jo
Jo (Evita Andriopoulou) è una ragazza di quindici anni, ha un rapporto conflittuale con i genitori separati, vive con la madre che scarica la propria frustrazione nel rapporto con la figlia, frequenta senza troppo entusiasmo il liceo e vive fuori da scuola le prime esperienze con i ragazzi, il fumo, le birre in compagnia. A cambiare lo scenario di A Day in the Life of Jo è l’apparizione di Phaedra (Anastasia Gouliamou), una compagna di scuola che passa la ricreazione nell’aula di musica deserta, non ha Spotify ma ascolta arie registrate su dischi di inizio secolo scorso e fa commuovere Jo quando, di fronte alla classe, canta con una voce precisa e avvolgente uno di questi brani.
L’irrompere inspiegabile di questa commozione e di queste emozioni esercita un’attrazione irresistibile su Jo, che sente il bisogno di capire e di conoscere Phaedra, affacciandosi a un mondo interiore completamente diverso dal suo ma con cui sente di poter costruire un legame autentico e vivo.
A Day in the Life of Jo passa dalla cronaca all’unicità delle storie personali

Dalla sveglia per andare a scuola fino a sera, quando lei e Phaedra si sono date appuntamento per la loro prima uscita al cinema, A Day in the Life of Jo accompagna la giornata della ragazza, a tratti con uno sguardo estremamente ravvicinato – per vedere, toccare e sentire quello che prova Jo -, in altri momenti allargando lo sguardo alle situazioni e ai personaggi che popolano le sue relazioni, in una famiglia che, per lei, si è rotta, a scuola, con le bambine del quartiere che salvano una tartaruga (che tornerà alla fine per una promessa, purtroppo, mantenuta), con gli amici al parco o per le strade di Atene.
Questa è anche la parte più riuscita di A Day in the Life of Jo. Senza grandi sorprese o cambi di ritmo, Lentzou riesce a portare chi guarda dentro l’ordinarietà e, al tempo stesso, l’eccezionalità della giornata e della vita di Jo, com’è, d’altronde, quasi ogni vita e ogni adolescenza. Ma è proprio questo, mentre ci si chiede dove voglia condurci questa cronaca di una giornata così normale, a rendere dirompente l’esito del film, che prova a restituire in questo modo, riconnettendosi alla vicenda di Alexis, non il punto di vista della cronaca o della storia ma quello personale e unico della vita di un quindicenne.
Il livello mistico del film rischia di risultare poco credibile
Accanto a questo, ad aprire e chiudere A Day in the Life of Jo, la regista sperimenta una rappresentazione mistica e onirica, con toni fumettistici, di quello che dovrebbe essere un sogno premonitore, che anticipa a Jo i simboli e gli oggetti che ritroverà poi nella sua giornata, a preannunciarne la conclusione. E, al termine, dopo un lungo minuto di buio e silenzio, una sorta di dialogo ultraterreno, che parte dal cielo e dall’immortalità delle anime per planare tra i vivi, i mortali e i loro ricordi.
Un tentativo di dare forma a un livello aggiuntivo di interpretazione della storia di Jo (e Alexis) che introduce ulteriori chiavi di lettura, legate alla reincarnazione, che però non si può dire sia effettivamente riuscito. Rischiando piuttosto di risultare poco comprensibile o poco credibile.
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Ma, per coglierne il senso, come ha detto Jacqueline Lentzou: «Alexis era, è e sarà per sempre presente attraverso la sua assenza: ucciso, ma non morto. Da qui nasce un film che suggerisce, quasi misticamente, che possa esistere una luce che non si spegne mai. Tutto ciò che dobbiamo fare è tenere il cuore aperto per poterla vedere».
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