Paolo Strippoli, classe 1993, è alla sua seconda partecipazione alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Nel 2025 era approdato al Lido Fuori concorso con La valle dei sorrisi. Quest’anno si ripresenta, in Concorso, con L’Estranea, un thriller familiare di cui firma regia e sceneggiatura e che intreccia horror, soprannaturale e la vita di una tipica famiglia della piccola borghesia italiana, che smarrisce se stessa tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio.
L’Estranea ci trascina nella vertigine tra realtà e paranormale
In quattro capitoli, uno per ogni componente della famiglia, in una Roma annegata da una pioggia che assomiglia al diluvio universale, L’estranea racconta di una madre, Anna (Jasmine Trinca, vista qui a Venezia anche in Succederà questa notte di Nanni Moretti), che trascina la figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) in una ricostruzione del loro romanzo familiare straniante, dal ritmo sempre più incalzante. Fino ad arrivare, in un vertiginoso passaggio dalla realtà al paranormale, attraverso il tempo e lo spazio, al culmine della violenza e della follia che vorrebbe riportare indietro di ventisette anni le lancette della propria storia personale.

Come ha detto Paolo Strippoli nella sua presentazione de L’Estranea:
“La spirale è la geometria del film. È l’immagine che torna a ricordarci l’ineluttabilità del destino, ma anche la struttura stessa del racconto: ogni capitolo è più breve e concitato del precedente e ogni scelta compiuta da Anna la riporta al punto d’origine.
Mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di questo film: è una saga familiare e un thriller psicologico. Ma è soprattutto una tragedia, nella sua definizione aristotelica: un racconto che suscita pietà e terrore per condurre lo spettatore alla catarsi. Pietà e terrore, violenza e tenerezza: per me, l’esperienza di questo film nasce esattamente dal loro incontro.”
L’Estranea riesce per due ore a catturare l’attenzione di chi guarda, suscitando un coinvolgimento che va oltre la sola inquietudine di una narrazione horror sapientemente gestita dal regista. A sorprendere è anche la potenza estetica delle immagini che Strippoli costruisce nel suo film: dall’accecante sole di Bari che riflette sul bianco dei marmi della villa e dei vestiti dei protagonisti, macchiati dal sangue, che segna il punto di origine della spirale del film, al caleidoscopio cupo e irreale di luci, espressioni e colori che accompagna le manifestazioni di un delirio onirico e irreale, nella cappella di un ospedale o nel salotto di casa addobbato a festa.
Con L’Estranea l’horror italiano si immerge negli anni Zero

Con L’Estranea Strippoli sceglie di inserire nel contesto del racconto anche elementi autobiografici. Sia dal punto di vista geografico, con una vicenda familiare che si snoda a Bari, nella “sua” Puglia, accentuando volutamente elementi folkloristici cristallizzati nella rappresentazione della famiglia della buona borghesia cittadina che raggiunge status e successo con la gestione di un esercizio commerciale sul corso più rinomato della città. Sia da quello anagrafico: i giovani protagonisti de L’Estranea, fratello e sorella le cui vite si trovano indissolubilmente legate e messe a repentaglio nei primi due capitoli del film, condividono la stessa generazione del regista.
E questo consente a Strippoli di inserire la sua opera thriller in una cronologia che rievoca, puntualmente, una galleria di momenti e oggetti che compongono un immaginario generazionale. La fine del millennio e gli anni Zero rivivono, con la colonna sonora di Narcotic dei Liquido (1998), tra il robottino Emilio, i braccialetti a scatto, il Nokia 3310, il referendum sulla procreazione assistita. Fino all’evento di massa per eccellenza: i mondiali di calcio del 2006, il rigore di Fabio Grosso, il cielo azzurro sopra Berlino.
È a questo punto che la capacità di Strippoli di amalgamare immagini, musica, parole ed emozioni totalizzanti e contrastanti raggiunge il suo apice, in una lunga sequenza, folle e sublime, accompagnata da Nessuno dei Baustelle: “Non credo nel cielo e nemmeno all’inferno, e non so distinguere il bene dal mare, che nutre Cariddi di voracità”.
Una complicità decisiva tra le due protagoniste del film

La riuscita de L’Estranea poggia anche sulla prova magistrale delle due protagoniste.
Jasmine Trinca, Anna, è una madre che considera il riconoscimento sociale raggiunto dalla famiglia, reso ben visibile dall’acquisto della nuova villa e dai ricevimenti organizzati a bordo piscina, come il bene più prezioso, da difendere a ogni costo.
E da alimentare attraverso la realizzazione delle promesse di successo dei figli: secondo il più solido stereotipo dell’Italia di fine anni Novanta, un figlio calciatore e una figlia attrice in televisione. Come le rinfaccerà la figlia, è una donna “incapace di essere felice per gli altri”, perché sempre impegnata a coltivare altre aspettative. E che, per questo, accetta di entrare in un gioco perverso, illudendosi di poter preservare il proprio quadretto familiare, controllare il destino e cancellare il dolore.
Una deriva nell’angoscia e in un gioco di vita e di morte che reclama tributi sempre maggiori, che si presta a una possibile duplice lettura, la stessa che accompagna lo sguardo della figlia Alice mentre assiste all’inquietante racconto della madre. Essere travolti dalla forza soprannaturale di un rinnovato “patto con il diavolo” o immergersi nel delirio di una mente che smarrisce se stessa mentre vede andare a pezzi il mondo che aveva costruito.

La prova “demoniaca” di Valeria Bruni Tedeschi è un capolavoro di espressività, ironia e teatralità, che strappa risate (e applausi) ma che nei passaggi cruciali del film restituisce anche tutta la cinica indifferenza del destino. Sensuale e spietata, apparentemente distaccata e dissacrante, l’attrice italofrancese incarna i molti volti de L’Estranea, instaurando una complicità magnetica con l’Anna di Jasmine Trinca e disvelando, nel suo gioco di scelte apparenti, i limiti insuperabili dell’esperienza umana e gli interrogativi irrisolvibili del film.
Per tornare alla presentazione di Strippoli: “E infine c’è la domanda che più di tutte mi ha guidato: quanto male possiamo compiere, scambiandolo per amore?”
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