Nato e cresciuto in Lesotho, piccolo enclave del Sudafrica divenuto indipendente dal dominio britannico poco più di sessant’anni fa, Lemohang Jeremiah Mosese è un giovane regista classe 1980 esule dal suo paese di origine (oggi vive e lavora principalmente a Berlino) il cui originalissimo lavoro spazia tra poesia e videoarte, tra cinema e pittura, ed è capace di tenere insieme elementi profondamente contraddittori per creare opere dal profondo impatto visivo e concettuale
This Is Not a Burial, It’s a Resurrection, il suo primo film di finzione co-prodotto nel 2019 dal progetto Biennale College Cinema – di cui hanno beneficiato anche lavori come Secret of a Mountain Serpent nel 2025 e Tijuana, Todavìa nel 2026 – sin dal suo titolo manifesta tali poetiche contraddizioni: sepoltura e resurrezione si scontrano in un’opera dal profondo lirismo che riflette sull’intersezione tra pubblico e privato, sull’incedere inarrestabile del progresso e sulla morte dei particolarismi e delle tradizioni locali.
This Is Not a Burial, It’s a Resurrection è stato distribuito sulla piattaforma MUBI.
This Is Not a Burial, It’s a Resurrection, storia di morte e resilienza
All’interno di un locale dalle luci fluorescenti, un anziano cantastorie (Jerry Mofokeng) accompagnato dal suono del suo lesiba racconta una storia, quella di Mantoa (Mary Twala), la protagonista effettiva di This Is Not a Burial, It’s a Resurrection. Attempata signora di un villaggio rurale del Lesotho, Mantoa apprende della morte di suo figlio, deceduto in un incidente presso la miniera in cui lavorava. Rimasta senza nessuno al suo fianco, l’anziana capisce di non avere più alcuna voglia di vivere, e inizia a organizzare il proprio funerale.
Proprio mentre la donna si prepara per la sua dipartita, Khotso (Tseko Monaheng), il capo del villaggio in cui abita, riporta la notizia di un possibile smantellamento del villaggio per la costruzione di una diga, Mantoa decide di fare tutto il possibile per impedire che la terra in cui è nata e in cui riposano i suoi morti venga invasa dal progresso.

This Is Not a Burial, It’s a Resurrection si presenta, attraverso la cornice del suonatore di lesiba, come una fiaba, un racconto folkloristico che la popolazione locale si racconta continuamente. L’opera di Mosese effettivamente rifugge qualsiasi forma di realismo per abbracciare una narrazione che alterna momenti di poesia a elementi fiabeschi e immaginifici. Quella dell’autore Mosotho è una storia che mette insieme le spinte contraddittorie di morte e di resurrezione, di lutto e di comunità incarnate dalla figura di Mantoa, una donna innarrestabile dai saldi principi morali.
La protagonista di This Is Not a Burial, It’s a Resurrection è un’anziana signora che vive un profondo lutto personale, la morte del figlio: un dolore che prende la forma di un’apatia verso il mondo e ciò che la circonda. Ella attende pazientemente il sopraggiungere della fine, come dice a una sua compaesana: “Non voglio dormire. Non voglio dormire, questa notte è troppo lunga. E quando mi alzo, non faccio che aspettare il momento in cui posso di nuovo addormentarmi. Non voglio più dormire e non voglio più restare sveglia“.
Questa pulsione autodistruttiva legata al lutto di Mantoa fa, tuttavia, il paio in This Is Not a Burial, It’s a Resurrection con la tenacia che mostra nel voler preservare il suo villaggio dall’esodo e dalla distruzione. Tale forza nasce primariamente dal suo forte legame con la sua terra natia, che ella considera sacra: il villaggio non è semplicemente un posto in cui abitare, con la sua cultura e le sue tradizioni, ma è il luogo in cui sono sepolti i morti – un ambiente, dunque, con cui i personaggi hanno un legame più profondo e intimo di ogni altro, in quanto continene ciò che resta degli affetti e della storia personale di ciascuno.

La lotta di Mantoa e del suo villaggio in This Is Not a Burial, It’s a Resurrection diventa, così, una storia di resistenza all’incedere del progresso che distrugge i particolarismi locali, la loro storia e il loro passato. La diga che è progettata per sorgere nel villaggio in cui si svolgono le vicende rappresenta una forza che mira a distruggere la regione, a cancellare la storia dei suoi abitanti, i quali sarebbero costretti a spostarsi nella capitale e a perdere i tratti distintivi della loro vita.
Diventa così facile leggere in filigrana in This Is Not a Burial, It’s a Resurrection una potente riflessione sulla perdita dei regionalismi e delle particolarità locali, sul potere distruttivo e livellante del progresso, che non si cura dell’esperienza umana locale in favore dei propri interessi, e sulla lotta pubblica per la salvaguardia della propria comunità. Nel suo unico film di finzione, Mosese fonde il lutto privato con la lotta pubblica e comunitaria, due forze apparentemente opposte ma che lavorano in sinergia in quanto legate dallo stesso senso di identità e di comunità.
Il cinema poetico di Lemohang Jeremiah Mosese

Le tensioni antitetiche non caratterizzano soltanto la narrazione di This Is Not a Burial, It’s a Resurrection: l’estetica del lavoro di Lemohang Jeremiah Mosese è intrinsecamente legata a forti opposizioni e contrasti. La pellicola del giovane regista Mosotho, difatti, intreccia tensioni contraddittorie fondendo poesia, videoarte, pittura e storytelling per creare un film originalissimo nella sua forma.
Dalle inquadrature nel locale caratterizzato da luci al neon in cui narra il suonatore di lesiba alle inquadrature con uso di luce naturale nel villaggio di Mantoa; dalle sequenze oniriche con un framerate più basso del normale al resto della pellicola che impiega i tradizionali ventiquattro frame al secondo; dall’espressionismo della casa di Mantoa al resto delle abitazioni più naturalistiche: gli elementi visivi di This Is Not a Burial, It’s a Resurrection si costruiscono in continua opposizione per creare un’amalgama visivo eterogeneo, che dona alla pellicola un senso di distanza dalla realtà, trasfigurata in elementi visivi mistici e trascendentali.
Tramite il suo originale approccio visivo, in cui ogni inquadratura è densa e costruita con cura sia al suo interno sia in relazione alle altre, This Is Not a Burial, It’s a Resurrection restituisce un’atmosfera sospesa da qualsiasi senso della realtà: combinando una forma registica profondamente marcata e autoriale a elementi e paesaggi realmente presenti nella sua terra natia (vale la pena di notare come le altre opere del regista Masotho siano dei memoir di nonfiction in cui tale contrasto è ancora più marcato), Lemohang Jeremiah Mosese riesce a costruire un oggetto filmico in cui la realtà viene sospesa e trasfigurata in immagini poetiche, che si caricano di un forte simbolismo.

È in questo ricorso alla dimensione simbolica che trascende il dato reale che si manifesta il carattere più originale di This Is Not a Burial, It’s a Resurrection, nonchè del cinema di Mosese. L’opera dell’autore Mesotho unisce una cura profonda per la dimensione visiva alla potenza simbolica delle immagini, in grado di evocare sensazioni, idee e memorie che trascendono il dato reale come la costruzione narrativa dell’opera, per restituire allo spettatore un testo filmico più denso, più personale e più d’impatto.
Lo stesso Lemohang Jeremiah Mosese non rifiuta la natura poetica del suo lavoro. In un’intervista concessa a MUBI, l’autore Masotho ha riflettuto a tal proposito:
C’è un momento in This Is Not a Burial, It’s a Resurrection [2019] in cui la protagonista è seduta nelle ceneri della sua casa andata in fiamme. È una scena di decadenza e morte. E poi alcune pecore entrano nell’inquadratura e la circondano, corrompendo l’immagine di morte con una specie di vita, una sorta di vita trascendentale. Penso che la poesia esista nelle contraddizioni. La vita esiste nelle contraddizioni.
In This Is Not a Burial, It’s a Resurrection tale poetica delle contraddizioni di Lemohang Jeremiah Mosese è assolutamente manifesta: nelle sue inquadrature di rigogliosi paesaggi di montagna dove serpeggia il sentore di morte, nella sua protagonista mossa al tempo stesso dalla voglia di morire e di lottare per la sua comunità, nel suo approccio alla realtà al tempo stesso meditativo e allegorico, l’opera di Mosese si costruisce su antinomie visive in grado di trascendere il reale e raccontare con lirismo di attaccamento alla terra e della resistenza attraverso la comunità, attraverso uno sguardo originalissimo alla vita in Africa e uno sguardo filmico altrettanto origianle e innovativo.
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