Alice nella Città 2026 – Idda, un’insoddisfacente riflessione sulla fotogenia

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Idda è l’ultima opera della regista Irene Dionisio, presentata in anteprima al TIFF (Toronto International Film Festival) e come film di apertura della sezione Panorama Italia di Alice nella Città 2026. Idda segue due amiche, Adele detta Ita (Tecla Insolia) e Sofia (Romana Maggiora Vergano), nella loro città natale, Catania. Ita è sempre rimasta là, mentre Sofia è tornata appena in tempo per vedere le strade del paese affollate dai seguaci di Sant’Agata. Le due festeggiano, vivono la notte e poi si preparano, all’alba, per salire su “Idda”, il nome dato dai locali all’Etna.

Idda uscirà in sala il 12 novembre 2026 grazie a FilmClub Distribuzione in collaborazione con Minerva Pictures.

La potenza visiva di Idda

Idda inizia con inquadrature infuocate e magiche dell’Etna, che sputa pezzi di terra ancora incandescenti con tutta la forza garantita dalla natura. Questo spettacolo si impressiona su una pellicola, quella della Kodak che Ita porta sempre fedelmente al suo fianco, perché il suo interesse riguarda ciò che esiste in un momento e in quello dopo non c’è più; lo strumento giusto per catturare l’attimo è senza dubbio, dunque, il rullino. Le due ragazze non si vedono da tanto, c’è molto non detto: la scalata verso la cima, per sentire “il respiro” di Idda, è una prova per la loro amicizia e per i loro corpi.

Idda

Dionisio si diverte a creare parallelismi visivi e tematici tra l’essenza fisica delle due e quella del vulcano: il movimento ondulato dei loro capelli può essere una sinuosa colata lavica; il respiro affannato nell’atto d’amore è quello che scoppia impetuoso sulla cima che solo pochi riescono a raggiungere. Un film che mescola quindi una passione pronta a scoppiare, portando fuori ciò che di norma risiede nell’interno femminile, con le sagome nere e rosse che compongono il vulcano.

La scalata come sinonimo di conoscenza interiore

Ita e Sofia si ri-conoscono man mano che salgono: emergono i segreti che a lungo sono rimasti inesposti, ma anche le dinamiche proprie della loro amicizia. È sempre stata così incandescente? Impossibile da tenere in mano per paura di bruciarsi? I momenti di pace tra le due sono rari e silenziosi. Dionisio si focalizza talmente tanto sul creare queste forze scoppiettanti, come magma dal centro della terra, che si dimentica di aggiungere momenti di profondità, di pausa e di ascolto.

Sofia, soprattutto, perde credibilità man mano che si procede nel tempo: un modello di donna intraprendente che alla fine non sa cosa fare, messa in scena come una maniaca. Nessuno sano di mente si sognerebbe di portarla a camminare lungo dei burroni, a causa dei suoi atteggiamenti al limite della normalità. In conclusione, dunque, né Ita, né Sofia, né il successivo montanaro che mischierà ulteriormente le acque ci attraggono a sé per la loro complessità: quello che la regista mette in scena con Idda non va oltre la semplice tesi filo-estetica.

Idda

A ciò si aggiunge la feticizzazione della pellicola: Ita tiene costantemente in mano la sua macchina fotografica, punto d’inizio e di fine, mezzo che riesce a fermare il tempo, ma la riflessione fatta sul medium è la solita di sempre. L’obiettivo si rompe, quello che (o chi) era contenuto in esso cessa di esistere: una riflessione conosciuta, sterile, consegnata allo spettatore con delle inquadrature di “Idda” dalla grande intensità, senza dubbio, ma che rimangono lì. Non c’è abbastanza elaborazione, la bellezza estetica del film annega in un velo di autocompiacimento e superficialità.


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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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