Presentato come Evento Speciale Fuori Concorso alle Giornate degli Autori 2025, Writing Life – Annie Ernaux Through The Eyes of High School Students è il nuovo documentario della regista Claire Simon (Our Body), interamente incentrato sul lavoro della scrittrice premio Nobel per la Letteratura 2022 Annie Ernaux. Lo spunto di partenza di Writing Life, infatti, risiede nel riprendere diverse classi liceali di angoli diversi della Francia intenti nello studio e nella lettura dell’opera di Ernaux, con l’obiettivo di cogliere le riflessioni che i giovani e le giovani francesi esperiscono non solo in merito ai testi letti – Il Posto, L’Evento, La Donna Gelata, Perdersi -, ma anche sulle grandi questioni che questi romanzi sollevano.
In occasione della presentazione di Writing Life a Venezia 82, noi di NPC Magazine abbiamo partecipato ad un’esclusiva minipress che ha visto per protagoniste le due artiste, in cui si è parlato di femminismo, dei giovani e dell’importanza della memoria nell’arte.
Writing Life – Annie Ernaux Through The Eyes of High School Students sarà distribuito presto in Italia da I Wonder Pictures.
Writing Life, un ritratto nell’era della morte dell’autore
La maestra del documentario osservazionale Claire Simon con Writing Life unisce due delle tematiche che più ritornano nel corso della sua produzione: il femminismo (Our Body) e l’istituzione didattica (Récréations, Apprendre). All’interno della pellicola, infatti, Simon inserisce i dibattiti scolastici e non che emergono dalla lettura dei testi di Annie Ernaux – tali dibattiti danno adito a riflessioni su diversi temi, tra i quali emergono il corpo femminile, l’aborto, la percezione delle donne nella società.
I pareri che emergono sono ben più interessanti e articolati di quel che possa sembrare di primo acchito: i giovani discutono, hanno opinioni contrastanti – alcuni son dubbiosi sulla penna estremamente clinica dell’autrice, altre invece trovano un grande trasporto e identità nelle pagine (anche quelle più oscure) di Annie Ernaux – manifestando però sempre pareri molto acuti, svegli, con argomentazioni mai banali.
L’intuizione di Simon che emerge da questa scelta di Writing Life di inquadrare solo i dibattiti scaturiti dalla lettura, tuttavia, porta con sé una duplice ritrattistica in atto: quella dell’autrice, e quella del suo pubblico. Da un lato, infatti, i pareri dei lettori fanno emergere l’immagine che loro hanno avuto di Annie Ernaux secondo la teoria della morte dell’autore di Roland Barthes – una donna dalla penna clinica e acuta, una donna colpita da ossessioni malsane e tossiche, una donna coraggiosa che ha lottato per l’autonomia del proprio corpo, una scrittrice più o meno apprezzata a seconda dell’interlocutore, ma sicuramente sempre stimolante.
Dall’altra parte, proprio i pareri che i ragazzi manifestano dalla lettura fanno emergere la personalità, il carattere e le opinioni dei ragazzi stessi, proprio in virtù di una scrittura come quella di Annie Ernaux che fa scaturire emozioni forti e opinioni contrastanti. La gioventù ritratta da Simon in Writing Life è spigliata, sveglia, lontana dagli stereotipi sistematicamente affibbiati alla GenZ – fannulloni, attaccati ai media digitali e a valori vacui – e molto reattiva alle parole della premio Nobel: le conversazioni che vengono riprese sono stimolanti e accese, il dibattito non rimane sterile ma anzi viene molto coltivato, a dimostrazione anche di quanto le parole di Annie Ernaux siano sempre coinvolgenti e non lascino indifferenti.
Una struttura un po’ ripetitiva e macchinosa a livello interno mina, almeno in parte, la riuscita di Writing Life, che rimane comunque un interessante documento non solo sul potere della scrittura e delle parole di Annie Ernaux nello specifico – soprattutto nella loro capacità sociale e politica di generare dibattito -, ma anche sull’importanza dell’ascoltare le parole dei giovani in quanto parte integrante e funzionale della società, qualcosa di purtroppo spesso dimenticato.
L’incontro con Claire Simon e Annie Ernaux

In una piccola stanza di Casa I Wonder, uno spazio della casa di distribuzione di Andrea Romeo situato poco lontano dal cuore della Mostra del Cinema di Venezia, un piccolo gruppo di giornalisti – tra cui noi di NPC Magazine – si ritrova seduto attorno ad un tavolo con davanti a sé, sedute su un comodo divano, due signore vestite di giallo che parlottano complici tra di loro mentre bevono un sorso d’acqua. Le due signore in questione sono Claire Simon, la regista di Writing Life, e Annie Ernaux, scrittrice oggetto del documentario; le due sono a Venezia per dialogare con noi in merito al film, al loro lavoro e come si lega con i temi del femminile e della memoria.
Tutto è cominciato, racconta la regista quando le viene chiesto come fosse nato il progetto Writing Life, con quel signore [indicando un uomo alle spalle dei giornalisti] che è Emanuele Perreau [il produttore del film, ndr], un giorno mi ha telefonato e mi ha detto «Beh, sai, ho una proposta da farti, hai voglia di fare un film su Annie Ernaux?». Io ho detto «Beh, stupendo, meraviglioso!». E ho cominciato a documentarmi, ho visto che esisteva il film di Michelle Porte dal titolo «Les mots comme des pierres», ossia «Parole come pietre».
Ho anche visto che esisteva il film su “Gli anni” che è stato mostrato anche qui a Venezia. Allora mi sono detta […] «Ma perché non gli propongo di fare qualcosa con i liceali?». Potremmo dire, vedere come i giovani ricevono il lavoro di Annie Ernaux, che cosa pensano, se apprezzano il lavoro di Annie Ernaux. E subito dopo ho scritto a Annie Ernaux.
Le ho detto «Guardi, sono molto felice di dirle che mi è stata fatta la proposta di fare un film sul suo lavoro. Io adoro il suo lavoro, davvero, sono una sua grande fan. Ma un film su di lei esiste già, di fatto. La mia idea è quella di vedere come i giovani percepiscono i suoi libri». E lei mi ha risposto «È meraviglioso, stupendo, perché io sono stufa di parlare, continuo a dire un sacco di sciocchezze e ho voglia di sentire che cosa pensano i giovani e che cosa gli insegnanti».
Annie Ernaux e la letteratura “per porsi delle domande”
Quando viene chiesto ad Annie Ernaux di riflettere sull’impatto che i suoi romanzi hanno avuto nella vita delle donne, la scrittrice ha riflettuto: Beh, diciamo che sono stata assai sorpresa quando, a partire dagli anni 2000, mi sono resa conto che i miei libri erano una fonte di riferimento di discussione per le donne e soprattutto per le giovani donne.
Io, ad esempio, ho scritto La Donna Gelata nel 1981: è un libro che allora aveva venduto 7000 copie, non è proprio un fallimento, ma in realtà non è neanche granché come risultato, e soprattutto aveva avuto poche critiche. Ce n’era stata una particolarmente intelligente che era stata pubblicata da una rivista femminista durata soltanto 2-3 anni; questo ci fa comprendere come il risveglio femminista che c’era stato negli anni ’70 e negli anni ’80 in realtà stava già declinando, e questo è stato veramente qualcosa di cui bisognava prendere atto.
Una cosa essenziale che aveva istituzionalizzato in un certo senso il femminismo è stato quando Mitterrand ha messo una donna [Yvette Roudy, ndr] a capo del Ministero delle politiche femminili: io lì ho realizzato che appunto i miei libri erano una fonte di riferimento; era qualcosa di interessante anche perché diventavano un mezzo per porsi delle domande.
Tra le donne a un certo punto si è forgiata l’espressione “carico mentale” per parlare di quel lavoro invisibile che non è visto e che le donne continuano a fare. È di questo che ho voluto parlare ne La Donna Gelata, constatando che c’erano questi problemi che riguardavano le giovani donne. Era qualcosa di cui avevo già parlato anche ne Gli Armadi Vuoti, dove ho affrontato il tema del piacere femminile. Poi c’era il tema dell’aborto [trattato ne L’evento, ndr], ma anche il tema della condizione sociale delle donne.
È come se non ci fosse per me una divisione tra l’aspetto femminista e l’aspetto sociale, i problemi che devono affrontare le donne che hanno un’istruzione o che lavorano non solo gli stessi che devono affrontare le donne che invece sono obbligate a stare a casa: stanno a casa, si occupano dei figli, e diciamo che quando verrà l’ora di non esserci più, di scomparire, forse potrò dirmi soddisfatta di aver fatto qualcosa per il mio sesso.
Il ruolo dei giovani nel futuro per “scrivere la vita”
Una giornalista chiede dunque ad entrambe le artiste quale sia stata la cosa che più le abbia sorprese delle risposte delle ragazze e dei ragazzi presenti nel film. Claire Simon risponde evidenziando l’intelligenza delle loro risposte: La loro intelligenza, indipendentemente dalla classe sociale alla quale appartengono. Ad esempio c’è la ragazza di Sarcell, quella che all’inizio parla e che ha il
cappuccio della felpa in testa, e che parlando de L’Evento dice delle cose straordinarie, dice qualcosa
che davvero mi ha fatto piacere anche quasi sentire.
Sono dei giovani davvero particolari, speciali, molto intelligenti. Una cosa che dobbiamo dire è che se noi ci interessiamo ai giovani, se noi ci interessiamo a quello che i giovani pensano, si apre davanti a noi un mondo straordinario, un mondo interessante da scoprire. Il problema è che di solito non ci interessiamo ai giovani e a quello che loro pensano.
Annuendo, Annie Ernaux ha continuato dicendo: Sono assolutamente d’accordo. Questo film è stato un vero piacere positivo, è stato davvero positiva come sorpresa. È stata la prima volta che io ho sentito dei giovani parlare così del mio lavoro, e il fatto che parlassero dei miei testi è stato qualcosa di davvero forte. Parlavano in maniera spontanea, non ripetevano qualcosa che avevano sentito dire da altri. È stato davvero straordinario sentire come il pensiero si formava in loro perché è questo quello che sentivano.
Infine, in risposta ad una domanda che evidenzia l’identità dei lavori delle due autrici – nel modo in cui entrambe tramandino l’esperienza umana con il cinema o con la letteratura – e sull’importanza all’interno di essi della memoria, Simon ha commentato: Vorrei fare una piccola citazione: Roland Barthes diceva “Io non mi paragono, io mi identifico“.
I giovani sono il nostro futuro: che cosa possiamo fare se non ci vogliamo interessare ai giovani, se non vogliamo costruire il futuro? La memoria consiste proprio nel costruire il futuro, e secondo me è davvero uno dei concetti più importanti. I giovani sono in gamba, perché capiscono che non si tratta soltanto dell’esperienza umana, si tratta di scrivere la vita, come per questa ragazzina che interviene citandola [la dichiarazione di accettazione del Nobel da parte di Annie Ernaux, ndr] “non si tratta di scrivere la mia vita, la tua vita: si tratta di scrivere la vita”.
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