Primetime, o del piacere sadistico di vedere gli altri dal nostro salotto

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Se nessuno ci guardasse, cosa faremmo? Se il giudizio altrui non potesse penetrare la nostra vita costantemente, in quali meandri oscuri potrebbe condurci la sicurezza di non essere osservati? Una domanda che sarebbe banale e già abbondantemente risposta in ambito filosofico, ma che acquisisce nuovo valore nel contesto tecnologico e di iper-sorveglianza in cui viviamo. Se la vita negli ultimi tempi sembra solo una costante ricerca di evasione a questi occhi meccanici, suona spontaneo aggiungere un’altra domanda: come si sono sentite le persone la prima volta che questo streaming del privato è stato acceso?

Non stiamo parlando di semplici circuiti chiusi di sorveglianza, come quelli della compagnia Flock che sta tanto facendo discutere: cosa succede quando lo sguardo di queste camere non è privato, bensì pubblico? Benvenuti nel mondo della televisione, nello specifico di prank show, reality show e chi più ne ha più ne metta. Primetime, film presentato in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia e in uscita nelle sale italiane dal 15 ottobre 2026 grazie a I Wonder Pictures, segue una storia precisa riguardo a questo filone, quella di Chris Hansen, della NBC e di To Catch a Predator, show dal clamoroso successo negli anni ’90 all’interno degli USA.

Lo show adescava con dei finti minorenni dei pedofili da internet, per poi condurli in una casa/set dove il conduttore avrebbe svergognato queste persone davanti allo sguardo della nazione per poi far procedere la polizia all’arresto. Un caso studio incredibile per capire il vero potere dei mass media, ma anche per rivedere questo programma sotto un nuovo sguardo, consci del fatto che le prospettive di una telecamera e di uno schermo televisivo sono tutt’altro che imparziali.

Primetime e Lance Oppenheim, tensione a mille ma senza soddisfazione

To Catch a Predator è stato uno degli show più importanti della televisione d’intrattenimento statunitense. Primetime si focalizza sul momento in cui lo show passa dall’essere un semplice riempitivo a programma di rilevanza, per l’appunto, “da prima serata“. Il film segue Hansen nella sua ascesa egomaniacale, in cui si convince di essere il più rilevante conduttore di sempre; parallelamente, seguiamo altri personaggi come Andie Bender, la produttrice dello show, indecisa sulla sua carriera alla NBC, e Dan Plum, attore ingaggiato per fare da esca.

La sceneggiatura è di Ajon Singh, ed è tratta da un articolo della rivista Esquire, dal titolo “Tonight on Dateline This Man Will Die”, che ripercorre il suicidio di Bill Conradt, procuratore distrettuale del Texas, il quale si tolse la vita durante un’operazione combinata tra lo show di Hansen e la polizia locale; l’uomo era infatti stato sorpreso in chat con un’esca del programma. Fu quel suicidio, nel 2008, a mettere fine alla messa in onda di To Catch a Predator.

Primetime

Robert Pattinson è stato spesso osannato dalla critica per la sua performance in Primetime, ma le sue doti attoriali non sono superiori o inferiori a quelle di molti altri ruoli che ha ricoperto. Le faccette buffe e le reazioni over the top ricordano vagamente il suo Mickey 17; al contempo, la colpa di ciò è probabilmente attribuibile anche al regista Lance Oppenheim, che non dà una direzione graduale all’attore ma fa esplodere tutto da subito: le scene che riflettono il gonfiarsi dell’ego smisurato di Hansen sono infinite, ripetitive e didascaliche, il personaggio non ha una vera crescita e termina il film con una riflessione molto lapalissiana.

Allo stesso modo, tutti i dipartimenti artistici di Primetime premono sull’acceleratore sin dal primo minuto: la fotografia è The Batman sotto steroidi – metà schermo blu, metà schermo arancione, una saturazione eccessiva e bianchi bruciati. Una texture senza dubbio voluta, dato l’utilizzo di telecamere DV del 2006 e di una rarissima Plumbicon del 1982, ma non fa pensare abbastanza a un’idea di accuratezza storica unita a una visione registica quanto a una semplice feticizzazione dell’estetica. La musica in alcuni istanti è talmente forte da sovrastare il dialogo: nello specifico, la sequenza finale è un costante jumpscare sonoro, in cui lo spettatore è richiamato all’attenzione non dalla rilevanza di ciò che accade sullo schermo, quanto dalle sonorità eccessivamente tonanti.

La messa in scena di Primetime soffre di una sostanziale insicurezza da parte del regista che ha il bisogno di pompare tutto al massimo, così da mantenere il pubblico in un costante stato di suspense e di attaccamento allo schermo. Le scelte registiche evidenziano quest’atteggiamento: pochissimi totali, insufficienti scene di interazione alla pari, e quando ce n’è una, viene sovrastata da una scelta “ardita” di fotografia o sonoro; primi piani stretti e claustrofobici semplicemente per avere quello stile d’inquadratura intensa che tanto piace agli Oscar (ricordiamo banalmente The Whale); e se un primo piano non è strettissimo, senza dubbio lo diventerà, poiché l’altro marchio di fabbrica di Oppenheim sono i lunghi zoom sui volti.

Primetime

La tensione di Primetime si costruisce piano, alternando momenti delicati e sottili a dei veri e propri scoppi di azione e dramma: il regista non sembra capirlo, probabilmente essendo questa la sua prima esperienza alle prese con un lungometraggio di finzione. Primetime è la rappresentazione filmica della bomba di Hitchcock, ma solo la parte sbagliata! Per un’ora e cinquantaquattro il film è una bomba che scoppia sotto il tavolo, ancora e ancora, creando un climax fondamentale che tuttavia, dopo essere ripetuto a lungo, perde il suo effetto. Lo shock dello spettatore dura cinque secondi per infinite volte, finché semplicemente non si stanca e realizza il piattume complessivo del film.

Da apprezzare, in Primetime, ci sono gli attori nei ruoli minori: sebbene ci sia qualche piccolo miscasting (Anna Faris nel ruolo della moglie di Hansen), è emozionante vedere attori caratteristi che hanno fatto strada dal piccolo schermo fino alla Mostra del Cinema di Venezia. Merritt Wever (New Girl, Severance) nel ruolo della produttrice Lynn Keller, personaggio purtroppo rovinato da una scrittura insufficiente della sua storyline, ma portato avanti con dignità dall’attrice; Skyler Gisondo (Psych, Santa Clarita Diet) nel ruolo di Dan Plum, il personaggio più interessante del film, purtroppo annegato in momenti melensi, quando avrebbe avuto tanta rilevanza per affrontare l’argomento dell’abuso sessuale, messo in scena in maniera pura e innocente dal volto lentigginoso e candido dell’attore.

Primetime, Skyler Gisondo

La violenza fascista di To Catch a Predator

Il pedofilo riassume il nemico comune: abbiamo lotte politiche tra le varie parti che riguardano il femminicidio, con una scissione tra chi difende l’aggressore maschile e chi difende la vittima femminile. Quando si tratta di attacco al pedofilo, invece, colori e lati politici scompaiono: l’abuso sessuale nei confronti di un bambino è abbastanza da aizzare la rabbia della folla verso un unico soggetto. La pedofilia è quell’argomento in cui manca un filtro nella mente delle persone: non c’è discorso logico o pensiero critico che tenga, istantaneamente il pensiero comune volge alla violenza.

Primetime, come To Catch a Predator prima di lui, conosce quest’effetto sociologico e lo sfrutta: nel film c’è un solo tentativo di umanizzazione finale di un pedofilo ed è attuato con il solo scopo di creare una sensazione di malessere quando, inevitabilmente, le vicende finiscono nel peggiore dei modi. Un modo per dire “Ci abbiamo provato”, ma non c’è abbastanza ardore e soprattutto integrità per sviluppare questo discorso: è solo un modo ulteriore per tenere la tensione alle stelle e sferrare un pugno nello stomaco allo spettatore nel modo più manipolativo possibile.

Primetime

Il discorso preponderante di Primetime però rimane: un pedofilo è o un mostro, che va quindi giustiziato senza alcuna pietà (“Voglio mettere la sua testa su un palo”) oppure un essere umano corrotto a tal punto da non avere altra soluzione che l’ostracizzazione più totale (“Voglio metterlo in televisione”). Il pedofilo è visto da Oppenheim (e, di conseguenza nel film, da Hansen) come il male antico da purgare dal mondo. Un’ottica terrificante di Primetime riconducibile alla giustizia privata: se un discorso del genere attecchisce con questo specifico capro espiatorio, chi ci assicura che un giorno non possa essere applicato a qualcun altro? Ed ecco il ritorno alle purghe fasciste, all’esclusione del diverso, alla condanna a morte senza processo.

Il messaggio di Primetime, una posizione priva di convinzione

A un certo punto del film Hansen viene riconosciuto come “eroe” da un fan, il quale manifesta il suo rispetto per la sua azione punitiva e innovativa, ma propone anche ulteriore violenza di stampo fisico. Il conduttore risponde semplicemente dicendo che quello che fa lui è anche peggio: li svergogna davanti alla nazione. La proposta dell’ammiratore, basata sull’idea di vigilantismo, probabilmente deriva anche da una certa insoddisfazione da parte del lavoro delle istituzioni. Primetime si illude di portare avanti anche questo discorso quando, alla fine del film, il team dello show lavora con la polizia, unendo quindi la giustizia privata a quella istituzionale.

Primetime

Abbiamo quindi l’intervento delle forze dell’ordine, regolamentato dallo Stato vs quello dell’esclusione sociale a opera della televisione. Primetime vuole terminare con il botto, facendo vedere come queste due cose ad un certo punto collidano: la produttrice chiede di mettere le telecamere sulle loro pistole, l’atto violento del mostrare combinato con l’atto violento fisico di per sé; Oppenheim sembra voler criticare questo atteggiamento dei reality, dell’intrattenimento moderno, con questo violento climax in cui non si distingue più la finzione dalla realtà, ma di fatto fa lo stesso gioco che va a criticare.

In un mondo di Epstein Files, di pedofili nei ruoli più alti del governo che non subiscono alcun tipo di giustizia, è facile cessare di credere nelle istituzioni e applicare la giustizia privata. Avere una televisione in ogni casa è come avere una ghigliottina: metti l’autorità in tv, la smascheri davanti alla nazione ed è come avergli tagliato la testa in diretta. Ma la realtà è molto più complessa di così: le fonti di informazione, il cui scopo era rivelare i giochi di potere oscurati da chi ne trae interessi, non lavorano più al servizio del popolo. Perché rischiare la carriera per dire la verità, quando qualunque poveraccio può diventare un mostro da sbattere in prima pagina?

Primetime

Primetime, alla fine, va a cercare la persona potente per l’effetto shock, non per l’etica morale che si impone di aiutare a prevenire le vittime di violenza. Anzi, l’abuso sessuale, come quello sperimentato da Dan, viene abbondantemente deriso nel film. L’obiettivo finale che il film crede di non criticare, ma che in realtà glorifica, è che l’intrattenimento viene prima di tutto. Il film si accoda al discorso di To Catch a Predator invece di decostruirlo: non svela cosa si cela dietro alla nostra reazione violenta come esseri umani al pensiero dell’abuso sessuale minorile, si limita a riconoscerlo, e sa che per questo grande atto sociale le persone lo applaudiranno e faranno dieci minuti di standing ovation.

Il limite della messa in scena di Primetime, tra citazionismo sterile e scrittura insicura

Primetime non entra nelle dinamiche di potere che contraddistinguono questi casi, si limita a metterli in scena spesso provocando anche la risata. Qual è il messaggio del film? Che bastano un paio di capri espiatori della classe operaia per far sentire subito tutti più al sicuro? Cosa ne è dunque di chi occupa grandi posizioni di influenza? Non è mai, neanche per un momento, accennato il fatto che per molti l’abuso non è una questione di libido o di istinto, quanto di esercizio del proprio dominio.

Primetime

Ci sono nomi citati centinaia, migliaia di volte negli Epstein Files e che dopo interminabili casi giudiziari sono semplicemente a piede libero; anzi, sono a gestire nazioni, risorse e cittadini. Questi individui non vivono l’abuso come bisogno corporale, lo sentono come una questione di potere: la violenza in quanto tale semplicemente perché permessa, perché nessuno addosserà mai la responsabilità a queste persone. Primetime pensa di potersela cavare, evitando questo discorso con un semplice “Il Presidente?” e uno sguardo in camera alla The Office: senz’altro questo ridicolo teatrino va ulteriormente a consolidare quanto il film abbia paura di dire qualsiasi cosa.

La pretesa non è quella di un film che analizzi il profilo psicologico dei pedofili, neppure di uno che metta necessariamente in discussione le dinamiche di potere dietro certi atti: semplicemente ci si aspetta che un’opera audiovisiva della rilevanza di Primetime prenda una posizione su qualcosa. Guardare questo film è, a tratti, degradante: alla mente sorgono paragoni con opere che hanno trattato la violenza legata all’intrattenimento televisivo e l’hanno fatto molto meglio.

Primetime

Il filo del ricatto di Gus Van Sant, dimenticato precocemente dalla precedente Mostra di Venezia, e ovviamente Quinto Potere di Sydney Lumet, il film che ha posto le basi per tutti a venire. A quest’ultimo capolavoro Primetime ruba anche il finale: non è citazione, è un “copia e incolla“. Una sceneggiatura e una messa in scena che non avevano niente da dire sin dall’inizio, arrivate alla fine facendo arrancare un climax dopo un altro non possono che terminare in bellezza: spegnendo un televisore alla volta, come un pigro spettatore che si è stancato di fare zapping. Non c’è mai stata sostanza, solo intrattenimento e, terminato quest’ultimo, anche Primetime non ha più motivo di andare avanti.


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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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