Il regista Gabriel Gutierrez Morales e gli attori Petr Filimonov e Humberto Busto durante il photocall di Tijuana, todavía a Venezia 83 (Ph. Aleksander Kalka - Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Il regista Gabriel Gutierrez Morales e gli attori Petr Filimonov e Humberto Busto durante il photocall di Tijuana, todavía a Venezia 83 (Ph. Aleksander Kalka - Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Venezia 83 – Tijuana, todavía, l’intervista al regista e ai protagonisti

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32 minuti di lettura

Nella sezione Biennale College della 83a Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato il film messicano Tijuana, todavía, esordio del regista Gabriel Gutierrez Morales, sull’amore profondo tra due uomini molto lontani anagraficamente e geograficamente. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Gabriel insieme ai protagonisti Humberto Busto (Salvador “Chava”) e Petr Filimonov (Maksim), in una lunga chiacchierata a 360° sull’importanza della rappresentazione queer al cinema, il rapporto tra migrazione, identità e senso di appartenenza, sulla ricerca dell’intimità e della vulnerabilità.

Approcciarsi a Tijuana, todavía

NPC – Humberto e Petr, come avete conosciuto Tijuana todavía e com’è stato entrare in questo mondo, lasciarvi trasportare nella visione di un film così particolare?

H – Tutto è nato dal mio incontro con Gabriel. Ero molto interessato a produrre film queer, ma avevo bisogno di una sorta di partner in crime con cui entrare davvero in sintonia. A volte penso che la mia generazione di attori e registi abbia un modo molto specifico di pensare alla vita queer, un modo che non sempre mi interessa particolarmente, quindi cercavo di capire chi potesse essere un giovane regista interessante con cui sviluppare un’idea, mi interessa moltissimo questo scambio intergenerazionale.

Ho conosciuto Gabriel a un festival messicano, a Guanajuato. Lì ho visto un suo cortometraggio su una comunità straniera a Portland. Pensai che fosse incredibile che quel documentario fosse presente al festival. Poi scoprii che il regista era messicano e pensai: “Oh mio Dio”. Non capita così spesso che un nostro regista porti sullo schermo temi di quel genere.

Lui vive a Seattle, quindi abbiamo deciso di rimanere in contatto per diversi mesi. Guardavamo film insieme, io gli davo delle osservazioni e lui mi mandava altri riferimenti. Poi abbiamo cominciato a costruire l’idea di un film che potesse analizzare e rappresentare le complessità dell’essere una persona queer nel mondo di oggi e in questo particolare momento politico. Lui aveva un amico russo che era fuggito dal Paese e mi disse che voleva creare un personaggio per me. Così abbiamo iniziato una specie di esercizio: lui era Maksim e io ero una sorta di alter ego di Chava.

Poi abbiamo deciso di candidare il progetto alla Biennale College Cinema, che ci ha dato un’opportunità straordinaria. Penso che sia stato un momento molto importante, perché altrimenti progetti del genere possono rimanere in sviluppo per moltissimo tempo. Credo che l’urgenza del tema e la nostra necessità personale di realizzare il film si siano incontrate perfettamente con il programma.

Petr Filimonov e Humberto Busto in una scena del film Tijuana, todavìa

NPC – L’occasione perfetta. E per te, Petr?

P – Prima di questo progetto vivevo già in Messico da quattro anni. Anche in Russia facevo l’attore, però, dopo essermi trasferito a Città del Messico, ovviamente non avevo molto lavoro: ogni tanto facevo piccoli progetti, pubblicità e cose del genere. A un certo punto mi ero quasi dimenticato che il mio sogno fosse sempre stato quello di fare l’attore, ero quindi un po’ frustrato.

Poi un giorno mi è arrivato questo casting. Ho letto l’annuncio e ho visto che cercavano un attore russo, queer e con esperienza: praticamente la storia della mia vita. Volevo anche approfittare della libertà che ho in Messico e che non avevo in Russia per fare qualcosa per la comunità queer attraverso ciò che so fare, cioè recitare e fare arte.

Quando ho visto il progetto ne ho voluto immediatamente fare parte. Dopo il casting ho aspettato diverse settimane, e quando finalmente ho avuto il primo colloquio ho sentito che c’era già una certa magia. Quando leggi qualcosa per la prima volta e senti immediatamente che devi farne parte… È stato così.
Io non sono una persona religiosa, ma ogni giorno mentre aspettavo la loro decisione parlavo con Dio e dicevo: «Per favore, per favore. Se ottengo questo progetto, crederò in te» [ride]. Così questo progetto è entrato nella mia vita, insieme a questi due ragazzi incredibili che amo.

Il cinema queer russo e messicano

NPC – Com’è la rappresentazione cinematografica delle persone queer in Russia?

P – Adesso praticamente non ce n’è, perché la comunità LGBTQ+ è stata dichiarata estremista e terroristica, quindi non puoi fare film, non puoi dire nulla, perché è molto pericoloso. Putin e il suo governo hanno fatto moltissime cose terribili affinché le persone avessero paura di essere libere e di parlare di questi argomenti.

Prima avevamo dei film queer. Non molti, ma qualcuno c’era, e c’erano anche dei bei film. Io lavoravo anche in un teatro che si chiamava Gogol Center, e anche il nostro direttore principale era una persona queer. Avevamo spettacoli su questi temi e ne parlavamo apertamente. Subito dopo l’inizio della guerra, però, quel teatro è stato chiuso, e adesso è come… sai, come un campo senza erba.

Quando è iniziata la guerra, io e la mia famiglia abbiamo deciso di lasciare la Russia e andare in Messico, perché ogni giorno sentivamo di avere sempre meno libertà. Avevamo anche molta paura che chiudessero le frontiere, quindi dovevamo partire immediatamente.

NPC – Perché il Messico, dall’altra parte del mondo?

P – Bella domanda. Non lo so! All’inizio avevamo deciso di andare in Argentina. La verità è che avevamo moltissimi stereotipi sul Messico. Sai, pensavamo che fosse un enorme deserto, con i cartelli della droga e nient’altro, ma una nostra amica che vive in Messico ci disse: «Non andate in Argentina», perché anche lì c’era una situazione economica difficile e così via.

Così siamo arrivati in Messico e inizialmente volevamo restare solo per tre mesi, per allontanarci dalla guerra. Eravamo molto nervosi e volevamo semplicemente passare un po’ di tempo sulla spiaggia, nient’altro, e poi partire per l’Argentina.
Invece siamo rimasti in Messico perché ci siamo innamorati di questo Paese, e penso che sia stata davvero un’ottima decisione.

NPC – Humberto, come hai visto evolversi la rappresentazione queer nel cinema messicano?

H – Penso che ci sia stato chiaramente un grande sviluppo nelle possibilità di raccontare queste storie. Allo stesso tempo, però, a volte mi sembra quasi una prigione, perché moltissimi film queer che vedo sono sempre legati alla tragedia: è come se le vite queer dovessero necessariamente essere estremamente drammatiche e non potessero avere un lieto fine. I personaggi devono sempre lottare contro la violenza, contro qualcosa.

Non mi piace vedere continuamente corpi feriti e vittime di violenza nel cinema queer, perché credo che attraverso un film tu possa creare nuovi immaginari. Forse non puoi cambiare il mondo, però puoi almeno offrire al pubblico uno spiraglio, un’opportunità per pensare alle esperienze queer da un punto di vista diverso, in maniera più complessa.

Il Messico è un Paese incredibile e ha una diversità enorme. Anche soltanto a Città del Messico puoi trovare praticamente qualsiasi cosa. Tutta questa diversità esiste realmente, e io continuo a chiedermi perché diavolo non abbiamo moltissimi film queer su queste persone incredibili. Ognuna di loro ha la propria vita, le proprie esperienze, la propria identità.

Quindi sì, siamo cresciuti, abbiamo più opportunità, ma non basta. E naturalmente tutto quel mondo machista non esiste soltanto nella società, ma anche nel cinema. Persino in questo festival c’è stata la controversia sulle registe donne, quindi sì, continua a esserci quel punto di vista. Gabriel e io cerchiamo continuamente di contrastarlo, ma è estenuante doverci sempre difendere e spiegare continuamente chi siamo.

Credo, per esempio, che questo film avrebbe potuto incontrare enormi difficoltà nel trovare finanziamenti attraverso i fondi messicani. In quei contesti mandi semplicemente il materiale e non hai la possibilità di instaurare un dialogo. Alla Biennale College, invece, è stato molto interessante perché a volte i nostri tutor esprimevano apertamente dei dubbi: «Non capiamo questa cosa. Perché fanno questo? Perché entrano in contatto in questo modo? Perché Maksim va a casa di Chava senza nemmeno avergli visto il volto?». E noi rispondevamo: «Perché a noi succede davvero».

Gli aspetti personali di Tijuana todavía

NPC – Gabriel, quanto di te e della tua vita personale c’è in Tijuana, todavía, come ad esempio l’amico russo che abbiamo menzionato?

G – C’è un parallelismo molto bello. Quella che hai visto nel film non è necessariamente la mia storia, ma nasce da sentimenti molto personali legati al mio rapporto con Tijuana. Sono nato e cresciuto lì, ma poi mi sono trasferito per tre anni a Città del Messico. È stato durante quel periodo che ho cominciato a esplorare la mia sessualità.

In realtà ho fatto ufficialmente coming out soltanto quando sono tornato a Tijuana. Dopo, però, avevo la sensazione di non essere più la stessa persona che aveva vissuto lì per tutta la vita, e di non riconoscere più la città. Ero circondato da persone diverse e avevo paura di tornare alle relazioni che avevo precedentemente, mi sono allontanato molto dalla mia famiglia e dai miei amici.
Credo che questo emerga chiaramente nel film, nel rapporto che Chava ha con la città e in ciò che Tijuana significa per lui.

Il regista Gabriel Gutierrez Morales durante la conferenza stampa di Tijuana, todavìa a Venezia 83 (Ph. Jacopo Salvi - Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Il regista Gabriel Gutierrez Morales durante la conferenza stampa di Tijuana todavía a Venezia 83
(Ph. Jacopo Salvi – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Io sono partito nel 2019 per trasferirmi a Seattle e da allora sono tornato a Tijuana soltanto poche volte, mi ci sono voluti tre anni anche soltanto per una visita. Poi sono tornato a marzo per la produzione vera e propria del film e ci ho trascorso due mesi. È il periodo più lungo da quando me ne sono andato, quindi il film ha moltissimo a che fare con ciò che provo rispetto al mio senso di appartenenza alla città. Da questo punto di vista è profondamente personale e legato alla mia vita, anche se narrativamente la storia è molto diversa.

NPC – Italia e Messico condividono il problema della rappresentazione stereotipata nei media mainstream e nel cinema di massa. Per questo è stato rinfrescante poter finalmente vedere la città attraverso lo sguardo di qualcuno che ci ha vissuto, in ogni piccolo elemento che rivela un legame molto profondo con l’anima stessa della città.
E voi, invece? Quanto c’è di voi stessi in Maksim e Chava? Come siete entrati in sintonia con loro?

P – Ho un grande legame con il mio personaggio, ci metto moltissimo della mia personalità. Ovviamente non sono io al 100%, però sì. E non è soltanto perché la sua storia assomiglia alla mia vita: fin dalle prime righe ho sentito una connessione con questo personaggio.

Anch’io ho questo modo di comunicare con il mondo e con le persone. Forse non sono triste quanto Maksim, che si trova in una situazione molto difficile durante il suo primo periodo, ma anche io, come molti migranti, sono stato un po’ depresso all’inizio. Anche io, come lui, a volte ero un po’ aggressivo, anche un po’ stronzo, perché non sai come comportarti in questo nuovo mondo. E quindi, a volte, devi tirare fuori le unghie per sembrare più forte, capisci? Quindi sì, sento una connessione molto profonda con Maksim. Direi che sono io all’80%!

H – Come attore cerco sempre di lavorare a progetti nei quali sento un legame con il personaggio, altrimenti non mi interessa farli, perché stare davanti a una macchina da presa e cercare di essere davvero sincero riguardo alle proprie emozioni e ai propri sentimenti significa mettersi in una posizione estremamente vulnerabile. In questo caso, visto che Gabriel e io abbiamo sviluppato insieme la storia, cercavamo continuamente di capire come una persona della mia età potesse vivere un’esperienza diversa dalla mia. Io sono un attore e non mi preoccupo particolarmente di quello che gli altri pensano di me o del mondo machista che mi circonda, vivo me stesso con grande libertà.

Quindi cercavamo di immaginare un uomo che non è propriamente “nell’armadio”: ne è uscito, però si trova in una sorta di zona intermedia. Ha un’apparente libertà, ma contemporaneamente vive immerso in un ambiente estremamente maschile. Penso che rappresentare quella particolare zona grigia sia molto difficile. Spesso un personaggio viene rappresentato semplicemente come “dentro” o “fuori” dall’armadio. Ma ciò che esiste nel mezzo può essere estremamente specifico.

Allo stesso tempo c’è un altro problema reale: tutto è diventato così erotico e immolato al capitale dei corpi che, quando non sei più giovane, sembra quasi che non possa più esistere la possibilità di essere desiderato. Trovo che sia una cosa terribile. Vale per una persona queer, ma vale anche per una donna: è lo stesso meccanismo. Volevamo davvero avere l’opportunità di raccontare queste esperienze in maniera autentica, perché non volevamo raccontare la tragedia dell’uomo anziano e solo. È molto più complesso.

C’è anche il rapporto che Chava ha con suo zio, questa sorta di violenza interna alla famiglia, anche sessuale, che finisce per trasformarsi in una specie di storia d’amore estremamente contorta. Ma allo stesso tempo è ciò che ha plasmato la sua identità. Credo che non sia così comune parlare di questo genere di cose attraverso un personaggio.

Il ruolo della distanza e della tecnologia in Tijuana todavía

NPC – Maksim e Chava sono estremamente distanti tra loro per età e anche geograficamente. Ma proprio in questa lontananza riescono a trovare un punto di contatto, perché cominciano a riconoscere nell’altro ciò che manca a loro stessi. Gabriel, come volevi che questa distanza si manifestasse nel film?

G – Ho questa idea: quando ti senti completamente escluso o alienato, spesso non hai realmente una destinazione precisa, sai soltanto che non vuoi rimanere dove sei. Quindi attraversi il primo ponte che trovi: quando non esiste alcuna distanza tra te e qualcuno, rischi di non essere più consapevole di ciò che hai realmente davanti. Non deve necessariamente essere una sfida, ma quando sei alla ricerca di qualcosa – di migliorare la tua vita, di una relazione, di compagnia, di un senso di appartenenza – difficilmente troverai tutto questo in un luogo in cui sei completamente a tuo agio.

La distanza è scomoda, perché può farti sentire escluso, oppure può farti chiedere il perché tu non sia lì. Credo che questa sia una regola fondamentale dell’attrazione umana autentica: vedere la distanza che ti separa da qualcuno e desiderare disperatamente di sapere cosa significherebbe essere dall’altra parte. A volte significa attraversarla, a volte invitare qualcuno ad avvicinarsi, altre vuol dire incontrarsi a metà strada.

Petr Filimonov in una scena del film Petr Filimonov

Devi comunque essere prudente. Non vuoi necessariamente annullare completamente quello spazio: ne vuoi lasciare un po’ per proteggerti, perché se sei una persona che è già stata ferita non ti butti semplicemente dal ponte al primo richiamo. Per me ha sempre avuto a che fare con questo, e questa idea deriva da una prospettiva profondamente queer: devi correre il rischio, perché altrimenti sei condannato a non vivere mai nessuna esperienza.

Naturalmente cambia moltissimo da una generazione all’altra: prima magari incontravi le persone nei club e c’erano dei codici attraverso i quali riconoscere e incontrare altre persone gay, codici che adesso sono cambiati. Alcuni rimangono, ma continua a essere difficile persino nell’epoca delle app di incontri, nonostante ci sia maggiore visibilità. Continui a non sapere con chi hai a che fare: sali in macchina con uno sconosciuto e non sai dove potresti finire. Eppure corri comunque il rischio, perché sai che con ogni probabilità quella persona si trova nel tuo stesso spazio emotivo.

NPC – Che ruolo ha la tecnologia in tutto questo? La vediamo contemporaneamente come ponte tra i personaggi per superare la barriera linguistica, ma è anche uno scudo, ad esempio per Chava, che sembra provare vergogna per il proprio aspetto fisico.

H – È quello che pensa lui, credo che funzioni sempre un po’ come uno specchio: proietti sull’altra persona ciò che tu pensi possa rappresentare un problema. Per esempio, guardando il film ieri, pensavo che in realtà Chava non sia preoccupato del proprio corpo, quanto molto più dell’idea di diventare vulnerabile con questo ragazzo.

Ha paura di rimanere deluso. Potrebbe semplicemente giocare con lui nel modo più comune e superficiale, ma cerca di esporsi meno, quindi trovo che ci sia molta tenerezza nel fatto che lui pensi che il problema sia il proprio corpo. È stata una delle cose interessanti del lavorare con Gabriel: durante lo sviluppo abbiamo cercato continuamente di non cadere in spiegazioni che avessero un unico punto di vista; cercavamo sempre di fare questo esercizio di contraddizione con entrambi i personaggi, attraverso uno scambio continuo di impressioni e reazioni.

La strada più semplice sarebbe quella di seguire il percorso prevedibile del contrasto tra giovane e adulto. Persino quando stavamo creando il poster, l’agenzia che collaborava con noi continuava a proporre l’idea di mostrare un uomo anziano innamorato di un ragazzo giovane, e noi rifiutavamo. Ci sono già tantissimi film che fanno esattamente quella cosa.

L’importanza della vulnerabilità

NPC – Entrambi i personaggi, attraverso l’altro, imparano lentamente a superare le proprie vulnerabilità. Quando finalmente arrivate al punto in cui esplode la passione, com’è stato girare quelle scene e trovare il perfetto equilibrio tra mostrare e non mostrare? Come avete evitato di eccedere, riuscendo comunque a rappresentare la passione viscerale che esiste tra i personaggi?

G – C’è una cosa che ho imparato dai film queer che non parlano di uomini gay. Se guardi molti film saffici o lesbici, spesso ci vuole moltissimo tempo prima che quella passione esploda. Ho sempre trovato questa cosa bellissima, perché c’è qualcosa di profondamente sincero nel modo in cui, per esempio (sto pensando a Ritratto della giovane in fiamme, di Céline Sciamma), una donna comprende quella relazione. Nel nostro film la passione è presente fin dall’inizio, soltanto che prima accade online, quindi in una forma completamente diversa: penso che questo contribuisca a sottolineare la portata di ciò che succede quando finalmente si trovano davvero insieme.

Avevamo sempre previsto che la grande scena centrale sarebbe arrivata durante il blackout e nella successiva conversazione a lume di candela. Dovevano entrare in contatto fisicamente, ma anche intimamente, e per riuscirci la scena non poteva essere costruita attraverso uno sguardo puramente sessuale: doveva risultare erotica e naturale allo stesso tempo.

Quello rappresenta anche il culmine della loro intimità: per me – ed è forse un modo riduttivo di dirlo – l’idea era che proprio quando si aprono completamente e raggiungono l’intimità, le cose cominciano a crollare. Hanno raggiunto il punto più alto e si rendono conto che le loro ferite sono molto più profonde di quanto abbiano lasciato capire l’uno all’altro: devono imparare nuovamente a orientarsi in quella situazione.

Il regista Gabriel Gutierrez Morales e gli attori Petr Filimonov e Humberto Busto durante il photocall di Tijuana, todavìa a Venezia 83 (Ph. Aleksander Kalka - Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Il regista Gabriel Gutierrez Morales e gli attori Petr Filimonov e Humberto Busto durante il photocall di Tijuana, todavía a Venezia 83
(Ph. Aleksander Kalka – Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Per me era importante che questa prospettiva queer affrontasse direttamente il modo in cui siamo abituati a vedere le relazioni gay al cinema. Anche nella vita reale esiste questo pregiudizio secondo cui, se sei un uomo gay, allora sei necessariamente una persona che va a letto liberamente con chiunque senza creare legami intimi. Quella realtà esiste e ha senso nel proprio contesto, ma non è l’unico modo possibile di entrare in relazione.

Per esempio, alcune delle relazioni umane che ricordo con più affetto sono iniziate in modo molto simile, con una foto su Grindr. Poi però incontravo quella persona dal vivo e, anche quando non facevamo sesso, pensavo: «Sei una persona incredibile da conoscere intimamente. Non ho bisogno di nient’altro». Quindi per me era importante che Chava e Maksim potessero regalarsi quel momento, e svegliarsi la mattina abbracciati sul divano. Sono cose che non vediamo spesso nei film e lavorare con loro due e riuscire a catturare qualcosa del genere è stato davvero bellissimo.

NPC – E per voi due com’è stato esplorare questa intimità?

H – È stato… complicato. Ricordo la prima volta in cui ci siamo trovati fisicamente vicini durante le prove. Gabriel aveva creato uno spazio sicuro affinché potessimo realmente conoscerci. Facevamo degli esercizi: «Dove posso toccarti? Come ti senti rispetto a questo? Puoi dire di no a qualsiasi cosa». Tremavamo, te lo ricordi?

P – Sì.

H – Poi ieri, guardando il film e rivedendo la scena di sesso, ho pensato che fosse profondamente intima: il centro della scena rimane sempre emotivo. Credo che questo accada quando hai un ottimo partner, quando entrambi comprendete il film, l’obiettivo che avete e il modo in cui dovete rappresentarlo, perché non riguarda soltanto te: è qualcosa che costruisci insieme alle altre persone.

In questo caso ho apprezzato moltissimo la sensibilità di Pedro [soprannome affettuoso dato a Petr, ndr], soprattutto il modo in cui riuscivamo a entrare in contatto attraverso gli occhi durante quelle scene: non stavamo parlando realmente di sesso, ma di ciò che accadeva dentro di loro, e tutto questo è stato possibile grazie allo spazio sicuro che Gabriel aveva creato come regista.

P – Ed è stato un bene che non abbiamo girato quelle scene nei primissimi giorni di riprese, ma molto più avanti: a quel punto avevamo già costruito questa connessione tra di noi, io come Petr e Humberto come Humberto, e avevamo raggiunto quel livello di fiducia e di intimità. Questo mi ha aiutato moltissimo: per me è molto importante avere un partner con cui poter costruire questa relazione e avere questa fiducia. Anche prima delle riprese non ci conoscevamo e, proprio come i nostri personaggi, poco alla volta abbiamo cominciato ad aprire delle parti di noi stessi.

NPC – Nel film il sesso non sembra mai inserito semplicemente per il gusto di mostrarlo, per provocare scandalo o per ottenere un impatto visivo. Quello che arriva, invece, è la passione e il desiderio che esistono tra i personaggi: credo che in quel momento l’equilibrio sia davvero perfetto e volevo farvi i complimenti.

H: Scherzavamo sempre sul fatto di evitare quel tipo di scena di sesso…

G: …contro il muro.

H: Esatto, contro il muro!

G: Ci sono troppi film che fanno così [ridono tutti, ndr].

Si ringraziano Gabriel Gutierrez Morales, Humberto Busto e Petr Filimonov per la disponibilità, la gentilezza e la simpatia mostrate nella realizzazione dell’intervista.


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