Anna Foglietta, dopo essere stata più volte a Lido come attrice (e presentatrice), porta a Venezia, in Concorso nella sezione Orizzonti, Una storia, la sua opera prima in qualità di regista e sceneggiatrice. Come recita la traduzione internazionale del film, “una storia comune”, incardinata sul rapporto tra Erika (Alba Rohrwacher, protagonista a Venezia anche di Un bon petit soldat, film di Stéphane Brizé che vedremo nei prossimi giorni in Concorso) e Mauro (Guido Caprino), genitori quarantenni che, quando la figlia esce di casa per proseguire gli studi in un’altra città, sono costretti a fare i conti con se stessi e con la loro relazione.
Una storia di vite “comuni”, un realismo di cui abbiamo bisogno

Una storia è scandito da quattro “stagioni” e le prime sono dedicate, con cura e uno sguardo delicato e preciso che contribuisce a catturare l’attenzione, a descrivere la quotidianità di vite “comuni”: un elettricista e una cassiera che condividono le proprie esistenze in un indefinito paese della Tuscia.
È una scelta “programmatica” del film, non scontata per un cinema italiano che troppo spesso negli ultimi anni ha indugiato nella rappresentazione, ripetitiva ed esasperante, delle crisi esistenziali di famiglie dell’alta borghesia, i cui drammi si consumano in ampi loft con vista sui tetti di Roma. Non è un caso, allora, che presentando il suo esordio la regista Anna Foglietta abbia detto che in Una Storia ha voluto mettere il cinema che le piace guardare, che non sempre ha avuto la possibilità di fare, citando esplicitamente, tra gli altri, Aki Kaurismäki.
Il ciambellone e la moka per colazione, il bucato da stendere, la cucina in legno con i fornelli a gas, le partite a carte della madre di Erika con le amiche, il padre di Mauro a caccia con i figli e il fratello. Ma anche il calcetto, il bicchiere al bar quando si stacca da lavoro, la trattoria che fa le tagliatelle a mano e la carne arrosto per i pranzi delle feste, gli stilemi retorici del patriarcato e dei “bei tempi andati”.
Ma anche, a spezzare questa rappresentazione, la bandiera della Palestina che Foglietta fa apparire in Una storia appesa al muro del bar del paese, per riaffermare una presa di posizione di cui era già era stata protagonista lo scorso anno a Venezia.
Come scorre il tempo mentre ci distraiamo anche da noi stessi

È da questo affresco iniziale delle vite di Una Storia che emerge presto anche un silenzio sempre più pesante. La quotidianità di Erika e Mauro è quella di una coppia che non sa parlarsi, che non trova niente da dirsi e, senza più la figlia a condividere spazi e impegni casalinghi, si rifugia, o si fa necessariamente trascinare, dall’abitudine della routine lavorativa di ogni giorno.
Ma è possibile vivere così una vita intera? Senza riuscire più a chiedersi niente, nemmeno a se stessi, attraversando giornate che si assomigliano sempre di più, ignorando il tempo che passa e, soprattutto, senza mai finire per domandarsi se “è davvero tutto qui?”. È quello che succede ad Erika, che convive con il senso di colpa di questa domanda e non riesce a decifrarla, mentre il malessere che accumula trova una valvola di sfogo nelle possibilità sempre più numerose e allettanti che ci vengono offerte per distrarci da noi stessi, dai reel per scrollare sui social alle offerte in tv di irrinunciabili prodotti “anti età”.
Nel mentre Mauro, che si commuove per il trasferimento della figlia o mentre canta Luna al karaoke nel pub del paese (“Ho mille libri sotto il letto, non leggo più / Ho mille sogni in un cassetto, non lo apro più”), non riesce a dare una forma e parole per nominare queste emozioni. E ripropone quell’incomunicabilità che ha caratterizzato il rapporto con il padre, figlio di un’epoca in cui non domandarsi se sia tutto qui e portare avanti giorno dopo giorno una quotidianità funzionale alla riproduzione dell’unica società che conosciamo poteva essere vissuto come l’assolvimento del proprio naturale ruolo nel mondo.
Foglietta pone l’accento sull’importanza di imparare a conoscersi

I due, rottura dopo rottura, troveranno una strada per riavvicinarsi nel confronto finale, restituito sullo schermo con una lunga sequenza dei volti affiancati dei due protagonisti, registrata in contemporanea da Rohrwacher e Caprino, dove per la prima volta dall’inizio del film troveranno il modo di iniziare a dirsi cosa pensano davvero.
In occasione della presentazione di Una storia, Anna Foglietta ha spiegato che il suo punto di partenza è stata la consapevolezza del fatto che “possiamo correre il rischio di vivere una vita intera senza conoscerci” e che, per questo, in un tempo segnato da “un capitalismo consumista e iperbulimico”, farsi le domande giuste è l’unico modo per trovare se stessi e, quindi, il modo più onesto di starsi accanto.
Forse è proprio su questo aspetto che Una storia perde l’occasione di osservare più a fondo i legami e il contesto in cui la vita dei due protagonisti si sviluppa. Non solo ciò che portano dentro di sé, ma anche come sono arrivati fin lì, quali possibilità e opportunità hanno di conoscere e conoscersi davvero, necessariamente in relazione con il mondo quotidiano in cui sono immersi.
A un certo punto Erika, mentre passa in rassegna i motivi per cui, apparentemente, dovrebbe essere felice, si dice che ha un sacco di tempo. E aggiunge: “Ma io cosa ci faccio con questo tempo?”.
Qui sta il nodo dei temi sollevati da Una storia. Che, però, non può trovare le sue risposte solo in un dialogo individuale o di coppia, come avviene nella catarsi della conversazione finale, ma ha sempre bisogno di una dimensione sociale e collettiva.
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