Menus-Plaisirs (Frederick Wiseman, 2023)

Menus-Plaisirs: La Famiglia dei Cuochi Stellati, la bellezza dell’osservare

14 minuti di lettura

Approdato di recente sulla piattaforma IWONDERFULL di proprietà della I Wonder Pictures di Andrea Romeo, Menus-Plaisirs: La Famiglia dei Cuochi Stellati (2023) è l’ultimo lavoro del leggendario documentarista statunitense Frederick Wiseman. L’aggettivo “ultimo” all’interno di questa frase ha assunto nel corso della stesura di questa recensione una sfumatura imprevista e decisamente lugubre: poche ore fa, infatti, è stata resa nota la sua dipartita all’età di novantasei anni. Il cinema – quello documentario, ma non solo – perde così uno dei suoi artisti più radicali, più curiosi, più rivoluzionari e ineccepibili della sua storia.

L’opera di Wiseman, infatti, non ha solo segnato un capitolo tra i più importanti della storia del documentario (quello del celebre direct cinema degli anni Sessanta), ma grazie al suo approccio radicale al cinema ha rivoluzionato il modo di fare e di intendere la settima arte per le generazioni a venire – come dimostra la lunga lista di premi alla carriera accumulati negli anni, a partire da un Leone d’Oro nel 2014 e un Oscar nel 2017.

Vedere Menus-Plaisirs oggi, dunque, assume una valenza tutta nuova: significa accedere alla filmografia di uno dei più grandi registi di sempre partendo da un punto prilivegiato, una delle sue pellicole più riuscite ed esemplificative del suo stile, per scoprire un’intera produzione rimasta finora troppo nascosta e ignorata.

Menus-Plaisirs, guardare da vicino la cucina

Menus-Plaisirs (Frederick Wiseman, 2023). Cuochi che cucinano in cucina.

Menus-Plaisirs: La Famiglia dei Cuochi Stellati (titolo originale: Menus-Plaisirs, les Troisgros) segue, come suggerisce il titolo, una famiglia francese – i Troisgros, appunto – che possiede tre ristoranti di lusso a Roanne, nella Francia centrale: il Troisgros, Le Central e La Colline. All’interno delle quattro ore di durata di Menus-Plaisirs, Wiseman segue il lavoro in cucina, nella sala e nei mercati non solo degli chef proprietari, ma anche dei camerieri, dei manovali, dei pasticceri e dei produttori agricoli, tutti impegnati per la ricercata produzione artigianale di cibi di qualità sopraffina, la cui cura parte sin dalla scelta delle materie prime nei mercati – luogo in cui non a caso si apre la pellicola.

Dimenticate però la cucina di Ratatouille o di The Bear: quella raccontata di Wiseman non è una cucina avventurosa, insidiosa o stressante. Menus-Plaisirs infatti costruisce un racconto visivo in cui domina la cura, l’attenzione al prodotto, la maniacalità della preparazione e del servizio, realizzate con la quiete e la (quasi) normalità di chi oramai padroneggia queste arti. I tre ristoranti della famiglia Troigros, infatti, sono da generazioni un punto di riferimento per l’alta cucina, in cui lavorano le maestranze migliori affinché possano offrire un servizio di livello per i propri clienti.

Dalla raccolta delle verdure nell’orto alla cottura di un’astice, dalla panificazione fino alla marinatura dei funghi e alla creazione delle salse: tutto all’interno di Menus-Plaisirs riflette un senso di cura, di attenzione e di esperienza che rende così prelibate e degne di nota le portate che vengono cucinate. In questa esaltazione dell’impegno e della genuinità del processo di preparazione dei cibi, Menus-Plaisirs può esser letto come un’ode all’artigianalità della produzione, al mestiere di chi crea e, in ultima analisi, un inno all’arte e alla manualità come forma di espressione e di attenzione.

Gli chef, i camerieri, i sommelier e i pasticceri: tutti, in Menus-Plaisirs, vengono inquadrati da Wiseman come dei veri e propri artigiani, esperti nell’arte del cucinare e del servire con le proprie mani, senza interventi esterni di natura industriale. Questa radicalità di approccio alla cucina, che si mostra sin dalla coltivazione e dall’allevamento di quelle che saranno le materie prime delle portate, contrasta con la sempre più presente industrializzazione del mercato culinario: cibi già pronti, precotti e surgelati, pronti al semplice consumo e lontani dal piacere estatico del mangiare.

Menus-Plaisirs (Frederick Wiseman, 2023)

I Troigros portano avanti, dunque, un’antica tradizione di famiglia che abbraccia l’artigianalità e la manualità come forma di resistenza e di cura verso i propri clienti in un mondo sempre meno attento all’esperienza sensoriale, alla cura artigiana e alla comunità legata dall’esperienza artistica. Non sembra, dunque, più casuale l’interesse verso tale radicalità nell’arte della cucina dimostrato da un regista che ha fatto della radicalità della messinscena la sua bandiera.

La poetica dello sguardo nel cinema di Frederick Wiseman

Tutta la produzione artistica di Frederick Wiseman – a partire dal controverso ritratto di un manicomio criminale Titicut Follies (1967) fino a quest’ultimo Menus-Plaisirs – si caratterizza per un approccio decisamente drastico al cinema documentario e al suo rapporto con la realtà. Nei suoi film, difatti, mancano didascalie e voice over: la costruzione dei documentari del regista bostoniano si poggia interamente sul montaggio e sulla fotografia, sul modo di inquadrare e rimontare la realtà nel suo svolgersi – senza alcuna forma di intervento da parte del regista, tolto il lavoro in moviola.

Queste scelte estetiche donano al prodotto finito il carattere cosiddetto osservazionale che caratterizza la produzione di Frederick Wiseman e che ha influenzato un intero sottogenere di cinema documentaristico. Nei quarantotto film da lui realizzati nel corso di quasi sessant’anni di carriera non compare mai né la sua voce né la sua figura, eppure all’interno dei suoi lavori il regista bostoniano è sempre presente e suggerito dallo sguardo attento sul mondo che lo circonda – soprattutto sulle istituzioni americane e non solo, focus di gran parte della sua produzione.

Menus-Plaisirs (Frederick Wiseman, 2023)

Il cinema di Wiseman si può definire a tutti gli effetti una forma di cinema puro, in quanto si costruisce solo ed esclusivamente attraverso le immagine e le relazioni che s’instaurano tra di esse in sede di montaggio. Quest’ultima fase della produzione è cruciale nei suoi lavori: “Fino a quel momento non so cos’è il film” diceva il maestro in merito al montaggio. È proprio in questa fase che le immagini raccolte sul campo – dopo settimane di osservazione e di riprese, in cui lo stesso si occupava sia della fotografia sia del sonoro – prendono vita attraverso raffinate associazioni formali e concettuali, e un ritmo decisamente non banale, costruito grazie a rapidi stacchi, capace di accattivare e di agganciare lo spettatore.

“Per me il montaggio di un documentario è come scrivere, eccetto che uno scrittore è limitato solo dalla sua immaginazione e dalle parole che può usare, mentre nel montaggio di un documentario sei limitato dalla relazione della tua immaginazione con il girato: non importa cosa ti dice la tua immaginazione, se non hai girato quello che ti serve per esprimerla.”
Frederick Wiseman

Le ordinariee epopee mostrate nel cinema di Wiseman esaltano le capacità del cinema nella sua forma più pura di guardare ed esaltare la realtà, andando paradossalmente a invalidare il celebre aforisma di Alfred Hitchcock: il cinema, ci dimostra Wiseman, non è la vita senza le parti noiose, ma è piuttosto scoprire – grazie alle immagini e grazie al montaggio – ciò che diamo per scontato e vederlo (non semplicemente guardarlo) sotto una nuova prospettiva.

Menus-Plaisirs (Frederick Wiseman, 2023)

Il raffinato lavoro formale che si può rintracciare in tutte le opere del regista bostoniano (non solo in quest’ultimo Menus-Plaisirs, comunque un ottimo compendio del suo lavoro) è sostenuto, infatti, da un’incredibile capacità di sguardo e di attenzione mostrata dal regista verso le normali e quotidiane istituzioni degli Stati Uniti – come dimostrano alcuni tra i suoi lavori più brillanti come High School (1968), Welfare (1975), The Store (1983), Boxing Gym (2010) ed Ex Libris – The New York Public Library (2017, forse il suo capolavoro) – come anche esempi prominenti e virtuosi di pubbliche realtà di altre parti del mondo – La Comédie-Française ou L’amour joué (1996) e Crazy Horse (2011), ambientati in Francia come Menus-Plaisirs; National Gallery (2014) ambientato a Londra.

Ognuno di questi ritratti (o, sarebbe più corretto, paesaggi) brilla proprio per la vivacità dello sguardo di Wiseman, capace di coglie i dettagli più curiosi, le contraddizioni più umane, ma soprattutto l’essenza più vera non solo degli ambienti inquadrati, ma anche delle persone che li abitano e li vivono. Il cinema di Wiseman, in fondo, altro non è che una costante riflessione – operata attraverso l’acuta osservazione della realtà – sulla vita dell’uomo moderno, filtrata da uno sguardo attraverso le strutture che ci siamo costruiti per contenerla, amministrarla, viverla.

Questa moderna e complessa operazione fa sì che l’intera filmografia di Frederick Wiseman sia paragonabile ad un mosaico: ogni tassello è certamente bello e con un suo valore, ma è l’insieme di tutti i tasselli che restituisce un quadro più grande, complesso e vivo. Ogni singolo film, dunque anche lo stesso Menus-Plaisirs, perde parte del proprio significato senza considerare tutti gli altri film che il regista bostoniano ha realizzato, tutti gli altri aspetti della vita umana che Wiseman ha già visto, analizzato, compreso e mostrato.

Menus-Plaisirs (Frederick Wiseman, 2023)

Spesso dimenticata da cinefili e appassionati – vuoi perché il documentario è tendenzialmente visto come un genere di seconda categoria da molti appassionati della settima arte, vuoi per le durate spesso titaniche delle sue opere (capaci di arrivare fino a dieci ore di durata) -, l’opera di Frederick Wiseman rappresenta una delle vette più alte dell’arte cinematografica intesa come dispositivo di sguardo sulla realtà, come costruzione estetico-narrativa operata attraverso le relazioni che le immagini riescono a creare, come strumento di espressione di una complicata relazione tra l’immagine e la realtà colta nel suo naturale disvelarsi.

Menus-Plaisirs, grazie anche alla sua relativamente facile ritracciabilità qui in Italia e all’affabilità e zuccherosità del tema affrontato, offre la possibilità a tutti di scoprire e riscoprire lo sguardo inconfondibile e indimenticabile di uno dei massimi autori del cinema moderno, un uomo la cui fiducia verso l’umanità trasuda da ogni inquadratura. Il cinema di Frederick Wiseman, oggi più che mai nell’era delle intelligenze artificiali e del cinema ad alto tasso di CGI, riesce a dimostrarci la pura bellezza dell’osservare la realtà così com’è, nel suo naturale e quotidiano disfarsi.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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