Mustang (Kasia Smutniak, 2026)

ROFF 21 – Mustang, lo zibaldone nepalese di Kasia Smutniak

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12 minuti di lettura

Alla sua seconda regia documentaria dopo Mur, Kasia Smutniak torna a raccontare di impegno civile in Mustang, presentato nel Concorso Progressive Cinema della 21a Festa del Cinema di Roma, dove ha vinto il Premio del Pubblico Terna ex aequo con Congo Boy di Rafiki Fariala. Al netto del suo successo festivaliero, però, il film pone questioni importanti non solo sui temi della famiglia, del ricordo e dell’impegno civile, ma anche delle modalità etiche ed estetiche del girare un documentario.

Mustang uscirà nelle sale italiane il prossimo 23 novembre grazie a Fandango Distribuzione.

Mustang, viaggio nei ricordi e nell’interiorità di Kasia Smutniak

Mustang (Kasia Smutniak, 2026)

In Mustang, Kasia Smutniak racconta di un viaggio, compiuto assieme alla figlia Sophie Taricone, alla volta del Mustang, distretto del Nepal incastonato sull’Himalaya dove sorge una scuola costruita dalla stessa attrice e regista grazie all’associazione in memoria dell’ex compagno, Pietro Taricone, scomparso nel 2010. Quest’ultimo, difatti, quando era in vita sviluppò una profonda passione per il Nepal, per le sue tradizioni e per lo stile di vita buddhista, al punto da effettuare, assieme alla compagna, numerosi viaggi in questa terra lontana geograficamente e culturalmente. Alla sua tragica morte, fu fondata una onlus in suo nome per favorire la scolarizzazione dei bambini nepalesi.

Il documentario di Smutniak, attraverso il viaggio compiuto da lei stessa e da sua figlia, traccia dunque un percorso ampio e complesso, in cui convivono i ricordi dell’autrice con il compagno prematuramente deceduto; gli anni e anni di viaggi da lei intrapresi per visitare e prendersi cura della scuola costruita assieme alla Fondazione Taricone; il nuovo viaggio visto attraverso gli occhi della figlia che riprende con la sua videocamera l’intera spedizione, raccontata anche attraverso il suo voice over; e le condizioni di vita degli studenti nepalesi, messe alla prova dal cambiamento climatico, dalla migrazione e dal calo demografico.

Mustang appare così come uno zibaldone, una mescolanza di diverse tematiche, di diversi formati e supporti visivi, di diverse vibrazioni emotive e di diverse estetiche documentarie. Il film passa senza soluzione di continuità dal tema della memoria e del tempo che passa, a quelli della famiglia disintegrata dal lutto e della solidarietà come valore spirituale; da riprese con videocamere moderne a filmati d’archivio realizzati con le primissime videocamere digitali; dal documentario personale e di viaggio a quello d’archivio, passando per l’opera di valore sociale incentrata sulle problematiche vissute dalle popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo.

La coesione interna di tutti questi elementi è, però, abbastanza labile: ciò che conferisce unità a questi elementi visivi, tematici ed estetici è l’esperienza personale della stessa Smutniak, nel cui vissuto questi elementi coesistono all’interno della sua complessa esperienza con il Mustang. Questo legame personale e intimo con il Nepal, per quanto continuamente percepito dallo spettatore, non risulta sufficiente per percepire come coeso il documentario nel suo insieme.

Mustang e il valore etico del cinema documentario

Mustang (Kasia Smutniak, 2026)

Quando si approccia da un punto di vista critico un documentario, si tende a valutare non solo la dimensione tematica ed estetica del prodotto, ma anche quella di carattere etico. Il genere documentario, difatti, a causa del suo complesso rapporto che le sue immagini intrecciano con la realtà, può creare molteplici cortocircuiti etici in cui, per esempio, le scelte di messinscena adottate non rispettano l’integrità dei soggetti rappresentati – un classico esempio di questioni etiche connesse al cinema documentario è Titicut Follies, opera prima di Frederick Wiseman del 1967 che mostra le infime condizioni di vita di pazienti psichiatrici di un istituto nel Massachusetts, ritratti con distacco in momenti profondamente delicati come quelli delle docce, delle visite mediche, persino durante un’autopsia.

La visione di Mustang, dunque, si deve confrontare con le delicate questioni etiche che il genere documentario impone. Ciò che emerge dal documentario di Kasia Smutniak sono domande legate al ruolo del documentarista all’interno della sua opera, e a ciò che è giusto, è bene o è consentito mostrare al suo interno.

L’opera seconda di Smutniak si caratterizza per l’insistenza della presenza della sua autrice davanti alla videocamera per gran parte delle sue inquadrature. Ricorrono, infatti, all’interno della pellicola molti momenti che vedono per protagonista l’attrice che compie il suo viaggio alla volta dell’Oriente, che s’interfaccia con la popolazione amica locale, che si preoccupa per il declino della scuola che ha aiutato a costruire. Tali momenti culminano nelle tre diverse inquadrature in cui Smutniak piange sommessa per il destino dei ragazzi accolti dall’istituto a favore di camera. In tutte queste sequenze, è facile notare l’apparente naturalezza dell’attrice davanti all’obiettivo – un atteggiamento che dovrebbe segnalare la propria autenticità ma che facilmente tradisce l’abitudine di un’attrice, appunto, davanti a una telecamera.

La presenza del corpo autoriale all’interno della propria opera documentaria, tuttavia, non è necessariamente un sintomo di egocentrismo o di volontà di apparire davanti all’obiettivo. Numerosi sono gli esempi di registi e autori di documentario che scelgono di inserire sé stessi e il proprio corpo all’interno dei propri lavori per motivi politici e giornalistici (Michael Moore), per acuire l’introspezione dell’opera (Agnès Varda), o anche solo per esasperare una dimensione comica e surreale (Nathan Fielder). In nessuna di queste tre casistiche rientra, tuttavia, Mustang.

Pur essendo un progetto dalla natura fortemente personale, come si è già evidenziato, il secondo lavoro da regista di Kasia Smutniak appare fin troppo concentrato sul suo corpo per tradire qualsiasi intenzione politica (pur rappresentata dalle condizioni di miseria della scuola nepalese in teoria al centro dell’opera) o qualsiasi approccio introspettivo (il discorso sulla memoria, legato ai filmati d’archivio privato di Pietro Taricone, è fin troppo abbozzato all’interno della pellicola per poter essere considerato centrale). Ciò che rimane, nel film finito, è un insieme di segmenti autonomi legati tra loro soltanto dalla figura di Smutniak, che diviene così il vero centro focale della pellicola.

Mustang (Kasia Smutniak, 2026)

La seconda questione etica connessa a Mustang riguarda il modo in cui viene presentato Pietro Taricone nella pellicola. Egli compare, attraverso filmati d’archivio e le evocazioni della figlia Sophie, come uno spirito guida all’interno della pellicola: una figura la cui passione per il Nepal e per la sua cultura ispira Smutniak ancora oggi a portare avanti le azioni benefiche tramite la sua associazione. Taricone emerge dunque come una figura positiva, ispiratrice ed eterea, non più presente ma evocabile solo attraverso la riproducibilità tecnica delle videocamere, altra sua grande passione in vita.

Data la sua natura fantasmatica all’interno di Mustang – rincarata dalla voce narrante di Sophie, che evoca la sua scomparsa in termini vaghi e astratti, come “quello che ci è successo” -, risulta dunque quantomeno incomprensibile la scelta di Smutniak e di Ilaria Fraioli, montatrice della pellicola e figura cardinale di tale arte nel cinema documentario italiano, di inserire un filmato dell’archivio privato di Taricone che lo mostra mentre si lancia da un aeroplano, intento nell’attività del paracadutismo che, com’è noto, è stata causa della sua stessa dipartita.1

Una scelta, questa, che non solo tradisce la dimensione eterea e sfuggente che si è voluto dare fino a quel momento alla sua figura, ma che si presenta come profondamente discutibile (o, quantomeno, di cattivo gusto) nell’ottica di un’evocazione del tragico epilogo della vita di Taricone che appare ingiustificata e fuori contesto all’interno della struttura della sequenza. Inserire questa sequenza in Mustang pone il medesimo problema etico – ricordato da Ferao Varallo nella sua recensione di Se domani non torno – dell’inquadratura del suicidio in Kapò (1960) di Gillo Pontecorvo, ovvero l’impiego di un’immagine gratuita all’interno della pellicola senza che sia necessaria, ma per il solo gusto di commuovere e di enfatizzare la portata drammatica di ciò che si sta raccontando.

Al netto delle questioni etiche che solleva, Mustang rimane un’opera deludente nel suo modo di approcciare le questioni connesse al ricordo, allo scorrere del tempo, alla solidarietà umana che trascende lo spazio e le culture, nel suo intrecciare forme diverse di documentario – d’archivio, travelogue, sociale – pur concentrandosi completamente sulla figura della sua regista piuttosto che sulle questioni che solleva.

Ciò che delude soprattutto di Mustang è la sensazione di inautenticità diffusa in tutta la pellicola, data proprio dall’accentramento della pellicola sulla figura di Smutniak. Esemplificativa in questo senso è una sequenza, ripresa dall’archivio personale della regista e riproposta sia nel poster della pellicola sia nell’immagine di copertina della presente recensione, in cui, davanti a un maestoso paesaggio montuoso, la giovanissima Sophie nota di venir ripresa in quel momento, come ripete più volte emozionata. Accanto a lei, Smutniak pare non ascoltare le gioiose esclamazioni della figlia e, con sguardo vacuo e introspettivo, appare catturata dal paesaggio montuoso, ignorando la macchina da presa che evidentemente le riprende.

Questa sequenza rivela pienamente la natura di Mustang e l’atteggiamento della sua regista davanti alla macchina da presa: quella che dovrebbe apparire come autenticità (qui incarnata dalla gioiosa Sophie) si rivela essere semplicemente una posa.


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  1. È bene evidenziare come la sequenza in questione non ritragga l’incidente fatale per l’attore, ma sia un filmato di una precedente esperienza di paracadutismo di Pietro Taricone. ↩︎

Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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