Un bon petit soldat (Stéphane Brizé, 2026)

Venezia 83 – Un Bon Petit Soldat, quando il lavoro è contro la vita

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8 minuti di lettura

Tre anni dopo Le occasioni dell’amore, Stéphane Brizé torna a Venezia, in Concorso, con Un bon petit soldat, che vede ancora protagonista Alba Rohrwacher (quest’anno al Lido anche con Una storia di Anna Foglietta). Brizé torna ai temi della sua “trilogia del lavoro”, raccontando, con ironia e senza cedere alla tentazione di un finale consolatorio, le dinamiche disumane del management aziendale.

Un bon petit soldat descrive la violenza trasformata dal marketing in felicità

I cento minuti di Un bon petit soldat ruotano intorno alla vita di Carla (Rohrwacher), 43 anni, dirigente nel settore delle Risorse Umane da poco inserita ai vertici della direzione aziendale di una importante compagnia di assicurazioni. Una vita dedicata al lavoro, aderente a ogni necessità imposta dai ritmi frenetici richiesti dai “target” aziendale. Anzi, dal bisogno di “sovraperformare” rispetto a quegli obiettivi: se l’azienda ha posto l’asticella a cento, è fondamentale arrivare almeno a centodieci o centoventi.

Un bon petit soldat (Stéphane Brizé, 2026)

Una devozione alla massimizzazione dei risultati e della produttività in cui Carla è immersa come ci si immerge nel migliore dei mondi possibili. “What a wonderful world”, come ci ricorda il celebre brano di Louis Armstrong, che accompagna la macchina da presa mentre plana sulla protagonista che risponde alle mail dallo smartphone in metropolitana o si incastra con il notebook aperto sui vagoni. Quello stesso mondo meraviglioso che viene descritto nei workshop aziendali sulla felicità. Lungo il sottile confine tra team building e pensiero magico, la pretesa di condividere, come attività di formazione aziendale, le piccole gioie quotidiane che dimostrano che la vita è piena di felicità, regalano alcune tra le scene più divertenti Un bon petit soldat.

Si ride di gusto, ma si coglie immediatamente anche la portata di questa narrazione e quanto possa diventare importante per ridefinire i rapporti tra i dipendenti e il management della società. La vita è bella, lavorare è bello. Siamo persone prima che lavoratori, ci abbracciamo e ci accogliamo. Perché l’azienda si prende cura delle persone e dei suoi collaboratori. E chi si sottrae agli esercizi di gruppo sulla felicità, cogliendo quanto sia in fondo surreale questa recita, è un bastian contrario che incrina l’atmosfera, rovina il momento. E a dirlo, a un certo punto, sono proprio gli altri lavoratori, che pure condividono la medesima condizione di smodata pressione e competizione.

Alba Rohrwacher e Vincent Lindon rendono credibile Un bon petit soldat

Se in Un bon petit soldat, il “bravo soldatino”, che cerca di assecondare ogni aspettativa e dinamica di potere dell’azienda, è Alba Rohrwacher, una menzione speciale va a Vincent Lindon, già protagonista fondamentale della “trilogia del lavoro” di Brizé, e che in questo caso si trova a interpretare il CEO della società di assicurazioni al cui interno si sviluppano tutte le vicende del film.

Un bon petit soldat (Stéphane Brizé, 2026)

Fin dalle prime scene, il cinismo che esprime il CEO di Lindon e il taglio ironico con cui è costruito il personaggio diventano uno degli elementi portanti del film. Perché incarnano la più onesta rappresentazione di come e perché si prendono le decisioni in una grande azienda orientata ad ottenere profitti sempre maggiori per i portafogli degli azionisti e le remunerazioni dei manager. E non può non convincere, e a tratti far sorridere, la verità dell’approccio con cui questo CEO si pone nei confronti delle nuove figure della comunicazione che contornano ormai ogni grande azienda che non può far a meno di inventare e propagandare il proprio brand storytelling.

Presentando Un bon petit soldat in un’intervista su Daily Venezia News, Brizé ha detto: “Ho voluto capire meglio come si costruiscono i meccanismi della sottomissione e quali fragilità permettono a un ordine brutale di essere accettato. La rabbia dei film precedenti ha lasciato spazio al disgusto, di fronte a un sistema che ignora la sofferenza dei lavoratori. Per questo il film è più caustico: volevo mostrare, accanto alla violenza, anche l’indecenza e il cinismo del sistema.”

Come si diventa complici di un sistema violento?

Nello scorrere di Un bon petit soldat il “cinismo del sistema” emerge sempre di più, di pari passo con le responsabilità di Carla: la gestione di un caso di mobbing che ci ricorda che le percentuali di crescita valgono più dei diritti e della dignità delle persone, la vita personale che si perde e relega a uno schermo, ai messaggi e alle videochiamate, ogni relazione con le persone che vivono al di fuori del contesto aziendale, fino a stravolgere, tra alienazione e frustrazione, anche il rapporto della protagonista con il figlio.

Per tornare a Brizé: “Mi interessava il modo in cui un sistema può spingere una persona a diventare violenta. Carla esercita violenza sugli altri, ma anche su se stessa. Quando deve scegliere tra redditività e virtù, scopre che è la legge del mercato a decidere.” Ed è così che diventa complice di un sistema che pretende che tu sorrida e ringrazi l’azienda anche mentre ti mette in mezzo a una strada.

Un bon petit soldat (Stéphane Brizé, 2026)

Un bon petit soldat è lineare perché evita ogni scorciatoia

In alcuni momenti di Un bon petit soldat viene da chiedersi se non sia tutto troppo semplice, se alla fine la narrazione non avesse bisogno di un punto di svolta, di un’evoluzione dei personaggi, di un colpo di scena capace di cambiare ritmo e scartare da tutto ciò che, in fondo, sappiamo e ci aspettiamo.

Ma, in realtà, è probabilmente un merito di Brizé quello di aver resistito a questa tentazione. Non c’è un lieto fine, non c’è nessun riscatto, tutto procede esattamente come impongono le leggi dello sfruttamento, del potere e del conformismo. “È così che va il mondo” dice a un certo punto Carla. E fa bene Un bon petit soldat a non smettere di ricordarlo, per non assuefarsi all’idea che non ci sia un’alternativa.


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Classe 1992, toscano, giornalista pubblicista. Studi di economia a Bologna, lavoro nel mondo del terzo settore. Appassionato di storie, di come nascono e di quello che diventano, di cosa raccontano e di come possono essere rappresentate, montate e interpretate.

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