All’interno della Festa del Cinema di Roma esiste una sezione chiamata Grand Public che raccoglie il meglio del cinema per il grande pubblico, opere di natura meramente commerciale capaci però di appassionare per la loro semplicità e qualità. Rocky Sono Io, ultima fatica di Peter Farrelly, rappresenta il prototipo di cinema che si vede all’interno di tale sezione: un crowdpleaser semplice e appassionante, in grado di conquistare il pubblico con il suo carisma, con la sua nostalgia e la sua storia semplice di un underdog che porta il nome di Sylvester Stallone e che, con la sua tenacia e la sua ambizione, riuscì a scalare Hollywood grazie al suo leggendario esordio, l’indimenticabile Rocky.
Rocky Sono Io verrà distribuito nelle sale italiane il 31 dicembre 2026 da Eagle Pictures.
Rocky Sono Io, storia di tenacia e di sogni realizzati

Nell’America di metà anni Settanta, un giovane italoamericano di nome Sylvester Stallone (un mimetico Anthony Ippolito) sogna di fare l’attore, ma, essendo nato e cresciuto in povertà sotto il rigido controllo del padre (Matt Dillon), sbarca come può il lunario, tra l’umile lavoro di pescivendolo e l’umiliante lavoro di attore di porno soft. La situazione non cambia quando s’innamora e sposa Sasha (AnnaSophia Robb), fotografa amatoriale: con una famiglia a carico, il giovane Sylvester dovrebbe mettere la testa a posto, ma i suoi sogni sono troppo importanti per lui e, grazie al sostegno della moglie, inizia a scrivere sceneggiature da proporre per poter finalmente esordire come attore protagonista.
Con queste sceneggiature promettenti arriva a conoscere due produttori, Irwin Winkler (P. J. Byrne) e Robert Chartoff (Toby Kebbell), ai quali il giovane arriverà a consegnare la sceneggiatura di Rocky, storia di rivalsa di un perdente nell’America degli anni Settanta attraverso il pugilato. La sceneggiatura piace molto, e la produzione è pronta a partire, non fosse che il capo della casa di produzione dove lavorano i due, Sandy Maddox (Tracy Letts), vuole categoricamente una star per il ruolo principale, andando così a infrangere l’unica condizione di Sylvester per la realizzazione del film.
Il giovane è tormentato: vendere la sceneggiatura e incassare il denaro offertogli, oppure realizzare il sogno per cui ha lottato per tutta una vita? Rocky Sono Io segue così le scelte di Sylvester Stallone che hanno portato alla produzione di Rocky, uno dei più grandi successi degli anni Settanta, vincitore dell’Oscar al Miglior Film pur essendo un progetto a microbudget per l’epoca (un milione circa di dollari).
Il film di Peter Farrelly, regista premio Oscar di Green Book, legge l’avventurosa e disastrosa produzione del film di culto dal punto di vista del suo sceneggiatore e protagonista, Sylvester Stallone. Il giovane attore italoamericano, apparso fino a quel momento solo in ruoli secondari nei film di serie B targati Roger Corman, sogna in grande: sogna la recitazione impegnata e drammatica, per la quale il suo fisico, il suo volto e la sua voce roca paiono inadatti a detta di chiunque, dal padre violento agli addetti ai lavori scettici riguardo alla sua figura.
Rocky Sono Io è dunque la storia di un sogno che si avvera, dei sacrifici e della tenacia necessari per perseguire i propri sogni e fare in modo che si realizzino secondo i propri dettami. Stallone, nel corso della produzione di Rocky, si ritrova più volte a gestire un set scettico, un regista (John G. Avildsen, interpretato da Jay Duplass) dispotico e intrattabile, dei produttori che gli remano contro e un piano di lavorazione al cardiopalma. L’opera di Farrelly diventa così un testamento al coraggio di Stallone, e alla sua tenacia e integrità morale che gli hanno permesso di raggiungere pienamente i suoi sogni di gloria.
Rocky Sono Io è, dunque, una classica storia di sogno americano, di un perdente che ha saputo sfruttare l’occasione per raggiungere i suoi sogni di gloria. Tale formula appare, nel film di Peter Farrelly, aggiornata al contesto cinematografico: Rocky Sono Io celebra, difatti, una delle opere più fiduciose nel sogno americano al suo cinquantesimo anniversario attraverso la storia della sua produzione, che rispecchia in maniera impressionante i valori di tenacia, di resilienza e di vittoria celebrati da Rocky stesso.
La difficoltà di Stallone a imporsi come attore protagonista sulla produzione diventa così una storia d’ispirazione e di rivalsa, come quella di Rocky sul ring: adottando questo punto di vista, Farrelly impone una lettura di Rocky assolutamente autobiografica, in cui le difficoltà del personaggio sullo schermo sono le medesime dell’attore in carne e ossa che lo interpreta. Rocky Sono Io – per una volta il titolo italiano è più adatto e pregnante dell’originale – racconta dunque la storia vera dietro la storia cinematografica gratificante che ha ispirato milioni e milioni di spettatori nel mondo.
Rocky Sono Io, agiografia di un cult americano

Com’è facile intuire, Rocky Sono Io è una pellicola dalla natura prettamente agiografica e celebrativa, che vede in Stallone un talento brillante e incompreso, innocente eppure furbo, e nella sua creazione un caposaldo della storia artistica americana. La riverenza e il rispetto che il film di Farrelly ha per l’opera di Avildsen sono tali che la sua stessa forma assorbe le scelte registiche della pellicola del 1976. In più di una sequenza, Farrelly recupera i carrelli in steadycam, il minimalismo in termini di montaggio, la struttura narrativa e simbolica di Rocky, trasferendo l’omaggio e la celebrazione dal piano puramente diegetico a quello estetico.
In questo omaggio continuo alla pellicola di cinquant’anni fa si intravede un’operazione simile a quella che Richard Linklater ha portato avanti con il suo Nouvelle Vague, in cui la celebrazione del lavoro di Jean-Luc Godard trova un riscontro nell’estetica della pellicola, che ricalca lo stile del movimento francese. Al film di Farrelly manca, ovviamente, la raffinatezza intellettuale dell’operazione del maestro texano, che recupera lo stile di JLG per riflettere sul suo rapporto in qualità di artista con la radicalità del movimento francese.
Rocky Sono Io dal canto suo è un film che recupera l’estetica del film di Avildsen per allinearsene in termini di valori morali e di operazione cinematografica – la produzione mira, a ben vedere, a realizzare un prodotto commerciale che rifletta il valore del sogno americano, della resilienza e della rivalsa dei perdenti. È dunque possibile sostenere che il film di Peter Farrelly sia profondamente derivativo, e non inventi nulla in termini di forma filmica, in quanto recupera tutto dal precedente e fortunato Rocky.
Per fortuna della produzione, tuttavia, Farrelly eredita dal film del 1976 anche il suo irresistibile carisma: pur essendo un’opera poco originale sul piano della forma nel suo appoggiarsi agli stilemi estetici del cinema anni Settanta, Rocky Sono Io è un crowdpleaser che scorre veloce e che coinvolge lo spettatore attraverso aneddotica più (la storia del cane di Stallone venduto per potersi sostentare) o meno (l’impatto della steadycam sulle riprese del film) nota del dietro le quinte di Rocky, resa sempre emozionante e trascinante.
Il risultato dell’operazione è pienamente riuscito: Rocky Sono Io è un’opera da grande pubblico e di ampio respiro, dalla modesta realizzazione tecnica ma dal grande cuore, capace di coinvolgere e appassionare gli spettatori attraverso la magnetica performance di Anthony Ippolito, che riprende alla perfezione i manierismi dell’attore italoamericano; attraverso una storia semplice che ricalca nostalgicamente i valori immortali di un’opera di culto qui celebrata come Rocky; attraverso un’aneddotica sentimentalista, che restituisce la difficoltà, la tenacia e infine la vittoria (pur con un finale che non concede il trionfo al suo protagonista) di un uomo che ha saputo lottare per raggiungere il sogno di una vita.
Pur nella semplicità della sua messinscena e della sua narrazione, è impossibile non sorridere a trentadue denti quando il finale di Rocky Sono Io sopraggiunge, e il sogno americano viene pienamente raggiunto, a testamento di una pellicola che nella sua modestia riesce ad arrivare dritta al cuore degli spettatori.
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