Quando è stato annunciato il film sulla violenta morte di Giulia Cecchettin, c’è stato molto timore, perché è un classico in Italia, ma ormai in tutto il mondo grazie alle serie true crime, insistere nel narrare il più recente atto di cronaca nera. Il problema è che questi prodotti non vengono realizzati con sguardo militante, politico, o comunque dopo aver fatto decantare la vicenda nella mente dei registi.
Realizzare un film come Se domani non torno viene visto come la risposta sistemica a una classe dirigente che non riesce a prendere provvedimenti, a cambiare la situazione. Nei casi di femminicidio come quello di Giulia Cecchettin, si fanno infuocare le piazze in un primo momento, consapevoli che poi l’interesse nazionale calerà. Quando, dopo un paio d’anni, approda un film come Se domani non torno, il popolo italiano fa un grande sospiro (d’indignazione? Di sollievo? Di amarezza?), il film riceve le lodi di pubblico e critica e, convinti che finalmente si sia smosso qualcosa nelle acque delle complesse questioni sociali con una pellicola sotto le due ore, si torna tranquillamente alla vita quotidiana.

Giulia Cecchettin, quando Se domani non torno uscirà nelle sale italiane il 5 novembre 2026, sarà un caso finalmente archiviato. Così come lo sono stati Andrea Spezzacatena, Willy Monteiro Durante e molti altri. Perché in Italia questo filone delle storie da cronaca nera raccontate con un velo di buonismo, una fotografia da cartolina e una sceneggiatura da pubblicità progresso, sta andando molto bene: pensiamo appunto a Il ragazzo dai pantaloni rosa, il film più visto del 2024.
Questo filone è qua per restare, perché fa comodo ai produttori che destinano questi film a un pubblico generalista, fa bene ai registi che riescono finalmente a entrare nel gruppetto di “quelli che trattano tematiche serie” (ne è un esempio la regista di Se domani non torno, Paola Randi, precedentemente reduce da La Befana viene di notte 2) e, soprattutto, sono piacevoli per un pubblico che nel tempo ha ceduto a un cinema sempre più semplicistico.
Se domani non torno inizia con un’idea di messa in scena ammirevole: per i primi venti minuti non viene mostrato il volto di Giulia. Si percepisce la sua presenza, se ne sente la voce, ma non è mai esplicitamente mostrata. Il fulcro, almeno all’inizio, è su Gino Cecchettin, padre della ragazza, dalla cui vicenda, ricordiamo, è tratta l’ispirazione per il film (Cara Giulia, i suoi scritti pubblicati in seguito alle vicende). Tuttavia, anche da questa prima parte, una cosa diventa evidente nella scena in cui Gino va a portare dei fiori al cimitero.
Non essendo ancora la narrazione del film esplicitamente lineare, allo spettatore salta subito in mente che potrebbe essere un flashforward del finale in cui il padre si reca a portare i fiori alla figlia. Invece è una falsa intuizione: l’uomo lascia il mazzo sulla tomba della moglie. È ignoto se sia una scelta di montaggio cosciente o viceversa, ma si ha come la suggestione che il film voglia farti pensare in questa direzione, che il rimando sia voluto per iniziare già a fare pensare lo spettatore a ciò a cui si sta andando incontro. Questo costante ricordare crea una sensazione di attesa per la liberazione del malessere, che culmina con il pianto.

Questo processo ha un nome: la catarsi, descritta da Aristotele. Il filosofo ovviamente ne parlava in accostamento al teatro del tempo, quindi un contesto collettivo e rituale a noi abbastanza estraneo, ma oggi il meccanismo è facilmente assimilabile al cinema. La catarsi di per sé è positiva: l’empatia creata attraverso il ricordo di un’esperienza simile porta al collasso emotivo, al pianto. Tuttavia non è adatta al caso di Se domani non torno, in cui diventa una tecnica manipolativa da parte della regista. Il pianto è liberatorio, ma è anche irrazionale: la connessione emotiva porta ad abbassare ogni difesa accettando ciò che dice il film senza rifletterci criticamente.
Non aiuta che la costruzione prosegua in questa direzione: musica tesa tutto il tempo, frequente utilizzo di primi piani (un paio anche su dei bambini, massimi catalizzatori di emozione). A livello narrativo, la prima ora e dieci di Se domani non torno è solo questo: la disperazione di Gino, l’arrivo degli altri componenti fondamentali della vicenda come Elena Cecchettin, un crescendo verso l’esasperazione più totale da parte dei personaggi e del pubblico. Un’operazione che fa comodo, perché lo spettatore in preda alle lacrime non nota l’assenza totale di idee visive o narrative.

Il tutto culmina con il ritrovamento del corpo di Giulia. Una scena sprezzante, in cui la regista dedica al suo volto, immaginato dal padre nella foresta dove è stata ritrovata, almeno tre secondi di primo piano sorridente. Se Alain Resnais ha fatto la sua celebre invettiva contro Gillo Pontecorvo per la carrellata finale di Kapò, non si può immaginare cosa avrebbe detto di Paola Randi per questa scelta registica.
Se domani non torno, un buon messaggio affogato nell’insufficienza filmica
Se domani non torno sceglie di non terminare semplicemente con la morte di Giulia: vuole “osare”, perché sente di avere un messaggio da declinare (e che messaggio!). L’ultima parte del film consiste in ripetute inquadrature prima del volto di Elena che parla e poi del volto di Gino che riflette. Statiche, in movimento, primi piani, mezzi busti, dal basso e dall’alto, e chi più ne ha più ne metta: Randi sembra dimenticare che il cinema è un mezzo espressivo visivo, e affida tutto alla parola nel modo peggiore possibile.

Il fulcro su Elena è chiaro: la sua rappresentazione è forse quella più interessante del film, perché non viene eccessivamente “ammorbidita”. La ragazza che sarebbe stata definita “satanista” si piazza davanti alle telecamere e fa il suo discorso, man mano reso popolare dalla stampa nei mesi del 2023/24, sul patriarcato. «Se domani non torno, bruciate tutto»: la frase che ha dato la scintilla per le proteste in piazza e, successivamente, anche per questo film. Il problema è che la pellicola non aggiunge assolutamente nulla: se si recuperassero le interviste di Elena alla stampa, sarebbero riportate le stesse parole qui enunciate dall’attrice in uno scenario fittizio.
La sequenza legata al padre, forse, è ancora più problematica. Non è chiaro quali fossero gli accordi (creativi ed economici) tra la Fondazione Giulia Cecchettin e la produzione di Se domani non torno; certo è che si volesse ottenere comunque un film di stampo pedagogico. Di fatto, la parte finale in cui Gino apprende del patriarcato, legge, s’informa e poi declama ad alta voce fatti assodati da tempo («Ma lo sai che i medicinali sono testati su uomini di 70 kg? E che l’infarto nella donna ha dei sintomi diversi?») è assimilabile a una qualsiasi pubblicità progresso.

La prima regola del cinema è “Show, don’t tell“, e soprattutto con questa conclusione Se domani non torno la elude totalmente. «Le cose sono molto più complesse di così» declama a un certo punto Elena, alterata, ed è vero; ma il difetto del film sta proprio nel non mostrarlo. L’atto finale, di fatto, serve a dare tempo allo spettatore di asciugarsi le lacrime, prendere due appunti e ascoltare una lezioncina che verrà dimenticata dopo cinque minuti dall’uscita di sala.
Vi è tuttavia un guizzo di sceneggiatura interessante: quello in cui sono criticati i media nel contemporaneo. Innumerevoli casi di cronaca, che poi sono anche diventati serie true crime (Yara Gambirasio, Avetrana, …), hanno mostrato una ricerca sempre più spasmodica di notizie scandalistiche, anche a scapito dei familiari delle vittime. Persone che si ritrovano barricate in casa, costretti a rivivere giorno dopo giorno la loro sofferenza quando i media trovano l’ennesimo modo per metterli sotto un riflettore. Questa realtà è descritta dal film abbastanza bene in più di un momento, ma ovviamente non è sufficiente a salvare l’integrità di Se domani non torno.
L’eredità che lascerà Se domani non torno

Inizierà senza dubbio a circolare la solita frase dopo l’uscita di questo film: “Va mostrato in tutte le scuole”. Ciò è di una tristezza assoluta, perché si assume che le prossime generazioni abbiano bisogno di un film di tale banalità per apprendere la realtà del patriarcato. Queste frasi che sono volate dopo film come Io capitano e Il ragazzo dai pantaloni rosa non fanno altro che sminuire le future generazioni, considerando già in partenza il loro livello di comprensione come insufficiente.
Se domani non torno è il frutto acerbo di una società iper-buonista che non ha il coraggio di alzare la voce e puntare il dito. Che esorta a fare rumore ma, quando poi la gioventù in collera lo fa veramente, sanziona e punisce. È un film emblematico della crisi dell’alfabetizzazione mediatica nella nostra era, in cui manca la capacità di riflettere criticamente su un film, un libro, uno slogan, perché è molto più facile non farsi troppe domande e proseguire con la propria vita.

L’operazione di fare questo film non è mai stata sensata a priori (per la vicinanza degli atti al presente, per la diretta cooperazione di un membro della famiglia direttamente afflitto), ma restava una scintilla di speranza in una lettura adatta al tempo che stiamo vivendo, che avesse il coraggio di spezzare la linearità della narrazione così come il trauma ha spezzato le vite della famiglia Cecchettin. Un prodotto mediatico che trovasse la spinta per prendere posizione con forza.
Purtroppo, Se domani non torno conferma la realtà cinematografica che vive l’Italia: spenta, smunta, priva di registi che sappiano parlare del presente in prima linea. Forse le vicende si saranno svolte perfettamente così, non sta a noi spettatori saperlo. Ciò che conta quando si ripensa a questo film è che ci sono tutta una serie di codici visivi che sono stati totalmente dimenticati o usati impropriamente. Se domani non torno parte sicuramente con la migliore delle intenzioni, ma non fa giustizia al ricordo di Giulia Cecchettin e, senza dubbio, ha anche mancato di rispetto a coloro che devono continuare a sopravvivere ricordando, giorno dopo giorno, che il sorriso di Giulia non c’è più.
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