Di tutti gli aspetti che caratterizzano la filmografia di uno dei registi indie per eccellenza, Richard Linklater (Prima dell’Alba, Hit Man), la cinefilia non è forse quello più evidente, eppure c’è sempre stata. La possiamo vedere in alcuni istanti delle sue pellicole – forse in modo più evidente lo vediamo nel finale, girato in pellicola, di Slacker (1990) che richiama proprio le corse in auto di Belmondo nell’esordio di Godard -, ma mai era stata centrale, o almeno finora.
L’ultima pellicola di Linklater, infatti, Nouvelle Vague è infatti un accorato e appassionato omaggio non solo alla produzione di uno dei capolavori della storia del cinema – il già anticipato Fino all’Ultimo Respiro, opera prima di Jean-Luc Godard del 1960 – ma anche ad un momento della storia e ad un modo, una passione e un fervore nel fare film che oggi è sempre più rara.
Nouvelle Vague uscirà prossimamente nelle sale italiane grazie a Lucky Red e Bim Distribuzione.
Agiografia di JLG
Parigi, 1959. Mentre Truffaut con il suo I 400 Colpi si dirige alla volta di Cannes, Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck) si dispera. Tutti i suoi colleghi dei Cahiers du Cinéma – Chabrol, Rohmer – hanno esordito, tranne lui. Dopo il successo sulla Croisette dell’opera prima del suo collega, Godard si rivolge al produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) per avviare la produzione della sua opera prima À Bout de Souffle, che vedrà nel cast il giovane Jeal-Paul Belmondo (Aubry Dullin) e la diva statunitense Jean Seberg (Zoey Deutch).

Sceneggiato (evidentemente) non da Linklater, bensì da Holly Gent e Vince Palmo con la partecipazione delle cineaste francesi Michèle Halberstadt e Laetitia Masson, Nouvelle Vague si pone come un tentativo di ricostruzione pedissequa e filologica della produzione di uno dei grandi capolavori del cinema moderno. Tutto nella costruzione della storia raccontata dal film mira a restituire allo spettatore, in un modo che scivola spesso nel didattico e didascalico, l’ambiente dei Cahiers du Cinéma e del set di Fino all’Ultimo Respiro.
Attraverso infatti dialoghi più interessati a restituire informazioni e nozioni di accademismo della “Nuova Onda” francese che a ricreare scambi autentici e brillanti, l’opera di Linklater mira a ricostruire un profilo di Jean-Luc Godard, interpretato come un genio incompreso, un uomo visionario e un po’ eccentrico, una figura che nel suo modo di reinterpretare in modo radicale non viene compreso da nessuno, persino dalla sua troupe.
Quello di Nouvelle Vague è dunque un ritratto di Godard vicino all’agiografia, intento a costruire un mito, a glorificare un genio e a consolidarne la grandezza senza metterla in discussione. Tanto imponente è percepita la figura di Godard che Linklater sceglie di sposarne completamente il modo di vedere il mondo e il cinema soprattutto: il film è difatti girato in piena mimesi dello stile della Nouvelle Vague, aderendo agli stilemi e al linguaggio visivo del suo regista più estremo e irriverente, a ulteriore riprova della statura che il film stesso conferisce al suo protagonista. Un ritratto forse poco coraggioso o audace, ma quantomeno coerente con l’idea e l’entusiasmo che caratterizza l’idea di regia di Linklater.
In compagnia della Nouvelle Vague
È infatti quando i personaggi smettono di parlare come fossero usciti dal Rondolino-Tomasi, quando viene dato loro più spazio e respiro che il film prende maggiore slancio. Nel ricapitolare i venti dì della produzione di Fino all’Ultimo Respiro – ricostruiti giorni per giorno, in modo puntuale -, Linklater costruisce difatti un vero e proprio hangout movie che vede per protagonisti i mestieranti sul set. Per quanto l’indole didascalica della sceneggiatura non sparisca completamente neanche in questa seconda metà, è in questa parte che Nouvelle Vague vira verso una raffinatezza e un acume nel mettere in scena le dinamiche di un gruppo di persone – com’è tipico di questo filone di film, di cui lo stesso Linklater è maestro – davvero notevoli.
Nouvelle Vague si colora così di un entusiasmo contagioso e coinvolgente nel seguire la compagnia dei filmmaker dietro uno degli esordi più importanti della storia del cinema, che trasforma così il film in un tributo caloroso non solo a Godard, ma alla sensazione stessa di girare per la prima volta, di confrontarsi con l’atto di creare in gruppo un’immagine. Tra una passione che nasce silenziosa, i conflitti continui con la troupe e il produttore, una mente creativa e completamente atipica nel modo di produrre, Linklater restituisce una vitalità e una verità dei rapporti che finiscono per intrecciarsi sul set, legati e guidati tuttavia sempre da un rigore nell’idea di cinema che non viene mai tradito o abbandonato.

È proprio in questo particolare elemento che si nasconde l’elemento più commovente di Nouvelle Vague: nel riprendere Jean-Luc Godard e il suo integerrimo senso dell’etica filmica, Linklater – autore che, come lo stesso maestro francese, ha sempre lavorato sin dagli esordi con un’idea di cinema radicale, indipendente e senza compromessi alla quale è rimasto fedele – finisce per riflettere non solo (probabilmente) sui suoi esordi da cineasta radicale, antesignano della wave di cinema indie anni Novanta, ma soprattutto sulla necessità e sulla forza di forme di cinema personali, politiche nella sua forma di immagine e libere da schemi e tradizioni, libere di reimmaginare la forma lontano dalla tradizione dei “cinéma du papa“, per dirla alla Godard.
Quello di Nouvelle Vague è dunque uno sguardo accorato ad un modo di fare film militante, appassionato, vivo e sentito che nell’epoca odierna – in cui, per citare Franco Maresco, “un film non si nega a nessuno“; in cui domina la legge dell’algoritmo più che della libertà creativa (anche se, ironicamente, Nouvelle Vague negli Stati Uniti uscirà sulla piattaforma di streaming Netflix) – si fa sempre più necessario: un grido non disperato, ma divertito e appassionato di chiamata alle armi (filmiche) che guarda al futuro non in modo tetro, ma ottimista e radioso.
Limitato da una sceneggiatura fin troppo attaccata alla realtà filologica e accademica della “Nuova Onda” e priva della forza e della brillantezza della penna dell’autore texano, Nouvelle Vague trova una sua ragion d’essere nella regia di Richard Linklater, che fonde il suo stile a quello del genio terribile di Godard per mostrare la gioia del cinema libero e radicale, del cinema vivo e carico di idee. Il risultato è un Linklater forse minore, ma che vive di una forza cinefila impareggiabile, che contagia chiunque sia appassionato della settima arte con la fiducia e l’ottimismo che l’opera ripone nel futuro dell’audiovisivo.
Forse, ci dice Linklater, il cinema non è morto: nello sguardo radicale e autentico c’è ancora tanto di entusiasmante da dire e da fare.
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