Tra i registi più talentuosi e visionari del panorama contemporaneo, Jonathan Glazer negli ultimi anni ha approcciato più di chiunque altro nel contesto del cinema occidentale i temi del genocidio e delle violenze sistemiche all’interno di comunità minoritarie martoriate dalla guerra: nel 2023 ha infatti realizzato La zona d’interesse, opera tra le più acclamate del decennio che riflette sulla banalità del male nelle comunità che vivono ogni giorno in prossimità di orrori indicibili; negli ultimi due anni ha co-prodotto La Voce di Hind Rajab e Naza, due film controversi che mettono a nudo le violenze messe in atto dall’IDF nel corso del genocidio del popolo palestinese.
Joy of Joys, l’ultimo lavoro del regista inglese, è dunque solo l’ultimo tassello di un percorso più articolato e complesso. Il corto della durata di quaranta minuti, presentato ad Alice nella Città 2026, porta su schermo non un semplice documentario musicale sulla realizzazione di un disco a scopo benefico, ma un’opera in grado di trasformare i bambini, spesso oggetto di racconti patetici e dolorosi dal fronte di guerra, in soggetti il cui sguardo e la cui vita diventano il centro nevralgico di un modo nuovo di vedere e interpretare il mondo che ci circonda.
Joy of Joys, “I bambini sono sempre nostri, ognuno di loro, in tutto il mondo”

Nel novembre 2025, l’associazione benefica War Child ha messo in piedi il progetto Help(2), continuazione dell’album benefico The Help Album realizzato negli anni Novanta, al fine di raccogliere fondi per portare avanti progetti di salvaguardia di bambini nelle zone di guerra. Il progetto, inciso negli iconici studi di Abbey Road a Londra, vede la partecipazione di Glazer, affiancato da Mica Levi, per la realizzazione di un documentario sul dietro le quinte del progetto, che coinvolge nomi del calibro di Olivia Rodrigo, gli Arctic Monkeys, i Pulp, i Fontaines D.C., beabadoobee e le The Last Dinner Party.
L’idea del regista britannico per girare tale materiale usato poi in Joy of Joys è molto semplice: fornire a un gruppo di studenti di una scuola elementare londinese delle videocamere, con le quali saranno gli stessi bambini a riprendere le sessioni di incisione dell’album. A questi materiali girati da giovanissimi, Jonathan Glazer affianca il girato di altri bambini, provenienti da Gaza, Ucraina, Yemen e Sudan, cui è stato chiesto di riprendere la loro quotidianità in zone di guerra.
Il risultato di questo esperimento, ovvero Joy of Joys, non è il solito documentario musicale, ma un’opera più gioiosa e teorica di quello che può sembrare. Pur essendo gli studi di registrazione pieni di incredibili talenti musicali, le macchine da presa del regista britannico si focalizzano principalmente sui piccoli protagonisti, i bambini che con le loro videocamere digitali riprendono ciò che li circonda. Attraverso dei totali freddi, distanti – simili all’approccio distaccato che caratterizzava le inquadrature de La zona d’interesse, le quali evocavano le riprese di telecamere di sicurezza – Joy of Joys segue i bambini muoversi all’interno degli studi, piccoli alieni tra i cavi, i microfoni, gli strumenti dei professionisti scrutati con curiosità e partecipazione.
A tali inquadrature più apatiche, Glazer alterna i filmati che gli stessi bambini riprendono, privi di grazia o di tecnica: le inquadrature sono molto mosse, al punto che spesso non si comprende cosa stiano riprendendo; spesso i filmati sono sovraesposti e “bruciati”, e dunque difficilmente interpretabili; a volte l’attenzione dei bambini si focalizza su elementi non interessanti, come se stessi mentre mangiano biscotti o degli strumenti inutilizzati.
Sono proprio questi errori di tecnica o di sguardo, tuttavia, che rendono commoventi le sequenze di Joy of Joys, per la loro capacità di mettere al centro i bambini in tutto e per tutto. Le inquadrature errate restituiscono allo spettatore un senso di autenticità che raramente si prova al cinema – lo stesso dei bambini britannici, che si aggirano circospetti e curiosi in un mondo a loro sconosciuto, dal quale paiono attratti.
Ai filmati all’interno degli studi in Abbey Road, Joy of Joys alterna le commoventi riprese girate dai bambini in zone di guerra: ben lontane dall’immagine che noi occidentali possiamo avere delle infanzie in tali aree geografiche, quelle inserite da Glazer nel suo corto con la medesima, toccante autenticità raccontano di giochi tra le macerie o nei bunker antiaerei, di partite di pallone o di acchiapparella, di corse a perdifiato e di sorrisi veri – mettono, insomma, in scena la medesima spensieratezza che i bambini di Abbey Road mostrano.
Accostando le due esperienze d’infanzia, in Joy of Joys emergono le differenze (l’agiatezza, il contesto sereno e libero), ma soprattutto ciò che li accomuna (la curiosità, la gioia, lo sguardo innocente e puro): Glazer, con il suo ultimo lavoro, vuole evidenziare l’esperienza universale di stupore e di gioco che è l’infanzia, sia essa in contesti di guerra o di agiatezza. Un’esperienza che merita, tuttavia, di essere protetta da guerra, povertà e miseria, come aspirano a fare War Child e l’operazione culturale stessa di Help(2). Joy of Joys, così, con grande semplicità mette insieme il racconto di un’operazione benefica e l’obiettivo che essa persegue, riassunto con grande efficacia dalla citazione di James Baldwin con cui l’opera si chiude:
The children are always ours, every single one of them, all over the globe; and I am beginning to suspect that whoever is incapable of recognizing this may be incapable of morality.
Joy of Joys, il bambino come nuovo soggetto guardante

La scelta di affidare le riprese di un documentario ai suoi stessi soggetti non è, a ben vedere, originale: un esempio di tale procedimento lo si rintraccia nel bellissimo Selfie, documentario di Agostino Ferrente del 2019 (curiosamente, all’interno di Alice nella Città quest’anno verrà presentato il seguito spirituale di tale operazione, ovvero Selfie – Lato B), in cui a due giovani ragazzi partenopei viene chiesto di riprendere la loro vita quotidiana attraverso riprese della camera anteriore di un iPhone dopo la scomparsa per mano della polizia di un loro carissimo amico.
Operazioni come Joy of Joys e come Selfie adottano questa scelta registica al fine di ottenere il medesimo effetto di autenticità: nelle immagini imperfette dei bambini di Glazer e dei ragazzi di Ferrente si legge l’immediatezza, la naturalezza e la semplicità di uno sguardo che non ha le stesse sovrastrutture culturali e intellettuali che può avere un regista. In quelle imperfezioni si legge tutta la novità di sguardo portata dai giovanissimi all’interno di queste pellicole.
Il caso di Joy of Joys di Glazer è particolarmente interessante: tale scelta di consegnare ai bambini di diverse parti del mondo le videocamere permette di livellare l’intera esperienza visiva del film a misura di bambino, sia essa all’interno dello studio o al di fuori, nel mondo violento in cui certe comunità sono costrette. Tale scelta visiva avvalora il senso di universalità dell’esperienza infantile che Joy of Joys racconta: appianando la dimensione estetica della pellicola alle riprese dei giovanissimi, il regista britannico evidenzia anche su un piano visivo la comunione di esperienze e di sensazioni di carattere infantile.
La dimensione estetica di Joy of Joys, tuttavia, risulta ancora più pregnante e radicale in termini teorici, in quanto consente ai bambini di non essere più oggetto dello sguardo adulto e delle sue interpretazioni dell’infanzia, ma soggetti liberi di raccontarsi e rappresentarsi come meglio credono. Per anni e anni, difatti, la dimensione infantile in contesti di miseria, di guerra e di difficoltà è stata filtrata dallo sguardo degli adulti, il quale correla i corpi dei più piccoli a situazioni di estrema sofferenza, di disagio e di morte.
Gli esempi in questo senso applicati a diversi medium si sprecano: dalle foto del cadavere di Alan Kurdi, divenute simbolo delle morti nella già grave crisi migratoria del Mediterraneo a Cafarnao di Nadine Labaki, che mette in scena un bambino temprato dall’estrema miseria delle classi più povere della società libanese, passando per la stessa Voce di Hind Rajab, drammatizzazione della storia di una bambina palestinese brutalmente uccisa dall’IDF dopo esser rimasta intrappolata in un’auto distrutta a seguito di un bombardamento israeliano. Nei media, spesso, il corpo dei bambini viene sfruttato per enfatizzare la gravità di complesse situazioni geopolitiche e sociali, per generare facile pietà negli occidentali impotenti, per alimentare attenzione mediatica.
Con Joy of Joys Jonathan Glazer ribalta questo paradigma attraverso un ribaltamento di punto di vista: affidando il controllo della direzione degli obiettivi ai bambini piuttosto che agli adulti, il regista britannico consente loro di raccontarsi come meglio credono, di documentare ciò che sentono sia giusto documentare, di raccontare la loro vita attraverso il loro sguardo.
Quello sguardo che i bambini in alcuni dei contesti più difficili del mondo contemporaneo gettano sulla realtà che li circonda in Joy of Joys è al tempo stesso sorprendente e commovente proprio perché ci mostra un mondo in cui si può essere ancora felici in mezzo alle macerie, si può avere la forza di giocare in un bunker per ripararsi dalle bombe del nemico, si può correre in mezzo alla foresta assieme ai propri amici, si può andare a scuola persino nella miseria più nera.
Queste immagini di riprese negli studi di Abbey Road come nelle zone di guerra rivelano, attraverso la capacità di sguardo attiva dei bambini, proprio questa visione di mondo nuova, lontana dagli schemi che noi adulti adattiamo facilmente a situazioni geopolitiche complesse e dolorose. L’atto di dare la videocamera ai bambini da parte di Glazer, dunque, non è un vezzo registico alternativo, ma un gesto al tempo stesso semplice e radicale che permette ai bambini di guardare attivamente e liberamente il mondo che li circonda, e agli adulti di lasciarsi guidare da immagini nuove, da letture di mondo differenti in quanto ad altezza di bambino.
Efficace e molto commovente, Joy of Joys attesta (qualora ce ne fosse ancora bisogno) la visionarietà di un regista come Jonathan Glazer, che attraverso un gesto apparentemente semplice consente di aprire le porte della settima arte a modi nuovi di vedere e interpretare il mondo. Ribaltando il paradigma di sguardo del mondo adulto, il regista britannico consegna un documentario semplice, animato da musica elettrizzante, su cosa significa per un bambino guardare il mondo che lo circonda, ed entrare in contatto con la realtà in cui è immerso.
L’autore britannico, con il suo ultimo lavoro, pare offrire insomma un’opera complementare al suo La zona d’interesse: se nel film del 2023 raccontava dei turbamenti e delle noie dei perpetratori di violenza, in Joy of Joys con altrettanta radicalità mostra la vitalità, la gioia e lo stupore di chi quelle sofferenze le vive ogni giorno sulla propria pelle. Nel far vedere tale gioia, tale spensieratezza in un mondo sempre più piagato dalle guerre, Glazer sceglie di perseguire una via nel mondo odierno particolarmente radicale e fin troppo negletta, ovvero quella dell’ottimismo, dell’empatia e della fratellanza.
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